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02/06/2026 ore 06.30
Attualità

Il 2 giugno e la promessa incompiuta della Repubblica, la Costituzione non ci chiede di essere ricordata: chiede di essere realizzata

I principi di lavoro, salute, pace e solidarietà sono sfide ancora aperte. La Festa della Repubblica diventa così non solo memoria storica, ma occasione per interrogarsi sullo stato della democrazia e sull’attuazione concreta dei valori della Carta

di Ugo Adamo*

Il 2 giugno è la Festa della Repubblica. È il giorno in cui l’Italia, uscita dalla dittatura, dalla guerra e dalle macerie materiali e morali del fascismo, scelse di tornare padrona del proprio destino. È con il referendum istituzionale del 1946 che il popolo italiano scelse la Repubblica; con l’elezione dell’Assemblea costituente, affidò ai padri e alle madri e costituenti il compito di ricostruire non solo uno Stato, ma una comunità politica fondata sulla dignità della persona, sulla libertà, sull’eguaglianza, sulla giustizia sociale e sulla solidarietà.

Dunque, la Costituzione fu elaborata e promulgata dopo la catastrofe: vent’anni di dittatura, soppressione delle libertà, leggi razziali, guerra, Resistenza, e dolore di un Paese lacerato. In Assemblea costituente si incontrarono storie, culture politiche e visioni del mondo diverse: cattolici, socialisti, comunisti, liberali, azionisti, repubblicani; uomini e donne che avevano conosciuto il carcere, l’esilio, la clandestinità, la persecuzione. Per la prima volta, inoltre, le donne entrarono da protagoniste nella vita istituzionale della Nazione.

Proprio da quella pluralità nacque la forza della Costituzione, cioè non da un pensiero unico, né da una vittoria di parte, ma da un patto alto tra diversità. I padri e le madri costituenti seppero guardare oltre la contingenza politica e le ferite ancora aperte. Compresero che una democrazia non si fonda soltanto sul voto, ma su limiti, garanzie, diritti, doveri, separazione ed equilibrio tra i poteri, partecipazione popolare. Bisognava impedire per sempre il ritorno dell’arbitrio, della violenza istituzionalizzata, della concentrazione del potere.

La fine del regime fascista, la nascita della Repubblica e la Costituzione sono dunque inseparabili. Il 2 giugno apre la strada a un nuovo ordine democratico e antifascista; la Costituzione gli dà forma, senso e direzione. Essa non fu solo il testo giuridico della nuova Italia, ma l’irruzione di una lingua nuova nella storia nazionale: una lingua opposta a quella del comando autoritario, della gerarchia imposta, dell’esclusione, della propaganda e della guerra.

Con la Costituzione entrò nella vita pubblica italiana il linguaggio della persona, dei diritti inviolabili, della solidarietà, dell’eguaglianza sostanziale, del lavoro, della salute, della scuola, della cultura, della pace. Parole che non fotografavano semplicemente l’Italia della seconda metà degli anni Quaranta, ma indicavano l’Italia del futuro e di come avrebbe dovuto diventare. Non dichiarazioni solenni, ma un programma di trasformazione politica, sociale e civile.

La Costituzione, infatti, non nasce per conservare l’esistente, ma per cambiarlo. Quando afferma che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, non proclama un principio astratto: assegna alle istituzioni un dovere preciso. Chiede che la democrazia non resti formale, ma diventi sostanziale; che la libertà non sia privilegio di chi possiede già mezzi e possibilità, ma condizione effettiva per tutti.

È qui che si coglie la modernità della Costituzione. Essa non appartiene soltanto al passato. Ottant’anni, per uno storico, sono poco più di un battito di ciglia, ma soprattutto sono pochi quando un testo continua a parlare con tanta chiarezza alle inquietudini del presente. Quelle parole non sono vecchie: sono ancora davanti a noi, ossia attuali perché disegnano una società che dobbiamo ancora compiutamente realizzare: di pace, eguaglianza, salute, libertà, lavoro ed emancipazione, solidarietà e fraternità, per come già detto.

Richiamiamone alcuni principi.

Il lavoro, prima di tutto, non come semplice mezzo di sostentamento, ma come fondamento della Repubblica e strumento di dignità personale e partecipazione collettiva. Oggi, in un tempo segnato da precarietà, salari insufficienti, disoccupazione giovanile, lavoro povero, insicurezza e nuove forme di sfruttamento, l’articolo 1 continua a interrogarci. Una Repubblica fondata sul lavoro non può tollerare che il lavoro perda dignità, non garantisca autonomia, non consenta alle persone di costruire un progetto di vita.

