Il mondo in guerra, monsignor Checchinato: «È una sconfitta, la Chiesa non può essere neutrale di fronte al male»
L’arcivescovo di Cosenza ricorda Papa Francesco: «È stato un grande profeta e purtroppo la sua lettura si mostra drammaticamente realistica. C’è sempre più difficoltà nel lento cammino della pace che aveva intrapreso»
Nel 1965, davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite, Paolo VI lanciò il celebre grido a 20 anni dalla fine della seconda guerra mondiale: «Jamais plus la guerre, jamais plus la guerre!».
Purtroppo la guerra non è mai finita. È ovunque da sempre. Ed oggi è tornata prepotentemente al centro dell’azione di tanti Stati. Con il grave rischio che ci si abitui alla violenza, all’odio, alla distruzione. Sta diventando normalità.
In questo tempo attraversato da guerre diffuse, la riflessione della Chiesa richiama la responsabilità morale dei popoli e dei governanti davanti al dramma dei conflitti. Monsignor Gianni Checchinato offre una lettura profonda delle radici della guerra e delle vie possibili per costruire la pace, per educare alla pace, per tornare al dialogo, alla responsabilità. Disarmando le parole.
Abbiamo intervistato l’arcivescovo di Cosenza.
Monsignore, mentre nuovi terribili conflitti si accendono e altri si aggravano, sembra che la guerra sia tornata a essere considerata uno strumento normale della politica internazionale. Stiamo assistendo a una sconfitta morale dell’umanità?
«Quando si attiva una guerra è sempre una sconfitta. È una sconfitta morale, ma ancora di più una sconfitta dell’umanità stessa. La soluzione dei conflitti attraverso la guerra è una soluzione falsa, dovuta alla terribile tentazione che il male possa essere vinto dal male. Ce lo ricordava il cardinale Pizzaballa lo scorso 12 febbraio, nell’omelia per la Festa del Pilerio, quando riferiva dell’odio sempre più potente e pervasivo che il conflitto israelo-palestinese ha generato nel cuore degli israeliani e dei palestinesi. Nessun male è capace di vincere il male. Inoltre ce lo ricordava, dopo il secondo conflitto mondiale, Hannah Arendt quando scriveva: “La guerra non restaura diritti, ridefinisce poteri”».
Papa Francesco ha parlato per anni di una “terza guerra mondiale a pezzi”. Oggi, davanti a guerre diffuse e permanenti, quella profezia appare tragicamente realizzata?
«Papa Francesco è stato un grande profeta e purtroppo la sua lettura si mostra drammaticamente realistica. Scriveva in Fratelli tutti: “La guerra non è un fantasma del passato, ma è diventata una minaccia costante”. Il mondo sta trovando sempre più difficoltà nel lento cammino della pace che aveva intrapreso e che cominciava a dare alcuni frutti. Poiché si stanno creando nuovamente le condizioni per la proliferazione di guerre, ricordo che “la guerra è la negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente. Se si vuole un autentico sviluppo umano integrale per tutti, occorre proseguire senza stancarsi nell’impegno di evitare la guerra tra le nazioni e tra i popoli”» (256-257).
Nel 1965, davanti alle Nazioni Unite, Paolo VI lanciò il celebre grido: “Mai più la guerra”. Perché, nonostante quell’appello rimasto nella storia, il mondo continua a scegliere la violenza invece del dialogo?
«”Jamais plus la guerre, jamais plus la guerre!”» gridava Paolo VI all’Assemblea dell’Onu, a vent’anni dalla conclusione del secondo conflitto mondiale e nel pieno della guerra americana in Vietnam. E sembrava davvero cresciuto un clima che desiderava la pace, e su più versanti nascevano e crescevano modi di pensare pacifisti. Poi, piano piano, continuando a crearsi condizioni di sperequazione sociale ed economica, a causa di un sistema economico fallimentare e con la gestione del potere sempre più condizionata da logiche di mercato, la possibilità di costruire la pace per il benessere di tutto il mondo è man mano svanita».
Molti leader parlano di sicurezza e deterrenza militare, ma sempre meno di riconciliazione. La pace oggi è diventata un’utopia o resta una responsabilità concreta delle nazioni e dei popoli?
«La pace resta responsabilità delle nazioni e dei popoli, che possono costruirla gettando semi di pace, perché le guerre non nascono poco prima che si consumino, ma hanno lunghe gestazioni alimentate dal sospetto reciproco, dalla brama di possedere senza limiti, da un potere violento e spavaldo che se ne infischia del diritto internazionale, da una guerra sotterranea ma altrettanto efficace che si avvale dei social media per instillare l’odio attraverso la pubblicazione sistematica di fake news, dalle polarizzazioni della politica incapace di confronti seri che abbiano contatto con il dato di realtà. Il cardinale Parolin, segretario di Stato del Vaticano, affermava stamani in un’intervista a Vatican News: “È venuta meno la consapevolezza che il bene comune giova davvero a tutti, che cioè il bene dell’altro è un bene anche per me; pertanto la giustizia, la prosperità e la sicurezza si realizzano nella misura in cui tutti possono beneficiarne. Questo principio sta alla base della creazione del sistema multilaterale o di un progetto audace, come quello dell’Unione Europea. Questa consapevolezza si è affievolita, facendo crescere l’appetito per i propri interessi”».
