Italia tra cori da stadio e post-verità: la democrazia si sgretola e la Calabria diventa laboratorio del potere
Tra attacchi al Presidente della Repubblica, Authority sotto pressione e crisi economica silenziosa, cresce la distanza tra la vita quotidiana dei cittadini e il racconto politico. Qui da noi intanto le poltrone aumentano e ai cittadini si toglie la voce
C’è una sera di novembre, a Napoli, che basterebbe da sola a raccontare l’Italia di oggi. È il 15 novembre 2025: sul palco del centrodestra, per le regionali in Campania, la presidente del Consiglio chiude il comizio saltellando con il pubblico al ritmo di un coro da stadio: “Chi non salta comunista è”. Sembra folklore. Sembra poco più di una goliardata.
Ma in politica, le cose “da poco” sono spesso il modo più efficace per spostare l’orizzonte: se il capo del governo trasforma l’avversario politico in una tifoseria da deridere, il messaggio che passa è che non esistono più ruoli distinti, poteri separati, corpi intermedi. Esiste un “noi” che salta, ride, applaude; e un “loro” che diventa caricatura, bersaglio, nemico. E mentre si salta, succede qualcosa di infinitamente più grave. Non un dettaglio, non un episodio, ma un cambio di paradigma: per la prima volta nella storia repubblicana, il Presidente della Repubblica viene trattato come un problema politico, come un ostacolo da ridimensionare, come un potere da “normalizzare”. Non lo si dice con atti formali, ma lo si fa con le parole, i toni, i segnali. Ogni volta che si invoca il “premier eletto” contro il “presidente che frena”, ogni volta che si insinua che il Quirinale debba adeguarsi alla volontà del governo, ogni volta che si accenna a una riforma per limitarne il ruolo, si colpisce il cuore dell’equilibrio costituzionale. È lì, in quella incrinatura, che la democrazia comincia a tremare. È lì che gli attacchi non sono più politica: sono un ridisegno del potere.
Per capire il metodo basta guardare a un caso che nei giorni scorsi ha fatto il giro dei giornali: la famiglia che viveva in un bosco a Palmoli, in Abruzzo. Padre anglo-australiano, madre italiana, scelta di vita radicale: un rudere e una roulotte nei boschi, senza acqua né elettricità, e nessuna scuola per i tre figli. A novembre 2025, il Tribunale per i minorenni dell’Aquila decide l’allontanamento dei bambini, dopo un percorso iniziato un anno prima, con accertamenti, ricoveri e verifiche sulle condizioni di vita. È una vicenda delicata, da maneggiare con la cura dello Stato e il silenzio della responsabilità. E invece diventa benzina politica di un nuovo attacco alla magistratura. Il ministro Matteo Salvini si lancia all’attacco: parla di scelta “vergognosa”, di “Stato che ruba i bambini”, tirando la magistratura nel ring della propaganda. Non una parola di cautela, non un accenno alla complessità della decisione, non un riconoscimento della centralità dell’interesse dei minori. La magistratura replica, l’ANM chiede di non strumentalizzare. Ma il danno è fatto: il giudice non è più luogo di ponderazione, diventa avversario politico. Un bersaglio da colpire per legittimarsi davanti al pubblico.
In parallelo, l’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali – pilastro necessario in un Paese tecnologicamente esposto – finisce nel vortice di uno scandalo e di uno scontro feroce. Un’inchiesta solleva dubbi sulla limpidezza e sull’indipendenza dell’Authority, le opposizioni chiedono di azzerarla, il governo risponde che non ne ha titolo e accusa la sinistra di voler politicizzare. La sostanza, però, è un’altra: un organo nato per tutelare i cittadini diventa campo di battaglia permanente, terreno di occupazione e contrattacco, spazio di guerriglia istituzionale. Ancora una volta, ciò che dovrebbe garantire equilibrio viene trascinato nel conflitto.
E poi c’è la Calabria. Silenziosa, apparentemente periferica, ma decisiva come un laboratorio politico. Il 21 novembre 2025 il Consiglio regionale approva una modifica dello Statuto: gli assessori passano da 7 a 9 e tornano i sottosegretari alla Presidenza. Formalmente è un adeguamento al quadro nazionale. Politicamente è l’allargamento della sfera del potere: più poltrone, più leve interne, più figure da collocare, mentre i servizi pubblici arrancano. E ancora: il referendum sullo Statuto potrà essere chiesto solo quando lo Statuto viene riscritto nella sua totalità, non quando viene modificato a pezzi. Tradotto: i cittadini non potranno più bloccare riforme cruciali. Mentre lo Stato si verticalizza, la Regione si allarga. Più posti, meno controlli. È l’opposizione inesistente.
