Il ritiro scelto dell'ex regista Rai Donato: 40 anni di isolamento per tornare alla verità della terra
Ad emergere, in un video realizzato dal documentarista calabrese Natalino Stasi, è il ritratto di un uomo che ha scelto il silenzio e l'autosufficienza come armi per smascherare le menzogne della modernità
Esiste un luogo, sospeso tra il tempo e la terra, dove la modernità non è che un rumore lontano e sbiadito. In questo scenario, raccontato con professionalità dal documentarista calabrese Natalino Stasi, si muove la figura di Donato, un uomo di novantaquattro anni che ha trasformato la sua esistenza in un atto di resistenza. La sua storia, narrata in un video pubblicato su Youtube, è un viaggio circolare, un ritorno alle radici che ha il sapore di un riscatto profondamente antico. Dopo aver trascorso vent'anni nei corridoi della Rai, immerso in quell'ambiente a suo dire dominato dall'ambizione e dal desiderio di apparire, Donato ha scelto di abbandonare il prestigio della carriera per tornare a essere ciò che aveva sempre cercato di nascondere: un contadino.
L'intenzione di isolarsi non è nata da un gesto di misantropia, ma da una necessità vitale di verità. Donato descrive il suo rifugio come quello di un anacoreta che torna simbolicamente al padre, una scelta che molti all'epoca scambiarono per follia. In quel deserto dove non c'era nulla, ha piantato ulivi, vigne e boschi, costruendo una dimora che è diventata il centro di un sistema di vita fondato sull'autosufficienza. Per Donato e per sua moglie Graziella produrre da sé vino, olio e ortaggi non è una semplice pratica agricola, ma un esercizio di libertà. Il loro sforzo quotidiano mira a non dipendere dagli altri, recuperando quel senso della gratuità che la società dei consumi ha cancellato. L'ex regista Rai sostiene che nessuno è totalmente autosufficiente sul piano umano, ma l'impegno nel coltivare la terra permette di riavvicinarsi a una dimensione dove il superfluo scompare per lasciare spazio al necessario.
Questa ricerca di indipendenza si intreccia indissolubilmente con la difesa del mondo contadino, una realtà che Donato considera ormai scomparsa, integrata e disgregata dalla cultura urbana. Egli descrive la civiltà contadina non come un insieme di povertà e ignoranza, ma come una forma di beatitudine armoniosa fatta di fatica e saggezza ancestrale. In questo mondo, che egli paragona a un sistema immunitario capace di tenere lontane le malattie morali, l'uomo era una persona integra, capace di tenere uniti ragione, sentimento e anima. I contadini che ha conosciuto erano per lui i veri filosofi, custodi di una verità che non ha bisogno di essere pronunciata perché viene vissuta e testimoniata attraverso l'esperienza diretta.
Il suo pensiero si snoda attraverso una critica feroce alla cultura artificiale che ci ha ridotti a esseri altrettanto artificiali. Donato riflette su come l’uomo moderno abbia dimenticato i propri doni naturali, paragonando l’umanità a dei polli chiusi in un recinto che, pur avendo le ali, hanno scordato come usarle. La sua analisi colpisce per la lucidità con cui smaschera quelle che definisce le "menzogne" vissute fino ai cinquant'anni: l'illusione del successo sociale e l’idea che l’uomo possa bastare a se stesso senza una connessione con il sacro. In questo isolamento operoso, la fede è diventata la sua forza di sopravvivenza, simboleggiata da un piccolo rosario che stringe tra le mani come un'ancora di salvezza. La filosofia di vita dell’ex regista Rai è racchiusa in un libro scritto nell’arco degli ultimi venti anni dal titolo “La fievole e dirompente voce del silenzio” (edizioni Il Viandante), disponibile anche su Amazon.
Il messaggio che Donato affida alle nuove generazioni è un invito al risveglio, non per una ribellione rumorosa, ma per una presa di coscienza sofferta. Esorta i giovani a smascherare gli imbrogli di un mondo che ha sostituito l'essenziale con il superfluo e il dono con il calcolo economico. Nelle sue parole, l'amore non è una recita, ma sacrificio e capacità di donare il meglio di sé all'altro. Donato guarda all'abisso su cui cammina l'umanità con la calma di chi ha ritrovato la propria verità nella terra, convinto che la sofferenza non vada nascosta, ma vissuta come parte integrante della bellezza dell'essere umani.