Il portafoglio non mente mai: il conto delle promesse (sovraniste) tradite tra pensioni, tasse e caro carburanti
La campagna elettorale è una giostra permanente dove si vendono sogni a buon mercato a un pubblico sempre più stanco e impoverito. Ma prima di lasciarsi incantare dal prossimo imbonitore, basterebbe mettersi la mano in tasca e farsi due conti
Il portafoglio non mente mai. È un oggetto piccolo, consunto agli angoli, stampato dal peso della tasca posteriore dei pantaloni. Quando lo apri in cassa, la superficie di pelle consumata non risponde agli slogan dell’ultima campagna elettorale, né si piega ai grafici rassicuranti proiettati nei talk show della sera. Racconta una storia esatta, fatta di cifre che scendono e di scontrini che si allungano.
Ci avevano detto che la legge Fornero sarebbe stata spazzata via con un colpo di penna, eppure nel 2028 per varcare la soglia della pensione serviranno altri tre mesi di attesa. Non solo: il Trattamento di Fine Rapporto, quei soldi sudati anno dopo anno che una volta servivano a respirare o a comprare casa ai figli, rischia di finire dritto nelle pance delle banche e dei fondi assicurativi per puntellare una copertura previdenziale che lo Stato non riesce più a garantire. Una partita di giro, un regalo impacchettato per i soliti noti con le tasche degli altri. Nel frattempo, sul piazzale della stazione di servizio, la pistola del diesel continua a scattare prima del solito. L’illusione di cancellare le accise si è scontrata con la realtà di un rifornimento che costa sempre di più.
È la grammatica della politica italiana, un teatro di posa dove si recita a soggetto mentre i conti pubblici affondano. Ci si riempie la bocca di riduzione della pressione fiscale, garantendo che saremmo scesi sotto la soglia psicologica del 40%, ma la calcolatrice dice 43,1%. Una forbice che taglia le gambe al ceto medio. Si parla di utilizzo virtuoso del Pnrr per rilanciare la spina dorsale del Paese, mentre le scadenze slittano e i progetti si impantanano nei corridoi della burocrazia. E che fine hanno fatto i grandi annunci sugli extraprofitti? Banche, colossi dell'energia e compagnie assicurative hanno chiuso bilanci da capogiro, macinando incassi stellari in un’epoca di vacche magre per tutti gli altri. Il risultato netto per le casse dello Stato è stato un pugno di mosche. Nemmeno un euro in più.
Guardiamo il panorama industriale. La narrazione sovranista sulla difesa dell'italianità si scontra con la svendita sistematica dei pezzi pregiati del nostro apparato produttivo. I marchi storici, i gioielli di famiglia, i distretti manifatturieri vengono ceduti al miglior offerente estero, pezzo dopo pezzo, nel silenzio generale di chi in televisione sventola la bandiera. Ma l'economia reale non risponde ai comandi vocali dei leader di turno. Ignora le battute da comizio.
Prendiamo la fiaba della remigrazione, questa parola d'ordine buona per scaldare le pance e raccogliere qualche pugno di voti alle urne. È una balla solenne, una costruzione teorica che crolla al primo impatto con la realtà per due motivi fin troppo banali. Il primo è di una semplicità disarmante, perchè mancano gli accordi bilaterali con i Paesi d'origine. Un trattato internazionale non si improvvisa con un post sui social; richiede diplomazia, concessioni, investimenti e tempo. Non puoi bussare alla porta di uno Stato estero e scaricare persone senza il suo consenso. Il secondo motivo è ancora più viscerale ed economico: quell'immigrazione serve disperatamente al nostro sistema industriale e agricolo. I primi a sapere che senza quella forza lavoro il Paese si fermerebbe sono proprio gli imprenditori del Nord-Est, i proprietari delle aziende agricole dell'alta Puglia, i coltivatori della Calabria e della Campania. Senza quelle braccia, i prodotti non arrivano sugli scaffali della grande distribuzione e le catene di montaggio rallentano fino a spegnersi.
Dall'altra parte dello schieramento, il panorama non offre scorci migliori. L'opposizione brilla per assenza di visione, rifugiandosi nel solito riflesso condizionato dell'imposta patrimoniale, una ricetta stanca riproposta a intervalli regolari che non affronta il nodo strutturale della crescita e della produttività.
Il nodo vero, l'elefante che schiaccia qualsiasi stanza della politica italiana, si chiama debito pubblico. Tremilacento miliardi di euro. Una cifra astronomica, astratta solo finché non la trasformi nei novanta o novantacinque miliardi che ogni anno dobbiamo staccare dal bilancio dello Stato solo per pagare gli interessi maturati. A questi si aggiungono altri duecentocinquanta miliardi necessari per rimborsare i titoli in scadenza. Fate due conti. Cosa resta per la sanità, per la scuola, per la ricerca, per le infrastrutture che crollano? Nulla. Zero. Restano le briciole e una coperta così corta da lasciare tutti scoperti.
La campagna elettorale, in realtà, non finisce mai. È una giostra permanente dove si vendono sogni a buon mercato a un pubblico sempre più stanco e impoverito. Prima di lasciarsi incantare dal prossimo imbonitore, basterebbe fare un gesto semplice. Mettere la mano in tasca, tirare fuori quel pezzo di pelle consumata e porsi tre o quattro domande essenziali. Rispetto a qualche anno fa, il mio tenore di vita è migliorato o peggiorato? La mia prospettiva di andare in pensione si è avvicinata o si è allontanata? La busta paga ha mantenuto il suo valore o è stata divorata dall'inflazione e dalle tasse?
Il resto sono solo parole, rumore di fondo destinato a svanire non appena si spegne la luce delle telecamere. Gli ideali sono una gran bella cosa, ma quando la nave imbarca acqua, le formule magiche non servono a tappare le falle. E se continuiamo a credere che la fisica dei numeri si possa piegare agli slogan da propaganda, l'unica certezza è che al prossimo giro di giostra il conto sarà ancora più salato.
*Documentarista