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22/01/2026 ore 22.16
Attualità

Il secondo mandato di Donald Trump: la sovranità della ferocia

La sua è una violenza consapevole, metodica, ostinatamente rivendicata, che non chiede indulgenze interpretative. Una follia pura. Un'aggressività senza metodi, né precedenti storici. Una violenza che non scaturisce da un errore, ma da una scelta

di Ernesto Mastroianni
Il presidente Usa Donald Trump

C’è qualcosa, nell’agire di Donald Trump, che non può più essere rubricato né sotto la voce dell’eccesso, né sotto quella della provocazione. Si tratta di una violenza consapevole, metodica, ostinatamente rivendicata, che non chiede indulgenze interpretative. Si tratta di follia pura. Un'aggressività senza metodi, né precedenti storici (se non quelli dei regimi totalitari del secolo scorso). Una violenza che non scaturisce da un errore, ma da una scelta; non da una perdita di controllo, ma da una precisa idea del potere come atto di sopraffazione permanente.

La Groenlandia, agitata come un feticcio coloniale, non è un episodio bizzarro, né una boutade da magnate fuori tempo massimo: è il sintomo di una mentalità che concepisce il mondo come un insieme di superfici da appropriarsi, di corpi (geografici o umani) da piegare alla volontà del più forte. È la stessa logica che, sul fronte interno, ha trasformato l’ICE da struttura amministrativa a strumento di intimidazione diffusa, da ufficio federale a dispositivo quasi punitivo, dove la legge smette di essere criterio e diventa pretesto.

L’ICE nasce nel clima febbrile del dopo 11 settembre, quando la paura dovuta all'attentato delle Torri Gemelle venne elevata a principio ordinatore della vita pubblica. Ma sotto Trump quella paura è stata distillata, concentrata, resa veleno puro. Non più sicurezza, ma dimostrazione di forza. Si tratta di un'ostentazione dell’arbitrio. È qui che la violenza diventa linguaggio, che l’abuso assume valore pedagogico.

I fatti - ed è importante dirlo, perché qui non si naviga nell’allegoria - sono di una brutalità disarmante. Una donna trattenuta mentre il marito, colto da una crisi epilettica, si accascia davanti a lei, e l’urgenza vitale viene sospesa, messa tra parentesi, come se la sofferenza fisica fosse un dettaglio trascurabile rispetto al rituale dell’autorità.

Altrove, una madre gettata a terra in un commissariato, davanti ai figli minori, bambini costretti a imparare in un istante che lo Stato può essere improvvisamente nemico, e che l’ordine non coincide necessariamente con la giustizia. Scene che non hanno nulla di accidentale: sono perfettamente coerenti con un apparato che ha interiorizzato l’idea dell’umiliazione come strumento operativo.

Trump non è un semplice spettatore di questa deriva. Ne è il principale artefice. Il suo contributo più devastante non sta nei decreti, ma nella corrosione sistematica del linguaggio pubblico. Chiamare “invasori” gli esseri umani, ridurli a massa indistinta, animalizzarli, serve precisamente a questo: a rendere tollerabile ciò che, in condizioni normali, apparirebbe intollerabile. Quando il capo dello Stato parla così, ogni agente si sente autorizzato, ogni eccesso trova giustificazione, ogni atto di crudeltà viene assorbito nella retorica dell’ordine.

Qui non siamo più nel campo dell’autoritarismo classico, con le sue ideologie riconoscibili e i suoi apparati dichiarati. Siamo in qualcosa di più subdolo: una violenza che si presenta come normalità, che si insinua nel quotidiano, che non ha bisogno di proclami perché vive di assuefazione. È una violenza che non chiede consenso, ma stanchezza; non adesione, ma silenzio.

E intanto l’America si sfibra. Si irrigidisce. Si arma, non solo materialmente, ma mentalmente. Le fratture diventano insanabili, il sospetto sostituisce il legame, l’altro non è più un concittadino ma un potenziale nemico. Parlare di guerra civile non è esercizio retorico: è riconoscere che una società in cui la legge viene percepita come minaccia e il potere come aggressione ha già imboccato una traiettoria di collisione.

Trump accompagna questo processo con l’irresponsabilità di chi non pagherà mai fino in fondo il prezzo della devastazione che produce. Ma il prezzo verrà comunque riscosso: nelle strade, nei tribunali svuotati di credibilità, nei corpi che continueranno a essere colpiti mentre il potere chiamerà tutto questo “necessità”, “sicurezza”, “grandezza”.

L’America, oggi, non è sull’orlo della catastrofe: ci vive sopra, come su una faglia sismica che vibra senza sosta. E chi scambia questa vibrazione per forza, questo scricchiolio per rinascita, sta già preparando, forse senza rendersene conto, il momento in cui la violenza, non trovando più bersagli esterni, si rivolgerà definitivamente contro se stessa.

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