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14/04/2026 ore 07.05
Attualità

Il delirio messianico di Trump, la risposta evangelica di Leone XIV e il cuore anticristico del falso cristianesimo

Il presidente Usa pubblica un'immagine generata dall'IA che lo ritrae in vesti cristologiche, con la mano destra posata sulla fronte di un malato disteso in un letto d'ospedale. Critiche feroci contro il Pontefice che replica: «Non ho paura di lui»

di Simone Tropea

Il 13 aprile 2026, lunedì dei giorni in cui il Risorto appare ai suoi discepoli, Donald Trump pubblica su Truth Social - il social che si chiama, guarda caso, “la verità” - un'immagine generata dall'intelligenza artificiale che lo ritrae in tunica bianca e manto rosso, la mano destra posata sulla fronte di un malato disteso in un letto d'ospedale, una luce soprannaturale che irradia dalla sua sinistra, un soldato e un'infermiera inginocchiati ai suoi piedi in atteggiamento adorante, sullo sfondo la bandiera americana, la Statua della Libertà, aquile e aerei da guerra in volo. Poco prima aveva scritto: “Papa Leone è DEBOLE sulla criminalità e terribile per la politica estera. Non voglio un Papa che pensi che sia giusto che l'Iran abbia un'arma nucleare. Non voglio un Papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti perché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, IN MODO SCHIACCIANTE. Se non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano. Leone dovrebbe darsi una regolata come Papa, usare il Buon Senso, smettere di compiacere la Sinistra Radicale e concentrarsi sull'essere un Grande Papa, non un Politico.”

Il contrasto tra la brutalità del registro e la solennità involontaria delle maiuscole rivela con precisione la grammatica del delirio. Nei giorni in cui il Risorto appare a Maria di Magdala, a Tommaso, ai discepoli di Emmaus, il potere si autoaffigge in tunica bianca sugli schermi del mondo intero, circondato da aquile e bombardieri: il sacro e la sua caricatura, affiancati senza distanza. Raramente la storia recente ha offerto un documento così eloquente di ciò che altrove abbiamo chiamato "religione del caos mondiale". Non c'è bisogno di commentare. Bisogna soltanto guardare.

Il delirio di Caligola e i falsi messia

Caligola fu il primo imperatore romano a pretendere di essere venerato come dio in vita, identificando la propria persona con Giove e facendosi rappresentare con gli attributi delle divinità olimpiche. La tradizione storiografica ci ha consegnato di lui l'immagine di un potere che ha perso il senso del proprio limite, che ha attraversato la soglia sottile tra l'autorità temporale e l'assolutezza del sacro. Non si tratta di una semplice sregolatezza personale: si tratta della struttura di un potere che, eliminato ogni contrappeso istituzionale e ogni riferimento trascendente capace di giudicarlo, non trova altra misura di sé che se stesso e si dilata fino a misura del cosmo.

Questa struttura - che i moderni tendono a rubricare come “sindrome narcisistica”, perdendone la portata teologica e politica - è esattamente ciò che Trump ha mostrato nel giro di quaranta minuti: prima l'attacco a un’autorità morale che aveva criticato la sua minaccia di sterminare un popolo, poi l'autopresentazione in vesti cristologiche. La sequenza non è casuale: è necessaria. È la logica interna del messianismo politico secolare: quando qualcuno osa ricordare al potere sacralizzato che esiste un ordine superiore al quale rispondere, il potere reagisce appropriandosene. Poiché non può sopprimere il sacro - radicato troppo profondamente nell'umano - lo incorpora. Si fa esso stesso sacro. Cesare si fa Dio.

Non è la prima volta. Nel maggio 2025, durante il periodo di sede vacante che ha preceduto l'elezione di Leone XIV, Trump aveva già diffuso un’immagine che lo ritraeva in abiti papali. Il gesto si ripete, si consolida, diventa insieme patologia e sistema: la costruzione metodica di una narrazione in cui Trump è il centro del mondo e ogni altra autorità - religiosa, morale, istituzionale - o gli è subordinata o è nemica.

La virgola che separa “critica il presidente degli Stati Uniti” da ciò che segue è altamente rivelatrice: Trump non distingue più tra la propria persona e la propria funzione, tra l'uomo e l'istituzione. Non sopporta la critica perché il presidente è lui, e lui - secondo una grammatica che non valeva certo per i suoi predecessori - è l'unto, l'eletto, il redentore. Qualunque voce che si levi a giudicarlo non è semplicemente un avversario politico: è un eretico. Fosse pure il Papa.

