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26/02/2026 ore 06.15
Attualità

Il naufragio di Cutro tre anni dopo: una tragedia che si ripete ogni giorno nel Cimitero Mediterraneo

Dalla morte di almeno 94 migranti è cambiato poco: dall’inizio del 2026 sono più di 500 i decessi e un migliaio i dispersi. Emergency e Arci denunciano le politiche del governo che disumanizza le vite degli stranieri: «Responsabilità politiche per i mancati salvataggi»

di Redazione Cronaca

Sono trascorsi tre anni dalla notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, quando sulla spiaggia di Steccato di Cutro, in provincia di Crotone, la Summer Love, imbarcazione con a bordo decine di persone, si schiantò a pochi metri dalla riva. Tre anni e – sottolineava pochi giorni Medici Senza Frontiere – nulla è cambiato.

La tragedia provocò la morte accertata di 94 persone e il destino incerto di decine di dispersi, segnando una delle pagine più tragiche della recente storia italiana. Tra le vittime c’erano 35 bambini, la cui morte avrebbe forse potuto essere evitata se la priorità non fosse stata quella del controllo di polizia sull’evento, piuttosto che del salvataggio.

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Lo ripetono i familiari delle vittime, lo ricorda Emergency: «Non possiamo e non vogliamo dimenticare le 94 morti accertate e i dispersi del naufragio di Steccato di Cutro, né che quella strage avvenuta prima dell’alba del 26 febbraio 2023 si sarebbe potuta evitare. Quella notte di tre anni fa non venne attivato nessun piano di ricerca e soccorso e il caso del caicco Summer Love fu trattato come un’operazione di polizia per la protezione delle frontiere. Per questo non si può parlare di tragica fatalità, ma di gravi negligenze».

Pochi giorni dopo la tragedia, il Consiglio dei Ministri si riunì a Cutro e approvò un Decreto Legge (DL 20/2023), un provvedimento d’urgenza che, come evidenzia l’Arci, «rappresentò un altro regalo ai trafficanti di cui la presidente del Consiglio aveva straparlato in quella occasione, dicendo di volerli perseguire in tutto il "globo terracqueo"».

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Un gesto che evidenziava la distanza tra le parole di solidarietà e la realtà politica: non venne infatti compiuto alcun atto di vicinanza verso le famiglie delle vittime, i superstiti o i parenti arrivati da tutto il mondo, né furono deposti fiori sulle 94 tombe nel Palazzetto dello Sport di Crotone. «Si è trattato di un atto esplicito di disumanizzazione da parte di un governo che considera le vite delle persone di origine straniera, in fuga da violenze e persecuzioni, come vite a perdere, sacrificabili sull’altare della propaganda», denuncia Arci.

Il naufragio e le responsabilità legate ai mancati soccorsi sono oggi al centro di un processo penale presso il Tribunale di Crotone, aperto a fine gennaio 2026, con udienze programmate proprio nei giorni dell’anniversario della strage. Sono imputati quattro rappresentanti della Guardia di Finanza e due della Guardia Costiera, per omicidio colposo plurimo e naufragio colposo. Come sottolinea Emergency, «un procedimento in cui ci siamo costituiti parte civile, insieme ad altre Ong impegnate in attività Sar e nella tutela dei diritti delle persone migranti, per sostenere la richiesta di giustizia di sopravvissuti e familiari delle vittime e riaffermare gli obblighi giuridici superiori e non negoziabili previsti dal diritto internazionale per evitare che tragedie simili si possano ripetere in futuro».

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La dinamica della strage e le successive politiche italiane ed europee mostrano una coerenza inquietante: la protezione dei confini ha sistematicamente prevalso sul salvataggio di vite in mare. «Le istituzioni dovrebbero rivedere le politiche migratorie adottate sinora, improntate alla difesa dei confini invece che alla tutela dei diritti fondamentali a cominciare da quello alla vita», sottolinea Emergency. Pratiche come l’assegnazione di porti distanti, il divieto indiretto di soccorsi multipli, le sanzioni e le detenzioni prolungate delle Ong, la collaborazione con Paesi terzi che violano i diritti umani, e l’adozione della dottrina dei “Paesi terzi sicuri”, hanno contribuito a rendere sempre più pericolosa la traversata del Mediterraneo centrale.

Arci evidenzia che, nonostante la drammaticità della tragedia, il governo di destra ha continuato a privilegiare la propaganda e l’ideologia sulla vita delle persone: «Non dimentichiamo le responsabilità politiche per il mancato salvataggio, ancor prima di quelle penali. Non dimentichiamo la vergogna di un Decreto Legge fatto contro il diritto d’asilo e contro i diritti umani e a favore dei trafficanti di persone».

Tre anni dopo, le morti in mare continuano: solo nel 2026, sulla rotta del Mediterraneo centrale, sono stati registrati almeno 503 decessi secondo l’Oim, senza contare circa mille dispersi stimati da Refugees in Libia, un dato in crescita rispetto alle 1.330 vittime del 2025.

La strage di Cutro è un monito: se non si cambia rotta, i governi italiani ed europei continueranno a trasformare in tragedia le traversate di chi fugge da conflitti, persecuzioni e miseria. Ricordare significa anche denunciare le responsabilità politiche che hanno reso possibile questa mattanza e chiedere che le vite dei migranti smettano di essere considerate sacrificabili sull’altare della propaganda. Tre anni dopo Cutro, il messaggio è chiaro: se non si cambiano le politiche, la storia rischia di ripetersi.

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