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17/04/2026 ore 16.51
Attualità

Il mercato della complicità: all'Unical il professor Rocco Sciarrone e l'anatomia di una legalità a geometria variabile

Nella lectio magistralis alla Scuola superiore di Scienze delle Amministrazioni pubbliche il docente ribadisce che la ’ndrangheta non è una setta di oscurantisti ma un’élite di mediatori. E che per sconfiggerla dobbiamo ripensare il nostro modo di stare insieme 

di Gianfranco Donadio*

C’è un’immagine che più di ogni altra restituisce il senso del lavoro del professor Rocco Sciarrone oggi all’Università della Calabria. Non è quella delle manette, ma quella di una stretta di mano in un ufficio tecnico o in un retrobottega anonimo. Il Magnifico rettore Gianluigi Greco ha aperto la sessione con i crismi del protocollo, ma il cuore della Lectio Magistralis ha subito virato altrove, lontano dalle astrazioni del diritto, per affondare le mani nella materia viscosa dei comportamenti umani. Perché la ’ndrangheta, prima di essere un codice penale, è un sistema di regolazione sociale che prospera laddove lo Stato non riesce a farsi comunità.

In Calabria, la mafia non è un’anomalia della storia, ma un pezzo della sua struttura molecolare. Sciarrone evita la trappola del folklore criminale. Non descrive una setta di oscurantisti, ma un’élite di mediatori. Il potere mafioso qui non si manifesta come un’imposizione esterna, ma come un’offerta di ordine in un contesto di incertezza. È un’antropologia della prossimità. Il boss non è il mostro sotto il letto, è quello che risolve un contenzioso edilizio, che accelera una pratica, che garantisce che quel determinato cantiere non avrà intoppi.

Questa capacità di stare dentro le pieghe del quotidiano rende i confini della legalità non solo mobili, ma quasi invisibili.

Il concetto di legalità, analizzato sotto la lente di Sciarrone, perde la sua rigidità marmorea. Diventa una risorsa manipolabile. Esiste una legalità “formale”, scritta sui codici, e una legalità “pratica”, quella che la gente esperisce ogni giorno. Il dramma si consuma nello scarto tra le due. I confini si spostano perché l'agire mafioso si è infiltrato nelle zone grigie dell'amministrazione e dell'economia legale. Non assistiamo a un’invasione, ma a una simbiosi. Il mafioso offre capitali e protezione, mentre l’imprenditore o il politico offre accesso ai circuiti ufficiali. È un gioco a somma positiva per i contraenti, ma a somma zero per la collettività.

L’area grigia non è un limbo, è un mercato. È il luogo dove si scambia capitale sociale. Qui l’osservazione antropologica si fa spietata, perché non c’è bisogno di affiliazione rituale per essere funzionali al sistema ’ndranghetista. Basta il silenzio, la convenienza, o la semplice accettazione di una scorciatoia. Questa zona d’ombra è abitata da professionisti, burocrati e uomini d’affari che non si sentono criminali. Anzi, spesso si percepiscono come soggetti pragmatici che "fanno girare l'economia". È questa percezione deformata del limite che permette alla ’ndrangheta di radicarsi anche lontano dalla Calabria, portando con sé non solo il crimine, ma un modello di relazioni basato sulla reciprocità deviata.

L’antimafia, in questo quadro, non può essere ridotta a un esercizio di testimonianza o a una sfilata di gonfaloni. Se la mafia è un sistema di relazioni, l’antimafia deve essere una rottura di quegli stessi legami. Sciarrone spinge l’analisi verso un’azione che sappia intervenire sui meccanismi di consenso e sulla convenienza dello stare nelle regole. Il problema non è solo punire il colpevole, ma rendere l’agire illegale socialmente ed economicamente costoso. Finché la scorciatoia mafiosa sarà percepita come più efficiente della via maestra dello Stato, il confine continuerà a oscillare pericolosamente.

La lezione che resta, una volta spenti i microfoni alla Scuola Superiore di Scienze delle Amministrazioni Pubbliche del Dipartimento di Scienze Politiche, è che la lotta alla ’ndrangheta non è una guerra tra “noi” e “loro”, ma una tensione costante dentro le nostre stesse istituzioni e i nostri modi di stare insieme. Il potere mafioso è un parassita che ha bisogno di un ospite sano per prosperare; si nutre della nostra stanchezza civile, della burocrazia inefficiente, della fame di risposte rapide. Guardare ai confini mobili della legalità significa, in fondo, guardare allo specchio la fragilità delle nostre democrazie, dove il confine tra il diritto e il favore è diventato sottile come un capello, e altrettanto facile da spezzare.

*Documentarista Unical