Ecco il cuore anticristico - nel senso teologico più preciso del termine - di questo apostolo moderno del falso cristianesimo che benedice armi, droni e violenza. L’anticristo, nella tradizione biblica e patristica, non è semplicemente il malvagio: è il sostituto, il contraffattore, colui che occupa il posto di Cristo usurpandone il linguaggio mentre ne rovescia la sostanza. Il cristianesimo autentico è il riconoscimento che solo Dio è assoluto e che ogni potere umano è relativo, limitato, giudicabile. Il falso cristianesimo - quello trumpiano ne è una forma spettacolare - usa il nome di Cristo per consacrare ciò che il cristianesimo ha smantellato: l’idolatria del potere, la sacralizzazione del capo, la pretesa che la volontà di un uomo coincida con la volontà di Dio.

“Non sono un politico”: Gesù davanti a Pilato

Leone XIV ha risposto ai giornalisti sul volo verso Algeri con parole di disarmante semplicità: “Non sono un politico. Parlo del Vangelo. Non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui.” Ha aggiunto che continuerà a schierarsi ad alta voce contro la guerra e che chi legge i messaggi di Trump può trarre le proprie conclusioni. Ha detto anche: “Non penso si possa abusare del Vangelo nel modo in cui alcune persone lo stanno facendo.”

Queste parole meritano di essere meditate con la stessa cura con cui si legge il Vangelo, perché riproducono con fedeltà quasi letterale la struttura del confronto paradigmatico tra Gesù e Pilato. Pilato interroga Gesù chiedendogli se sia il re dei Giudei. La risposta è lapidaria: “Il mio regno non è di questo mondo.” Pilato insiste: “Dunque tu sei re?” E Gesù: “Tu lo dici; io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce.” Pilato, rappresentante del potere che si misura in termini di forza, può soltanto rispondere con la domanda scettica che è il marchio di ogni pensiero che ha rinunciato: “Che cos’è la verità?”

Trump convoca il Papa davanti al proprio tribunale - quello della politica e dell’ordine militare, delle elezioni vinte in modo schiacciante - e pretende che si difenda, che si collochi nel campo degli amici o dei nemici. Leone si colloca su un piano di realtà che il potere politico, anche nella sua versione più sacralizzata, non riesce nemmeno a vedere. Non si astrae dal confronto - ha parlato dei conflitti in corso con più concretezza e più coraggio di Trump - ma sta su un piano di realtà che il potere politico non riesce nemmeno a percepire.

Nella veglia dell’11 aprile, Leone aveva denunciato “il delirio di onnipotenza che attorno a noi si manifesta sempre più imprevedibile e aggressivo” ed esortato i governanti: “Fermatevi! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!” Non ha nominato Trump. Non lo nominerà. La parola profetica non si rivolge a questo o quell’individuo: si rivolge alla struttura di un potere malato che chiunque può incarnare o rifiutare. Trump - come Pilato - è divenuto una figura, e questo rende il suo nome proprio irrilevante.

Trump si appropria di una funzione - quella del mediatore tra il divino e l’umano - e la tradisce nel momento stesso in cui la rivendica: chiunque debba affermare di essere il centro non è il centro, chiunque abbia bisogno di vestire i panni di Cristo rivela di non avere alcun rapporto con Lui. Il falso si riconosce sempre dall’eccesso, dall’enfasi, dalla necessità di proclamarsi.

Leone non rivendica nulla. Non si appropria di nessuna funzione messianica, non costruisce intorno a sé una narrazione salvifica. Dice semplicemente: non sono un politico, parlo del Vangelo, non ho paura. E proprio perché non rivendica la funzione profetica - niente proclami, niente immagini in costume, niente maiuscole - la realizza: è sé stesso, ed è il Papa.

Il falso cristianesimo e la sua grammatica

Nei giorni dell’attacco a Leone XIV, Trump si fa circondare da leader evangelici che impongono le mani su di lui pregando per la protezione divina sulle sue truppe, nel tentativo di legittimare con la religione un attacco armato. La sequenza è perfettamente coerente nella sua perversità: un uomo che si fa rappresentare in vesti cristologiche attacca il Papa perché quel Papa ha detto “basta con le guerre” e "basta con l'idolatria di sé stessi e del denaro.” Il falso Cristo perseguita il testimone del Cristo vero. Caifa e Pilato collaborano nella condanna.

