Il lavoro silenzioso del Sai Vallefiorita per i più fragili: «Con tempo e pazienza ridiamo fiducia a chi è in difficoltà»
Un impegno che non si accende solo nel tempo delle feste, ma che attraversa l’intero anno, lontano dai riflettori, dove la solidarietà smette di essere retorica e diventa presenza costante. Ecco l’esperienza di Natalia Devito, collaboratrice della Fondazione Città Solidale
C’è un lavoro che non conosce stagioni, né ricorrenze. Non vive di luci, non cerca applausi. È un lavoro quotidiano, che si misura nel tempo lungo dell’ascolto e della fiducia. Natalia Devito, originaria di Amaroni – nel Catanzarese – ne è testimone. Assistente sociale, oggi opera all’interno del progetto SAI Vallefiorita gestito dalla Fondazione Città Solidale, una realtà profondamente radicata nel territorio calabrese, che da anni si occupa di accoglienza, inclusione e tutela delle persone più fragili attraverso oltre venti strutture socio-assistenziali e numerosi progetti attivi.
Nel suo lavoro quotidiano, Natalia accompagna i beneficiari del progetto (attualmente 16, suddivisi in 3 nuclei familiari) in percorsi individualizzati verso l’autonomia. Un’attività fatta di progettazione condivisa, monitoraggio costante, colloqui e confronto continuo con l’équipe multidisciplinare, con l’obiettivo di promuovere inclusione sociale e lavorativa nel pieno rispetto della dignità della persona.
Natalia, quali sono gli aspetti più complessi del tuo lavoro?
«Gli aspetti più complessi riguardano principalmente la gestione dei bisogni articolati e diversificati dei beneficiari, spesso segnati da vissuti di vulnerabilità, fragilità personali e percorsi migratori complessi. Affrontare queste situazioni richiede un ascolto attento e sensibile, una valutazione multidimensionale dei bisogni e la capacità di progettare interventi flessibili, in grado di adattarsi all’evoluzione delle condizioni individuali».
C’è qualcosa che le persone non immaginano sul tuo lavoro?
«Non si tratta solamente di offrire supporto pratico, ma di elaborare percorsi personalizzati capaci di rispondere ai bisogni specifici di ciascuna famiglia, tenendo conto delle loro esperienze, fragilità e potenzialità. Ogni intervento richiede capacità di mediazione, flessibilità e una gestione di contesti emotivamente complessi. È un lavoro spesso poco visibile dall’esterno, ma con un impatto concreto e significativo».
Come si costruisce un rapporto di fiducia con le persone accolte?
«Costruire un rapporto di fiducia è una delle sfide più delicate e significative. È un processo che richiede tempo, pazienza e costanza, perché ogni beneficiario porta con sé un vissuto unico. Per instaurare un legame di fiducia è fondamentale dimostrare disponibilità, rispetto, coerenza e trasparenza, mostrando concretamente che il nostro ruolo è di supporto e accompagnamento».
C’è un incontro che ti ha particolarmente colpita?
«Il percorso di ricongiungimento familiare di una beneficiaria ivoriana con sua figlia, rimasta in Costa d’Avorio. Non si vedevano da circa sei anni. Per circa un anno abbiamo seguito con costanza e impegno l’intero processo, affrontando insieme le complessità burocratiche, emotive e organizzative. A dicembre, finalmente, madre e figlia si sono incontrate e la ragazza è stata inserita nel progetto. È stato un momento molto significativo, perché ha reso tangibile l’impatto del nostro lavoro sulla vita delle persone».
Quali sono le difficoltà principali che affrontate come operatori?
«Gli aspetti burocratici e logistici. Le lunghe attese per il rilascio dei documenti spesso rallentano l’avvio di percorsi fondamentali come l’inserimento scolastico o lavorativo. Inoltre, operando in un piccolo comune, le limitate possibilità di trasporto riducono l’accesso a opportunità formative e occupazionali. Questo richiede una costante capacità di pianificazione e creatività da parte dell’équipe».
Ritieni sia necessario fare dei cambiamenti nel sistema dei servizi socialmente utili?
«Ritengo necessari interventi di miglioramento costante. Il settore sociale non può essere inquadrato in schemi rigidi, perché è un ambito in continua evoluzione. È fondamentale adottare un approccio flessibile e orientato all’innovazione, capace di rispondere in modo efficace e tempestivo ai bisogni emergenti delle persone e del territorio».
E durante le feste?
«Con l’arrivo delle festività, il nostro impegno si fa ancora più intenso. La Fondazione promuove iniziative che permettono di ricreare un clima familiare all’interno delle strutture, abbattere il senso di isolamento e rendere questo periodo più umano. Ogni struttura organizza momenti di condivisione, mettendo al centro il calore delle relazioni e la dignità di ogni persona accolta».
Il percorso di Natalia Devito nasce dallo studio e dall’esperienza sul campo. Dopo la laurea triennale in Servizio Sociale all’Università Roma Tre e l’abilitazione professionale, Natalia ha conseguito la laurea magistrale in Scienze delle Politiche e dei Servizi Sociali all’Università della Calabria. I tirocini e il confronto diretto con situazioni di vulnerabilità (come l’esperienza presso la struttura "Il Rosa e l’Azzurro", dedicata all’accoglienza di donne in situazioni di disagio socio-familiare ed economico, vittime di violenza e/o maltrattamenti) hanno dato forma a una scelta che non è solo professionale, ma anche profondamente umana.
È in questo equilibrio sottile tra competenza e umanità che si misura l’efficacia di un lavoro come quello svolto da Natalia Devito e dagli operatori della Fondazione Città Solidale. Un lavoro retto dalla formazione continua, dalla capacità di leggere i contesti e progettare risposte concrete, ma soprattutto dalla premura verso le persone, considerate non come numeri o pratiche, bensì come storie da accompagnare con rispetto e attenzione.