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25/01/2026 ore 13.02
Attualità

Il “calabrese” che guida la polizia anti-immigrati di Trump: Greg Bovino e il bisnonno minatore che arrivò negli Usa da Aprigliano

Il volto della repressione negli Stati Uniti è discendente dell’emigrazione più povera: i suoi avi arrivano a Ellis Island nel 1909. La sua storia è un paradosso

di Pablo Petrasso

Discendente di emigranti calabresi, scatenato nelle operazioni anti-immigrati negli Stati Uniti. Greg Bovino, 55 anni, è un contrappasso vivente: suo bisnonno Michele arrivò in Pennsylvania nel 1909 dalla Calabria, precisamente da Aprigliano: era un minatore. Una migrazione povera, prima delle grandi restrizioni del 1924, quando l’America era ancora un sogno possibile.

Fosse accaduto oggi, forse il bisnipote lo avrebbe identificato e rispedito in Italia come la polizia di frontiera (Border Patrol) che dirige fa ogni giorno con migliaia di persone e senza andare troppo per il sottile.

Bovino è l'uomo di cui negli Usa si è discusso di più nelle ultime settimane: un po' per l'incedere marziale in certi video, un po' per l'inquietante somiglianza tra la sua divisa e quelle in uso alla Gestapo hitleriana.

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Grego Bovino, l’immagine che lo ha reso famoso

È diventato un personaggio di rilevanza globale quasi per caso, o forse proprio per l’effetto di un’immagine. In una città come Minneapolis, durante le retate contro i migranti, è bastato un video per trasformarlo in un simbolo. Un uomo in piedi davanti alle telecamere, con un cappotto lungo verde oliva e bottoni dorati, capelli rasati. Non la mimetica, non il giubbotto antiproiettile dei suoi uomini: solo lui, solo quella figura solitaria e riconoscibile, costruita con cura come un personaggio da film.

Da quella scena, in cui ordina ai manifestanti di liberargli la strada, è nato un racconto che ha attraversato confini e oceani. I media europei, in Germania e altrove, hanno letto in quell’estetica un richiamo autoritario, fino a parlare apertamente di iconografia fascista o nazista. In pochi giorni, Bovino è passato da funzionario federale noto a livello locale a volto internazionale della linea dura sull’immigrazione, un’icona della politica di repressione americana.

La storia di Greg Bovino

Ma dietro quel cappotto e quella posa c’è una storia più complessa, fatta di radici e contraddizioni. Bovino ha 55 anni e viene da Blowing Rock, una piccola cittadina di montagna nella North Carolina occidentale, nel cuore della cosiddetta Bible Belt. Un luogo dove la vita è scandita da valori conservatori, comunità strette e un’idea di ordine che sembra quasi scolpita nella pietra. Da ragazzo pratica wrestling: non è un talento naturale, ma emerge per disciplina, determinazione e rispetto delle gerarchie, come se avesse imparato presto che la vita premia chi si fa notare per la costanza.

Eppure, il suo linguaggio pubblico, fatto di slogan su «law and order», non racconta tutto. La sua storia familiare affonda le radici in un’America che ha conosciuto l’immigrazione da vicino.

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L’incidente che gli ha cambiato la vita

Un evento, però, segna in modo indelebile la sua adolescenza. Nel 1981, quando Greg ha 14 anni, il padre Michael provoca un incidente guidando ubriaco: una giovane donna muore, il marito resta gravemente ferito. La vita della famiglia si spezza in pochi mesi. Il padre finisce in prigione, perde il bar che gestiva, il matrimonio si dissolve e la madre ottiene la custodia dei figli. Non sorprende che, da adulto, Bovino torni spesso a parlare di incidenti causati da immigrati irregolari ubriachi, come se cercasse una giustificazione morale per le deportazioni, come se quella ferita personale si trasformasse in una narrazione pubblica.

La scelta della Border Patrol nasce da un’altra scena, quella di un film visto da bambino: The Border, con Jack Nicholson. Bovino racconta di essere rimasto colpito dalla rappresentazione di agenti corrotti o cinici e di aver voluto dimostrare che esisteva un altro modo di «proteggere il confine». Così si arruola nel 1996, studia conservazione delle risorse naturali e poi amministrazione pubblica, lavora nella polizia locale e poi entra nella Border Patrol. La sua carriera si sviluppa lungo il confine sud-occidentale, in California, fino a diventare capo del settore di El Centro, una delle aree più sensibili e più mediatizzate.

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Tra operazioni di polizia e podcast

E già in quegli anni emerge un tratto che sembra caratterizzare ogni sua mossa: Bovino cerca visibilità. Organizza operazioni mediatiche, rilascia interviste, cura la propria immagine come fosse un brand. In un episodio raccontato dal Chicago Sun-Times, avrebbe invitato giornalisti a seguirlo mentre attraversava a nuoto un canale di irrigazione nell’Imperial Valley, avvertendo i migranti della forza delle correnti. Ma questa ricerca di pubblico gli costa anche richiami disciplinari: viene più volte richiamato per post sui social giudicati «troppo politici». E in un podcast del 2021 afferma con nettezza: «Rendere il confine sicuro è una mia responsabilità personale».

Il ruolo di Bovino con il ritorno di Trump

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, il suo ruolo cambia ancora. Non è più solo un comandante operativo, ma diventa il volto della repressione migratoria. Si definisce «commander at large» e guida blitz in città lontane dal confine, come Chicago, Minneapolis, Charlotte. Accetta apertamente di essere una figura polarizzante. Il cappotto di Minneapolis non è un dettaglio casuale: serve per costruire il personaggio, è un gesto quasi teatrale. I suoi uomini restano anonimi, Bovino invece si mette in scena.

E così, in un’America sempre più divisa, il suo nome è diventato un simbolo.

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