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09/03/2026 ore 14.47
Attualità

Il suicidio assistito del Diritto: perché dire No è l'ultimo atto di legittima difesa

La separazione delle carriere e il sorteggio del Csm vengono venduti come cura, ma temo siano un modo per indebolire l’autonomia della magistratura e rendere i giudici più vulnerabili

di Gianfranco Donadio*

Ho passato le ultime settantadue ore a masticare il quesito di questo prossimo referendum sulla magistratura e l’amaro che mi resta in bocca non è quello dell’arabica. È l’amaro di una trappola preparata con cura, infiocchettata col nastro della “giustizia giusta” per nascondere invece il ferro arrugginito di una vendetta politica che viene da lontano.

Vogliono la separazione delle carriere. Lo dicono come se stessero parlando di separare il bianco dai colorati in lavatrice per non fare danni. Un’operazione di igiene pubblica, dicono. Balle. La realtà ha la consistenza del fango che si attacca alle suole dopo un’alluvione. Separare il giudice dal pubblico ministero non serve a garantire l’imparzialità, che è già scolpita nei codici, nel DNA di chi indossa la toga con schiena dritta, ma serve a spezzare l’unico argine rimasto contro lo strapotere dei palazzi.

Vogliono un PM che sia un super-poliziotto. Un mastino slegato dalla cultura della giurisdizione, proiettato solo verso la cattura, il colpo a effetto, la prima pagina. Se recidiamo il cordone ombelicale che lega chi accusa a chi giudica, trasformiamo l’inchiesta in un proiettile vagante sotto il controllo, più o meno occulto, dell'esecutivo di turno. È la fisica del potere. Se la magistratura inquirente non risponde più alla cultura del diritto, finirà per rispondere al Ministro. Punto. Senza “se” e senza “ma”.

E il sorteggio per il CSM? Una barzelletta che non fa ridere. Immaginate di dovervi sottoporre a un intervento a cuore aperto e di scoprire che l’equipe medica è stata scelta estraendo i nomi da un’urna durante una sagra di paese. Follia pura. Ci dicono che serve a “uccidere le correnti”. Come se la politica, quella che mangia a sbafo nei sottoscala del potere, non trovasse comunque il modo di incrostare i propri interessi su nomi scelti dal caso. Il sorteggio non pulisce il sistema, ma lo rende solo più opaco, privandolo di una guida autorevole e consegnandolo all'irresponsabilità del “tanto è capitato a me”.

Ho letto i dati. Quelli veri, non quelli masticati e sputati dai talk show. Il passaggio dalle funzioni di accusa a quelle di giudizio riguarda una percentuale ridicola di magistrati, meno del 2%. Un non-problema gonfiato col mantice della propaganda per scardinare l'architettura costituzionale. È un attacco frontale all'indipendenza, un tentativo di mettere la museruola a chi ha il vizio di ficcare il naso dove non dovrebbe.

Questa non è una riforma. È un regolamento di conti. È il tentativo di trasformare i magistrati in burocrati del fascicolo, impiegati del catasto giudiziario che non devono disturbare il manovratore. Se passa questo Sì, non avremo processi più veloci (quelli restano incagliati nella cronica mancanza di cancellieri e nella polvere di uffici che cadono a pezzi) ma avremo giudici più soli. E un giudice solo è un giudice che ha paura.

La verità è che questo referendum è un sasso lanciato contro una vetrata già scheggiata. Invece di riparare il vetro, vogliamo sbriciolarlo del tutto. Ci vendono il “Sì” come il profumo di un’alba nuova, ma ha l’odore stantio delle ritorsioni covate per trent'anni sotto la cenere. Chi scrive ha visto troppo per credere ancora alle favole di chi promette libertà e intanto prepara le catene.

Volete davvero che il vostro destino giudiziario dipenda da un PM che non ha più la cultura del giudice, ma solo l’istinto del cacciatore? Volete un organo di governo della magistratura estratto a sorte come la tombola di Natale? Io no. Mi tengo le mie certezze ruvide e questo No che pesa come un macigno sulla coscienza.

*Documentarista