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22/06/2026 ore 11.30
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Il format LaC “Parliamo di mafie” sbarca a Parigi e diventa un monologo teatrale: «Se il pubblico rimane incollato alla sedia, la sfida sarà vinta

Il pm Andrea Apollonio e la scrittrice Mariangela Rosato portano il 23 giugno nella capitale francese il monologo sulle mafie storiche: «Anche altrove sta crescendo la percezione della loro presenza e del loro radicamento»

di Redazione Attualità

Da magistrato a narratore, senza mai smettere di essere l'uno e l'altro. Andrea Apollonio, pubblico ministero impegnato quotidianamente nel contrasto alla criminalità organizzata, è anche l'ideatore di “Parliamo di mafie, il format televisivo targato LaC scritto insieme alla coautrice Mariassunta Veneziano e con la regia di Andrea Laratta che ricostruisce la storia delle quattro mafie storiche italiane.

"Parliamo di mafie” è già stato oggetto di un importante convegno all’Università della Calabria con il professor Giancarlo Costabile e destinato agli studenti di Pedagogia dell’Antimafia, dove ha partecipato l’editore del network LaC Domenico Maduli che ha parlato a circa 300 studenti sull’importanza di lottare uniti, tutti insieme, contro la criminalità organizzata e contro ogni forma di mafia.

Un progetto che oggi si trasforma in qualcosa di più: un monologo teatrale pronto a debuttare il 23 giugno a Parigi, nella prestigiosa cornice de "La libreria", con la partecipazione della scrittrice Mariangela Rosato. Lo abbiamo intervistato per capire come cambia il racconto delle mafie quando lascia gli studi televisivi per salire sul palco, e perché portarlo anche oltre i confini nazionali.

Dottor Apollonio, "Parliamo di mafie" nasce per raccontare l’evoluzione delle mafie italiane, in un format televisivo, ma sta assumendo sempre più la forma di un progetto culturale itinerante. Si aspettava una risposta così ampia da parte del pubblico e delle istituzioni culturali?
Per il momento posso dire di avere riscontrato molto interesse, anche se siamo all'inizio di questo percorso. Il racconto delle quattro mafie italiane è una storia difficile da raccontare, la storia più drammatica per il nostro Paese, ma anche la più avvincente, perché la lotta alle mafie è stata portata avanti da magistratura, forze dell'ordine, amministratori pubblici, giornalisti, esponenti della società civile, e ciascun protagonista di questa lotta, alcuni rimasti sul campo, ha dietro una storia luminosa, avvincente appunto.…
È insomma il racconto più difficile perché vuol dire condurre a sintesi un patrimonio di fatti, drammi e vittorie enorme, tutto in poco più di un'ora di monologo: se la risposta del pubblico è positiva, lo vedremo nei prossimi mesi. Comunque, l'impegno mio e della coautrice del monologo, Mariassunta Veneziano che già è stata protagonista del format televisivo, è stato massimo, e continuerà ad esserlo.

Le quattro mafie sono quindi diventate un monologo. Come cambia il racconto della criminalità organizzata quando si passa dalla televisione al palcoscenico e quali nuove emozioni o riflessioni vorrebbe suscitare negli spettatori?
Il passaggio dalla televisione al pubblico dei teatri, dei centri culturali e di formazione, o perché no, delle piazze, segna la vera sfida di questo progetto. Negli studi televisivi si dispone del tempo, si taglia e si cuce, si aggiungono immagini, il suono associato al racconto genera emozioni nello spettatore, che conserva la libertà di stoppare il programma e riprerne la visione. Nel format televisivo, inoltre, abbiamo chiesto a illustri ospiti di darci la loro visione del fenomeno mafioso.
Dal vivo non c'è nulla di tutto questo. Ci siamo solo noi, e solo il racconto che fa leva sulla sola forza della voce, senza suoni né immagini. Solo racconto, che comincia e finisce passando per un prologo, quattro atti, ed un epilogo. La grande sfida è questa: utilizzare la tecnica antichissima del racconto e trasmettere così non solo emozioni, ma l'idea di quello che è successo in Italia, e sta accadendo ancora. Se il pubblico rimane incollato alla sedia, la sfida sarà vinta...

