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05/03/2026 ore 16.28
Attualità

Il Crati soffocato: agrumeti illegali, manutenzione assente e l’ennesima tragedia evitata in un’area classificata ad alto rischio

Le zone della Sibaritide in cui si è verificata l’ultima alluvione hanno vincolo Pai R4, che indica la possibile perdita di vite umane. Una minaccia riportata nella perizia del 2014 di Tansi che oggi dice: «E se la piena fosse arrivata di notte?»

di Mariassunta Veneziano

Tredici febbraio. Il ciclone Nils arriva dopo Harry e Ulrike, a colpire duramente una Calabria che non ha ancora avuto il tempo di rimettersi in piedi. Gli esperti dicono che bisogna abituarsi, che è l’effetto del cambiamento climatico, di un Mediterraneo sempre più caldo. E la prima domanda che viene in mente è: siamo preparati?

A vedere quello che è successo nella Sibaritide si direbbe ancora no. Perché lì il Crati, a guardar bene, non fa sorprese: recita un copione. Un copione scritto in anni di allarmi ignorati e disastri avverati.

La perizia del 2014 del geologo e ricercatore Cnr Carlo Tansi per la Procura della Repubblica di Castrovillari lo dimostra. E poco conta l’esito dell’indagine giudiziaria dell’epoca. Non serve una sentenza di tribunale a cristallizzare una verità che è sotto gli occhi di tutti: il Crati continua a esondare sempre negli stessi punti. Ed è destinato a farlo sempre più spesso, a causa di eventi meteorologici estremi ormai frequenti. E di anomalie diventate normalità.

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Come la chiusura di un’ansa del Crati per far posto ai Laghi di Sibari, negli anni ’70. O come gli agrumeti sorti nell’alveo del fiume di cui la stessa perizia rende conto: «Le piantumazioni illegali in alveo sono state varie volte denunciate all’autorità giudiziaria, sin dagli anni ‘80, dalla Soprintendenza Archeologica della Calabria, ma senza esiti concreti […], che denunciava anche invasivi movimenti di terra effettuati tramite mezzi meccanici che avevano addirittura deviato il corso del Crati».

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Vite umane a rischio

E questo nonostante si tratti di aree a vincolo Pai R4, la massima categoria di rischio, quella in cui cioè un’eventuale alluvione potrebbe causare anche la perdita di vite umane. Si legge ancora nel documento redatto da Tansi che «secondo quanto riportato dalle Nams-Pai Calabria (Norme di attuazione e misure di salvaguardia del Piano stralcio di assetto idrogeologico, ndr), nelle zone R4 a rischio-alluvione è categoricamente vietato modificare lo stato dei luoghi, a parte alcuni casi particolari che non riguardano il caso in esame ed, in particolare, è vietata la piantagione di alberi. Essendo il Pai Calabria entrato in vigore nel dicembre 2001 […] tutti gli alberi piantati dopo tale data sono stati installati in spregio alla normativa regionale indicata nelle suddette Nams-Pai Calabria e contribuiscono ad aumentare oltremodo il grado di rischio di aree R4, già di per se ad elevatissima criticità».

Riguardo invece agli alberi piantati prima del 2001, è il Regio Decreto 523/1904 a evidenziare come nelle aree fluviali sia vietato in modo assoluto eseguire opere senza autorizzazioni dell’autorità amministrativa e tra i lavori vietati rientrano le piantagioni sugli argini. «Laddove gli alberi fossero stati piantati con autorizzazione, ai sensi delle Nams-Pai Calabria vigenti – si legge tra le carte di Tansi –, questi sarebbero dovuti essere sottoposti ad un taglio periodico al fine di evitare inondazioni».

Il messaggio che emerge è pesantissimo. Ed è rimarcato dalle parole di Tansi oggi, davanti alla carta dei rischi, dopo il disastro di febbraio. «Molte delle case in quella zona hanno un unico piano. Finora siamo stati fortunati perché tutte le alluvioni sono avvenute di giorno. L’ultima volta le abitazioni sono state sommerse per quasi due metri. Se l’ondata, anziché arrivare alle 18, fosse arrivata in piena notte sorprendendo le persone nel sonno, quelle persone sarebbero probabilmente morte come topi in trappola».

Un allarme contenuto anche nella perizia del 2014: «Si nota come, in meno di 13 anni, tutto il tratto terminale del Fiume Crati, a causa della fatiscenza dei suoi argini, abbia dato origine ad una serie di drammatiche esondazioni che hanno messo a rischio le migliaia di vite umane e che, solo per pura casualità, non hanno provocato vittime». Le zone? Le stesse di sempre: il Museo archeologico, Lattughelle, i Laghi, le contrade Ministalla, Thurio e Permuta. Quelle che in un master plan del 2010 vengono definite «aree esondabili del Fiume Crati».

La natura manipolata

Manutenzione carente e una natura piegata ai desideri umani. Un mix letale che ha reso eccessivamente vulnerabile una zona già di per sé fragile. Abusivismo, alveo invaso dalla vegetazione, argini fatiscenti risalenti al 1930, l’azione di roditori come le nutrie a fare il resto. Tutto lasciato a sé.

«La rimozione degli alberi presenti nell’area golenale del Fiume Crati rappresenta un’azione indispensabile soprattutto a fini di protezione civile onde evitare tragedie nell’area circostante l’alveo del Crati dove insistono importanti infrastrutture (SS 106 e linea ferroviaria “Taranto-Crotone”) nonché numerosi nuclei abitativi e aree agricole praticati da migliaia di persone, che in un recente passato sono state interessate da numerose inondazioni», si legge ancora nel documento.

La perizia del 2014 parla anche, tra le cause della mancanza di interventi nonostante le segnalazioni, di una confusione normativa che avrebbe generato «sovrapposizioni di competenze tra enti». Normativa che però dal 2014 è chiarissima, affidando le competenze in materia alla Regione e al commissario di Governo contro il dissesto idrogeologico. Ma di questo abbiamo già parlato.

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Qui serve solo rimarcare che il vero problema non sono le leggi o i soldi, ma il fatto che non si siano finora tradotti in azione. Con le conseguenze che nessuno può negare. Rileggendo il documento redatto da Carlo Tansi a distanza di oltre undici anni emerge un dato che va al di là dell’inchiesta giudiziaria da poco aperta, a cui spetterà fare luce sulle cause di quanto accaduto e sulle eventuali responsabilità. Un dato che deve destare preoccupazione: l’emergenza è diventata il modello ordinario di gestione. Si interviene dopo, mai prima. Si rincorre il danno, senza ridurre davvero il rischio. E ogni volta bisogna sperare che il disastro accada di giorno, che la gente sia sveglia, che il fiume conceda il tempo di mettersi al sicuro. Di salvare almeno la vita, mentre si perde tutto.

Il rischio non era sconosciuto. Non lo era l’ultima volta così come quelle precedenti. Era stato segnalato e poi lasciato scorrere, proprio come il fiume.

(4. Fine)

***

Questo quarto articolo chiude la serie iniziata con la rilettura di un documento tecnico. Ma la domanda che lascia aperta non è tecnica. È istituzionale, e politica: se il rischio era noto, se le risorse erano disponibili e se le competenze erano definite, perché continuare ad affidarsi alla buona sorte per evitare una tragedia?

Questo approfondimento non nasce per rileggere il passato. Nasce per cercare di capire perché il presente continui a somigliargli così tanto. E perché il Crati esondi sempre negli stessi punti...