Il delirio di Moschicella 38 anni dopo: la drammatica parabola della setta di San Pietro in Amantea
Dal culto dello “zio Antonio” alla guida carismatica di Lidia Naccarato, la storia della setta culminò nel 1988 con un efferato omicidio. Una tragedia che sconvolse la Calabria lasciando una ferita ancora aperta nella memoria locale
La storia del gruppo di preghiera del Rosario, noto alle cronache come la "Setta di San Pietro in Amantea", rappresenta una delle pagine più drammatiche e complesse della cronaca nera italiana, un incrocio tra l'alienazione dell'emigrazione, il fanatismo millenaristico e un delirio psicotico collettivo sfociato in un brutale omicidio nel maggio del 1988. La genesi di questa comunità, contrariamente a quanto si possa pensare, non è calabrese ma torinese. Nasce infatti negli anni Settanta attorno alla figura di Antonio Naccarato, noto come "zio Antonio", un immigrato di San Pietro in Amantea che, dopo aver lavorato all'estero, si era stabilito nel capoluogo piemontese diventando il punto di riferimento di una famiglia patriarcale allargata. In una grande metropoli industriale che spesso tendeva a emarginarli, i parenti cercavano in lui protezione e identità. Uomo magnetico, ammirato e col tempo ritenuto capace di doti taumaturgiche e persino di guarigioni, zio Antonio consolidò attorno a sé un nucleo devozionale inizialmente classico, incentrato sulla recita del Rosario e sulla lettura di testi mistici.
La svolta radicale coincise con l'ascesa della nipote, Lidia Naccarato. Laureata in biologia, donna intelligente ma dalla personalità complessa e segnata dalla morte traumatica del padre, Lidia iniziò nel 1973 a dichiarare di ricevere messaggi divini che le affidavano la missione di preparare il mondo al ritorno di Cristo e alla lotta contro il male. Insieme allo zio, creò una cosmologia teologica particolare: esistevano 246 coppie “prescelte” per riparare il peccato originale, e loro due ne costituivano la prima. Quando lo zio Antonio morì a metà degli anni Ottanta, il gruppo visse un trauma profondo che trasformò la devozione in un'attesa messianica ossessiva. Lidia prese la guida assoluta, annunciando che l'uomo non era veramente morto ma si era solo “assentato” per preparare il suo ritorno glorioso. Seguendo una visione che annunciava un'imminente Apocalisse, la donna convinse il nucleo duro a trasferirsi in Calabria, in un casolare isolato in contrada Moschicella, una zona impervia e rurale di San Pietro in Amantea.
A Moschicella il gruppo si chiuse ermeticamente all'esterno, strutturandosi in una gerarchia rigida tra i “Consacrati” - uomini che lasciarono lavoro e famiglia a Torino - e le “Verginelle”, giovani donne che circondavano la leader. La quotidianità divenne un incubo di preghiere incessanti, digiuni, privazione del sonno e controllo psicologico totale. Sulle porte dipinsero cerchi bianchi con nove croci come scudo dal male, mentre i membri vendevano i propri beni per finanziare la comunità. Il culmine dell'attesa era fissato per la primavera del 1988, quando lo zio Antonio sarebbe dovuto tornare fisicamente sulla Terra, un'aspettativa che nelle menti dei seguaci si arricchì persino di credenze ufologiche e astronavi, segno del totale scollamento dalla realtà.
Le settimane di maggio del 1988 portarono la tensione a livelli insostenibili. La data della profezia passò senza che accadesse nulla ma, secondo i meccanismi tipici delle sette millenaristiche, il fallimento non generò il dubbio, bensì la caccia a un colpevole. Se il miracolo non si compiva, la colpa era del “maligno” annidato nel gruppo. Il delirio persecutorio si concentrò su Claudio Naccarato, 27 anni, cugino di Lidia, che aveva manifestato l'intenzione di abbandonare il casolare per tornare a Torino. Quel desiderio fu letto come il tradimento supremo. Identificato come l'incarnazione del demonio, il giovane fu sottoposto a una seduta di “purificazione” guidata da Lidia che si trasformò in un linciaggio collettivo: brutalmente picchiato per ore dai Consacrati sotto lo sguardo della cugina, morì per asfissia e traumi. Il corpo fu poi nascosto nella vicina Grotta dei Pipistrelli.
La scia di sangue si interruppe solo grazie a Lorenzo Tomasicchio, un ambulante barese rimasto intrappolato nella comunità. Intuendo la stessa fine, Tomasicchio fuggì nei boschi nonostante fosse stato ferito da un colpo d'arma da fuoco, raggiunse la statale e diede l'allarme a Cosenza. All'alba del 26 maggio 1988, i Carabinieri fecero irruzione nel casolare, arrestando 35 persone. Gli indagati non mostrarono sollievo, ma una compattezza delirante e una totale sottomissione psicologica a Lidia, che fu poi sottoposta a sette perizie psichiatriche contrastanti. Per alcuni era una manipolatrice lucida, per altri il nucleo di una “folie à plusieurs” che aveva azzerato la capacità critica di un gruppo fragile. Condannata, trascorse gli anni nell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere, continuando persino lì a tentare il proselitismo tra le pazienti.
Per San Pietro in Amantea la tragedia fu uno shock indelebile. Inizialmente i residenti guardavano a “quelli di Torino” come a eccentrici fanatici ma del tutto innocui. Dopo il blitz, il paese fu travolto da orrore e vergogna, temendo di venire marchiato a livello nazionale come l'emblema di un Sud arcaico, oscuro e selvaggio. Per decenni la vicenda è rimasta un tabù doloroso, una ferita che si preferiva dimenticare anche davanti ai giornalisti. Al contrario, la figura del giovane Claudio, vittima innocente e capro espiatorio della follia dei suoi stessi parenti, ha continuato a suscitare nella comunità locale una profonda e commossa pietà.
*Documentarista Unical