Le guerre moderne colpiscono soprattutto civili, bambini e famiglie innocenti. Che ruolo possono avere le comunità cristiane e le Chiese locali nel costruire una cultura della pace dal basso?
«Le Chiese sono innanzitutto vicine alle vittime per scelta evangelica: non possono non farsi carico delle fatiche degli ultimi, coloro che subiscono le ingiustizie della storia in maniera pesante e moltiplicata rispetto a quanti possono dire il proprio pensiero o fare qualcosa per fermare le guerre. Gli ultimi non hanno voce e le Chiese devono prestare la voce, ricordando a se stesse, come ebbe a dire il cardinale Lercaro il 1° gennaio 1968: “La Chiesa non deve far mancare il suo giudizio dirimente sui maggiori comportamenti collettivi e su quelle decisioni supreme dei responsabili del mondo che possano coinvolgere tutti in situazioni sempre più prossime alla guerra generale e che possano, a un tempo, confondere le coscienze proponendo false interpretazioni della pace o false giustificazioni della guerra e dei suoi metodi più indiscriminatamente distruttivi”. Ma la Chiesa non può essere neutrale di fronte al male, da qualunque parte venga: la sua via non è la neutralità, ma la profezia, cioè il parlare in nome di Dio, la Parola di Dio. Pertanto, nell’umiltà più sincera, nella consapevolezza degli errori commessi nella sua politica temporale del passato, nella solidarietà più amante e più sofferta con tutte le nazioni del mondo, deve tuttavia portare su di esse il suo giudizio; deve — secondo la parola di Isaia ripresa dall’evangelista san Matteo (Mt 12,18) — annunziare il giudizio alle nazioni».
Davanti alla diffusione dell’odio, della propaganda e della disumanizzazione del nemico, quale educazione alla pace dovrebbe essere trasmessa alle nuove generazioni?
«La nota pastorale Educare a una pace disarmata e disarmante dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Conferenza Episcopale Italiana, lo scorso 5 dicembre, annotava: “Alla violenza non possiamo assuefarci; non possiamo accettare che essa divenga parte di una normalità in cui sia abituale anche la guerra. Non possiamo accettare la diffusione di culture violente nello sport, nel linguaggio della politica, nella quotidianità di tanti giovani (dai fenomeni di bullismo alla criminalità delle baby gang). Non possiamo accettare la presenza pesante della criminalità organizzata in tante aree del territorio nazionale”. Un’educazione alla pace dovrà partire anche da qui: da una resistenza al negativo che si annida nelle relazioni più fondamentali e deborda in ogni ambito, rischiando di diventare cultura dominante. Educare ed educarci alla pace significherà imparare a guardare in modo diverso ai conflitti, realtà che appartengono alla quotidianità umana ma da gestire con saggezza, perché non siano occasioni di insorgenza della violenza ma di crescita in umanità. È una sfida che investe anche la cura di sé e del proprio sentire: che cosa significa “disarmo del cuore”? Come imparare a gestire la rabbia senza lasciarla prevalere? Essa tocca le relazioni familiari e sociali e interessa la comunicazione nello spazio pubblico, nella politica e nei mondi social. Occorre allora ritrovare l’ispirazione che Francesco d’Assisi attingeva alla stessa persona di Gesù, esprimendola nel saluto di pace affidato ai suoi frati. Occorre riprendere la tradizione di nonviolenza che il pastore battista Martin Luther King aveva appreso alla scuola del Mahatma Gandhi. Occorre soprattutto cambiare rotta, per dar corpo alla speranza di pace che sta al cuore delle Scritture».
Monsignore, se oggi potesse rivolgere un messaggio ai governanti del mondo in guerra, quale sarebbe il suo appello affinché l’umanità non precipiti in un conflitto globale irreversibile?
«Ricorderei prima di tutto le parole di Gesù: “Quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?” (Lc 9,25). E poi le parole dello scrittore Bertolt Brecht, che amaramente descriveva gli effetti della guerra: “Avevo un fratello aviatore. Un giorno arrivò la cartolina. Fece i bagagli e via, lungo la rotta del sud. Mio fratello è un conquistatore. Il popolo nostro ha bisogno di spazio; e prendersi terre su terre, da noi, è un vecchio sogno. E lo spazio che s’è conquistato è sui monti del Guadarrama: è di lunghezza un metro e ottanta e uno e cinquanta di profondità”».
Dopo questo dialogo profondo e per certi aspetti drammatico con l’arcivescovo di Cosenza, la conclusione non può che essere una sola: la guerra è morte, è buio totale. È la fine dell’umanità. E come diceva Martin Luther King: «L’oscurità non può scacciare l’oscurità: solo la luce può farlo. L’odio non può scacciare l’odio: solo l’amore può farlo». La guerra non porta altro che altra guerra, morte, distruzione.
«La guerra è una follia» diceva papa Francesco. La pace è la sola risposta.