Poi l’eguaglianza: non quella proclamata e lasciata sulla carta, ma quella sostanziale, concreta, quotidiana. La Costituzione sa che non basta dire che tutti sono uguali davanti alla legge se le condizioni reali di partenza restano profondamente diseguali. Per questo la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli e creare opportunità. È una sfida che oggi riguarda la scuola, l’accesso alla conoscenza, il divario tra territori, le disuguaglianze economiche, le discriminazioni, la povertà educativa, la condizione delle donne, dei giovani, delle persone fragili.

La salute è un altro pilastro di quel progetto, la Costituzione la riconosce come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Non una merce, non un privilegio, ma un diritto che qualifica la civiltà democratica di un Paese. Ogni difficoltà del sistema sanitario, ogni lista d’attesa insostenibile, ogni diseguaglianza nell’accesso alle cure, ogni territorio lasciato più solo degli altri, non è soltanto un problema amministrativo: è una domanda di attuazione costituzionale.

E poi la pace. Il ripudio della guerra contenuto nell’articolo 11 conserva una forza radicale, soprattutto oggi, in un mondo attraversato da conflitti, riarmo, tensioni internazionali, paura e insicurezza. La Costituzione non ignora la realtà della storia, ma afferma una direzione: la guerra non può essere strumento di offesa alla libertà degli altri popoli né mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Anche qui non siamo davanti a una formula retorica, ma a un principio che deve orientare le scelte pubbliche, la politica estera, la cultura civile, l’educazione delle nuove generazioni.

È per tutto questo che il 2 giugno non può ridursi a una celebrazione formale. Non basta esporre il tricolore, ricordare il referendum, pronunciare parole solenni sulla Repubblica. La memoria è necessaria, ma non sufficiente. La Costituzione non chiede soltanto di essere ricordata: chiede di essere realizzata.

Guardare al passato, allora, non significa rifugiarsi nella nostalgia. Significa ritrovare il senso di una promessa. Significa riconoscere che la democrazia italiana nacque da una scelta popolare e da un patto costituzionale che ancora oggi possono e devono orientare la vita della Repubblica. Significa comprendere che i diritti conquistati non sono garantiti una volta per tutte: hanno bisogno di partecipazione, vigilanza, cultura democratica, responsabilità istituzionale.

In questo senso, le grandi mobilitazioni popolari che nel corso della storia repubblicana hanno difeso la Costituzione non vanno lette soltanto come un gesto conservativo. Quelle masse, spesso composte soprattutto da giovani, non hanno semplicemente difeso la Costituzione del 1947 come si difende un’eredità ricevuta; ne hanno affermato la volontà di attuazione. Hanno detto che quel testo non appartiene agli archivi, ma alla vita; che non è un reperto da custodire, ma una promessa da compiere.

Difendere la Costituzione significa, allora, impedire che venga svuotata, deformata, piegata alla convenienza del momento. Attuarla significa qualcosa di più: tradurre i suoi principi in politiche pubbliche, diritti effettivi, istituzioni credibili, giustizia sociale, opportunità reali. Significa chiedere alla Repubblica di essere all’altezza di se stessa.

Dunque, la Costituzione non è soltanto un simbolo identitario. È un atto giuridico vincolante. Vincola cittadini, istituzioni, Parlamento, Governo, amministrazioni, magistratura, forze politiche. È la legge fondamentale dello Stato e proprio per questo non può essere trattata come un ornamento retorico da evocare nelle feste nazionali e dimenticare nelle scelte concrete.

La sua funzione più profonda è duplice: limitare il potere e guidarlo. Limitare il potere, perché nessuna maggioranza, nessun governo, nessuna istituzione può considerarsi sciolta dai principi costituzionali; nessun potere è assoluto, neanche se legittimato dal voto popolare. Guidare il potere, perché la politica non è solo gestione dell’esistente, ma costruzione del bene comune secondo la direzione indicata dalla Carta.

Il 2 giugno, dunque, non deve essere solo una ricorrenza o un memento. Deve essere un esame di coscienza civile e democratica. Una domanda rivolta a ciascuno di noi e, prima ancora, alle istituzioni: quanto della Costituzione è davvero entrato nella vita del Paese? Quanto resta ancora da attuare? Quanto siamo disposti a fare perché quelle parole nate con la Resistenza diventino realtà?

*docente Unical e costituzionalista