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21/08/2026 ore 20.46
Attualità

Il Sud non aspettava il castello: Ettore Jorio racconta la Calabria tra fiaba, emigrazione e realtà

Dal braciere delle case contadine alle partenze per l'America, fino alla riflessione sulla politica di oggi: il libro di Ettore Jorio diventa il racconto di una Calabria che ha conosciuto l'abbandono ma non ha mai smesso di cercare un futuro

di Agazio Loiero
Immagine generata con l'IA

A pensarci, non esiste un territorio d'Italia che si presti quanto il Sud a essere narrato come una fiaba. Con le sue brutture e le sue bellezze. Con la matrigna e la fata.

L'idea di questo racconto è nata nella mente di un professore universitario e intellettuale calabrese, Ettore Jorio, autore del libro Il Sud non aspettava il castello (Rubbettino). Attraverso una trama fantastica, Jorio richiama dal fondo della memoria una coreografia della fiaba ormai sconosciuta alle giovani generazioni.

L'inverno, in tutto il Sud, ma soprattutto nella Calabria di molti anni fa, era la stagione della fiaba. Arrivava al momento giusto, quando dentro di noi ragazzi cresceva il desiderio del raccoglimento e dell'intimità domestica, di cui il braciere rappresentava il simbolo. Svolgeva una doppia funzione: in case prive di riscaldamento, quell'arnese rotondo colmo di braci ardenti offriva calore, ma diventava anche il luogo intorno al quale noi figli ci stringevamo per ascoltare dalla voce della mamma una fiaba fatta di complicate traversie, quasi sempre con un lieto fine.

Jorio riesce a mescolare fantasia e realtà, esibendo qua e là brillanti metafore, ma introducendo soprattutto racconti realistici che molte generazioni di meridionali hanno vissuto. Racconta un territorio gravato da pesanti stereotipi, nel quale si esalta la forza di chi resta, ma descrive anche una regione che, lungo i decenni, ha sofferto la malattia dell'abbandono senza rinunciare mai alla speranza di una vita migliore.

«Tra la fine dell'Ottocento e il secondo dopoguerra – scrive Jorio – milioni di meridionali attraversarono oceani e confini. Le navi verso le Americhe, i treni verso il Nord industriale, le valigie leggere ma piene di futuro».

Fra quei meridionali i calabresi furono tantissimi. Alcuni, in particolare quelli del mio paese, si imbarcavano da Napoli diretti soprattutto a New York, attratti da quella fiaccola sorretta dalla Statua della Libertà che riviveva nelle lettere di chi era partito prima di loro. Pur essendo spesso analfabeti, avevano sentito ripetere tante volte i versi di Emma Lazarus che accolgono chi arriva via mare a New York:

«Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare libere».

Nel libro di Ettore Jorio tutto il Sud è rappresentato da una ragazza modesta, «seduta su un gradino davanti al mare... Il mare respirava lentamente, come fanno le cose antiche. Non prometteva nulla, ma lasciava intravedere tutto: partenze, ritorni, tempeste, approdi lontani».

Respirare libera era il sentimento che accompagnava quella ragazza giorno dopo giorno. Inutile aggiungere che quei versi hanno irrimediabilmente perso la loro suggestione poetica dell'accoglienza nell'America di Trump.

L'emigrazione è stata un fenomeno lungo e doloroso. Basti pensare che Marcinelle ha appena ricordato i suoi settant'anni. Era l'8 agosto 1956 quando negli abissi di una miniera belga si scatenò l'inferno che costò la vita a 262 minatori, 136 dei quali italiani. Molti provenivano proprio dalle mie parti.

Fin dalle prime pagine del libro si avverte l'ostinazione di Ettore Jorio a restare in Calabria. L'autore appartiene alla schiera di tanti ragazzi meridionali che partirono per studiare quando nella nostra regione l'università ancora non c'era. Alcuni, dopo la laurea – tra questi Jorio – tornarono per esercitare la propria professione nella terra in cui erano nati. Moltissimi altri partirono per non fare più ritorno.

Sono tanti i medici, gli ingegneri, gli architetti, i professori meridionali che oggi vivono lontano dalla Calabria, apprezzati e ricercati per le loro competenze. Molti calabresi che conosco, soprattutto a Roma, partirono con il cuore pieno di speranza e il desiderio di vivere oltre i confini del proprio territorio. Guidati da un istinto che, per chi nasce in una terra povera, diventa insieme strumento di sopravvivenza e forma di talento, sono andati via senza conoscenze né relazioni e hanno finito per arricchire, con il loro ingegno, il territorio di adozione, impoverendo inevitabilmente quello di provenienza.

Man mano che il libro scorre, le pagine acquistano un potente ritmo di attualità. L'aura fiabesca lascia spazio alla realtà di una stagione politica che appare sempre meno avvincente.

In uno degli ultimi capitoli Jorio scrive:

«Quando il linguaggio diventa più importante dei servizi, quando l'annuncio conta più dell'atto formale. Quando la comunicazione precede la legittimità, allora il sistema si abitua alla finzione. E la finzione, a forza di essere ripetuta, diventa normalità».

Difficile dargli torto.