Da magistrato impegnato quotidianamente nel contrasto alle più varie forme di criminalità organizzata, perché ha sentito l’esigenza di trasformare la sua esperienza professionale in un racconto destinato al grande pubblico e agli studenti?
Il lavoro del pubblico ministero inizia e finisce dentro il procedimento. Per quanto la vicenda sia complessa, e abbia molti soggetti coinvolti e collegamenti con altri mondi, il suo lavoro non può mai andare oltre questi confini: non può mai essere un lavoro rivolto all'opinione pubblica, ai giovani, alla progressione culturale del Paese. Se il magistrato, come ogni altro cittadino, che ricopra o meno funzioni pubbliche, vuole dare un contributo in questo senso, allora deve seguire una via diversa. In questo caso, grazie a LaC, abbiamo reso fruibile al grande pubblico una storia enorme, ed enormemente complessa, quale quella delle quattro mafie storiche italiane, attraverso un format televisivo, disponibile anche on-demand. Come dicevo prima, portare in scena il monologo è la prosecuzione di questo percorso, ed è una tappa ancora più sfidante.

Durante l’incontro all’Università della Calabria avete dialogato con gli studenti di Pedagogia dell’Antimafia. Che cosa l’ha colpita maggiormente nel confronto con le nuove generazioni e quale ruolo può avere la formazione nella lotta alle mafie?
Gli anziani che ascoltano questa storia chiudono gli occhi e la rivivono con i propri ricordi personali, i giovani chiudono gli occhi e la immaginano, emozionandosi perché a volte la sentono per la prima volta. È in loro che la coscienza è incisa di più col racconto, ed è a loro che dobbiamo raccontarla. Avere presentato questo progetto all'Università della Calabria ha avuto questo significato ed il confronto con gli studenti mi è sembrato molto proficuo. Per non cadere nella retorica di una storia che spesso si ricorda e celebra senza conoscerla davvero, io e Mariassunta crediamo che occorrano linguaggi e forme nuovi per raccontare le mafie: un racconto che sia più immediato ma non per questo più semplificato. È stato faticoso elaborare il monologo soprattutto per questa necessaria sintesi che dovevamo raggiungere. Il primo riscontro con gli studenti dell'Università della Calabria è stato molto positivo, ma il viaggio è solo all'inizio.

Ecco appunto. Il progetto si prepara ad arrivare a Parigi (il monologo verrà messo in scena il 23 giugno a "La libreria", importante centro culturale della capitale francese) e guarda anche alla dimensione internazionale. Perché è importante raccontare le mafie anche fuori dai confini nazionali?
All'estero, e soprattutto in Francia e Germania, l'interesse per l'argomento è altissimo. Si vuole capire di più del fenomeno mafioso perché si ha la percezione che le mafie si stiano integrando anche nei loro territori. E la percezione è corretta, se si pensa a quanto i capitali illeciti mafiosi possano stravolgere le economie locali, anche straniere, una volta impiegati nell'imprenditoria: il mercato risulta compromesso, e nessuno spara un colpo, nessuno muore: ecco perché non ne parla nessuno. Però lo si sa. Credo che questo monologo, proprio perché questi strumenti culturali e conoscitivi sono molto richiesti, verrà messo in scena non solo a Parigi, ma anche in altre città europee. E ovviamente, mi auguro, anche nel nostro Paese.

E in Calabria quando ritorna?
Torno il 3 luglio a Soveria Mannelli per il Festival del Lavoro, organizzato anche dall'editore Rubbettino, che è il mio editore da oltre dieci anni: un mio riferimento, ma anche un riferimento per la Calabria, con la sua proiezione nazionale. Porto lì il mio punto di vista sulla mafia dei pascoli: che non è una mafia "storica" (quelle che racconto nel monologo), ma una mafia "nuova", che si collega ad una dinamica criminale relativamente nuova. Come vedete, la storia delle mafie non è certo finita...