La categoria di “anticristo” - teologicamente fondamentale, storicamente spesso abusata - richiede distinzioni. Non si tratta di demonizzare un individuo. Si tratta di riconoscere una struttura. Il falso cristianesimo trumpiano non è il peccato personale di Trump: è un sistema simbolico e politico che usa il nome di Cristo per consacrare ciò che Cristo condanna. La Beatitudine degli operatori di pace rovesciata in benedizione degli arsenali. Il “date a Cesare quel che è di Cesare” capovolto nel gesto di Cesare che si veste da Cristo.

Questo capovolgimento non è accidentale. È strutturale a quel cristianesimo evangelico bianco americano che ha identificato il proprio destino religioso con la potenza geopolitica statunitense, trasformando l’escatologia in ideologia. Quando i pastori evangelici presentano Trump come il “Ciro” dell’Antico Testamento - il re pagano scelto da Dio per liberare il suo popolo - compiono la stessa operazione del sionismo messianico che emulano e del khomeinismo sciita che pretendono di combattere: trasformano l’attesa trascendente in programma politico immanente, e il programma politico in mandato divino.

La grandezza di chi non ha paura

Leone XIV ha detto: “Non ho paura di lui.” Quattro parole. Non una dichiarazione di guerra, non una difesa istituzionale: la constatazione di un fatto interiore. La mancanza di paura, in chi non dispone di eserciti né di strumenti di pressione, è l'unica forma di libertà assoluta possibile. È la libertà di Socrate davanti all'Assemblea, di Tommaso Moro davanti a Enrico VIII, di Bonhoeffer davanti al nazismo. È la libertà di chi ha già risposto alla domanda fondamentale - a chi appartengo? - e la risposta non include il nome di nessun potere temporale.

“Non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui.” Non è un rifiuto aristocratico: è il rifiuto di accettare il terreno predisposto dall’avversario. Entrare in un dibattito politico con Trump significherebbe accettare che la misura del papato sia la fedeltà agli obiettivi geopolitici di una singola nazione, scendere dall’ordine dell'assoluto a quello del contingente, combattere su un terreno dove Trump ha tutti i vantaggi strutturali: i media, i social, la Casa Bianca, le aquile e gli aerei sullo sfondo delle immagini generate dall’intelligenza artificiale. Leone è sceso benissimo nella mischia - denunciando il riarmo e i morti innocenti - ma la mischia in cui scende è quella della verità, non quella della follia omicida. E la verità non ha bisogno di difendersi dai tribunali del potere. Ha bisogno soltanto di essere detta.

Penultima chiamata per l’Europa

Questa vicenda non è un incidente diplomatico né un episodio della crisi tra Vaticano e Casa Bianca. È la manifestazione più nitida di ciò che da tempo, in tanti, proviamo ad argomentare: che il nostro tempo è segnato da una confusione strutturale tra religione e politica, che questa confusione genera violenza, e che l’unica alternativa è la distinzione - difficile, costosa, sempre minacciata - tra ciò che appartiene all’ordine di Cesare e ciò che appartiene all’ordine di Dio.

Trump ha mostrato, con una franchezza che quasi merita gratitudine intellettuale, dove porta il messianismo politico: a un uomo che si ritrae come Cristo mentre accusa il Papa di non essere abbastanza americano, alla fusione tra la bandiera e la croce, tra gli aerei da guerra e la luce divina. Porta - per usare il linguaggio della tradizione cristiana che Trump dichiara di rappresentare - all’idolo.

Leone XIV ha mostrato cosa significa non avere paura del potere sacralizzato: rimanere fermi nel proprio ordine, rifiutare la giurisdizione del tribunale sbagliato, continuare a dire ciò che si è chiamati a dire senza abbassare la voce né modificare il messaggio in funzione di chi minaccia.

“Sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità. Chi è dalla verità ascolta questa voce.” Chi non è dalla verità non può ascoltarla. Può soltanto attaccarla, vestirsi dei suoi simboli per svuotarla. Ma il sacro di cui si appropria il potere non è il sacro: è la sua caricatura generata dall’intelligenza artificiale. E le caricature non rendono testimonianza alla verità.

Duemila anni fa, un condannato a morte ha detto al governatore romano: il mio Regno non è di questo mondo. Il governatore se ne è lavato le mani. Noi non possiamo farlo. Perché l'impero è caduto, ma la parola di quel condannato è rimasta.

Chi è dalla verità ascolta la voce dei condannati a morte e non quella dei carnefici. Cho è dalla verità non combatte contro un uomo che delira, ma contro un sistema che perverte e scimmiotta il nome di Dio per continuare a speculare sul dolore degli uomini.

Chi sia davvero Trump ormai l’abbiamo visto. Abbiamo visto anche chi è il Papa. Qui davvero non resta che dire: “ognuno tragga la sue conclusioni”.