Il carnevale dei ritornanti, la grande illusione dell'estate calabrese e la falsa resurrezione dei paesi fantasma
Per poche settimane la Calabria interna torna a vivere grazie al ritorno degli emigrati, ma dopo Ferragosto i paesi ripiombano nel silenzio. Un’illusione estiva che non arresta lo spopolamento e lascia intatto il problema della desertificazione
Un catenaccio di ferro rugginoso che scatta il primo di agosto. Una serranda che sbatte, la luce calda delle sei di sera che taglia una cucina rimasta al buio per trecento giorni, la polvere che scompare sotto un colpo di scopa convulso. Per quattordici giorni la Calabria interna scompare. Scompare la contabilità della resa, il conteggio spietato dei morti che supera quello delle culle, la geografia dei paesi cancellati sulla carta geografica. Nel teatro di pietra e cemento dei paesi meridionali, la grande commedia dell'estate va in scena col tutto esaurito. Poi scatta il quindici, il sedici di agosto. È un colpo di scure. Improvviso. Senza preavviso.
Un giorno la piazza ruggisce di voci, auto uscite da concessionarie lombarde o tedesche parcheggiate in tripla fila, risate amplificate dal microfono dell'orchestrina di liscio o di una tarantella. Il giorno dopo, l'aria tace. Non c'è una transizione graduale, non c'è il declino lento delle stagioni. C’è solo un vuoto fisico, spaventoso.
Un’emorragia di lamiera e carne che si riversa verso nord sulla A2 del Mediterraneo, una volta Salerno -Reggio Calabria. Resta qualche sedia di plastica rovesciata dal vento davanti al bar, un bicchiere di carta stropicciato. E una manciata di anziani che si guardano attorno, intontiti, come i superstiti di un bombardamento che non ha fatto rumore.
La Calabria e il paradosso dei record immaginari: il turismo delle spiagge piene nasconde una crisi che dura 11 mesiIn questo teatro stagionale va in scena l'illusione demografica, ne abbiamo scritto, un inganno collettivo e feroce in cui tutti recitano la propria parte a soggetto. Per tre settimane il tempo smette di scorrere lungo la sua solita retta spietata, quella che porta dritta verso l'estinzione dell'ufficio postale e la chiusura della guardia medica. Il tempo si piega in cerchio. Torna l'infanzia, torna la memoria, torna la convinzione che la vita stia di casa ancora qui. I ritornanti, quelli che la sociologia da laboratorio chiama “turisti delle radici”, vivono una temporalità sospesa, una bulimia di festa e parentado. Ma per chi è rimasto tutto l'anno a fare la guardia alle macerie, la seconda metà di agosto non è un semplice ritorno alla routine. È uno shock. È la presa di coscienza, fisica e brutale, della differenza che passa tra una comunità viva e un cadavere rianimato con le scosse elettriche.
Emorragia inarrestabile, la Calabria continua a svuotarsi: Crotone e Reggio Calabria sul podio nazionaleC'è un confine invisibile e spinoso che separa chi è rimasto da chi torna nei paesi d’estate. Si chiama identità contesa, ed è una guerra a bassa intensità che si consuma tra un caffè, una birra e un bicchiere di vino. I figli degli emigrati, le seconde e terze generazioni con l'accento milanese, piemontese o il tedesco masticato male, cercano nel paese un parco a tema della memoria. Vogliono il cibo genuino, il silenzio, la suggestione della lentezza. Vogliono l'autenticità. Ma è un'autenticità comoda, depurata da ogni calvario quotidiano. Non sanno cosa significhi fare quaranta chilometri di curve per un'ecografia, non conoscono la rabbia di una connessione internet che cade al primo temporale, non provano l'umiliazione di vedere l'ultimo autobus scolastico soppresso.
Consumano il paese come si consuma un'attrazione estiva, lasciando sul campo qualche banconota per il gelato e un'infinita nostalgia di maniera. Chi è rimasto guarda a questa invasione con una gratitudine amara, sapendo di essere, in fondo, l'attore di una riserva indiana allestita per le ferie altrui.
L'ossatura materiale di questo paradosso sta nelle facciate delle case. Chilometri di mattoni a vista, intonaci scrostati o al contrario villette immacolate, serrate per undici mesi. La casa in paese è il totem identitario per eccellenza, la corda che tiene legati al suolo quelli che se ne sono andati. Si pagano le tasse, si saldano i conti dell'idraulico, si pitturano i cancelli per usufruire di quella cubatura per due o tre settimane. È una pietra tombale sull'urbanistica. Queste cattedrali della memoria, spesso invendibili e inaffittabili per via di assi ereditari infiniti e contenziosi tra cugini lontani, mummificano i centri storici. Bloccano il mercato, impediscono qualunque tentativo di riuso, congelano l'architettura in un'eterna domenica del 1980. Una ricchezza immobiliare apparente che, sul piano sociale, produce solo deserto.
Pensare di curare la desertificazione di queste terre con la panacea del turismo delle radici è un'ingenuità che puzza di malafede politica. Nessun paese è mai resuscitato perché tre nipoti di emigrati vengono a bersi una gassosa al caffè prima di ripartire per Stoccarda. Questa economia della presenza istantanea non crea nulla. Non genera servizi, non apre scuole, non costruisce ospedali, non crea lavoro strutturato. Serve solo a dopare i bilanci dei baristi e dei ristoratori per qualche settimana, lasciando poi il vuoto spinto per i restanti trecentosessanta giorni. È un'anestesia. Un modo per non guardare in faccia il mostro dell'abbandono.
Guardi quella piazza il venti di agosto. I tavolini in alluminio sono di nuovo vuoti. Il silenzio non è quiete, è il suono di qualcosa che si sta consumando nell'indifferenza generale. Resta da chiedersi se sia più piaga la fine di un paese che muore piano, al suo ritmo naturale, o questo tormento sadico di riportarlo in vita ogni estate, solo per guardarlo spirare di nuovo la notte di Ferragosto.
*documentarista