Ma tutto questo: la scena di Napoli, l’attacco alla magistratura, la guerriglia sulle Authority, il laboratorio calabrese, non basta per raccontare l’Italia di oggi. Perché c’è un’altra Italia, quella che non entra nelle dichiarazioni, nei comizi, nei talk show, nei cori da stadio. È l’Italia reale: un Paese che vive in un clima denso, teso, fragile. Un Paese che si sente stanco, sfiduciato, tradito da chi promette ordine mentre l’ordine si sfalda ovunque. Nelle città aumentano aggressioni improvvise nei centri, tensioni nei quartieri popolari, episodi di violenza senza motivo. Non è solo cronaca: è una febbre sociale che sale senza che nessuno misuri la temperatura. La sicurezza è diventata percezione, non politica: un brivido che accompagna la vita quotidiana.
E intanto cresce la crisi economica carsica, quella che non esplode ma erode: secondo gli ultimi dati ISTAT, in Italia vivono 5,7 milioni di persone in povertà assoluta, quasi il 10% della popolazione. In dieci anni i poveri assoluti sono aumentati di un milione e mezzo. Tra i minori, la povertà tocca il 13,8%. Al Sud – Calabria, Sicilia, Campania – le famiglie tagliano sulle visite mediche, sui libri scolastici, persino sul cibo. E mentre i numeri parlano chiaro, la narrazione pubblica parla d’altro: di una crescita stabile, di una ripresa in corso, di un’Italia solida. Ma la previsione di crescita del PIL per il 2025 oscilla fra lo 0,4% e lo 0,6%: una stagnazione travestita da rinascita, che non diventa recessione soltanto grazie al doping del PNRR. Perché la post-verità non è un’idea astratta: è quel meccanismo per cui i fatti smettono di contare e diventa vero soltanto ciò che viene ripetuto più volte, più forte, più in alto. La post-verità è il territorio in cui i fatti non scompaiono: semplicemente non contano più. Al loro posto subentrano emozioni, slogan, percezioni addomesticate, narrazioni che non devono essere vere ma credute. È lì che la realtà si piega, e la politica diventa racconto invece che responsabilità. Qui nasce la post-verità: quando i fatti dicono una cosa e la politica ne racconta un’altra finché l’altro diventa vero. E più la si ripete, più sembra realtà. È così che un Paese impoverito viene descritto come un Paese in ripartenza; così che regioni allo stremo vengono narrate come “modelli”; così che la distanza tra la vita della gente e il discorso pubblico diventa un abisso.
La post-verità non è uno slittamento linguistico: è un metodo di governo. È il racconto insistito che sostituisce il fatto; è la propaganda che soffoca la statistica; è la voce che copre la prova. E in questo vuoto, i diritti si sgretolano: ogni settimana un femminicidio, una violenza domestica, un’aggressione. Le risposte politiche sono rituali, ripetitive, senza cambiamento. Ospedali al collasso, scuole allo stremo, trasporti disastrosi, uffici pubblici bloccati: ogni cittadino vive un piccolo trauma amministrativo a settimana. Tutto questo non fa rumore, ma costruisce sfiducia. E nella sfiducia, la democrazia si assottiglia.
Mentre il Paese soffoca nel reale, la politica vive in una dimensione alternativa fatta di cori, slogan, meme, dirette social, liturgie di potere. La sinistra, che un tempo riempiva piazze, oggi rilascia note, scrive dossier, commenta. Non fa l’unica cosa che dovrebbe fare: non chiama il popolo. Non mobilita la piazza, non organizza cortei, non guida la comunità. È assente quando dovrebbe essere presenza fisica, popolare, umana. E così, mentre la democrazia si restringe, l’opposizione si restringe di più.
La scena di Napoli, l’attacco al Presidente della Repubblica, la fragilizzazione della magistratura, le attività opache delle Authority, le modifiche dello Statuto calabrese, il clima di insicurezza, i dati sulla povertà, la stagnazione economica, la post-verità che avanza: non sono episodi. Sono tessere di uno stesso mosaico. Un potere esecutivo che tende a svuotare i limiti, un Paese che si abitua all’idea che il Presidente della Repubblica, la magistratura; regioni che ampliano la politica e non i servizi; un’opposizione che non mobilita più nessuno, che non riesce a presentare una proposta alternativa credibile, un insieme di sigle che non riesce a trovare un leader autorevole e riconosciuto; una società che non distingue più tra ciò che è vero e ciò che viene ripetuto.
La domanda è inevitabile: quanto può resistere una democrazia che viene assottigliata dall’alto e non viene difesa dal basso? Non c’è una risposta semplice. C’è però una crepa. È nel muro della Repubblica. E ogni volta che un coro da stadio prende il posto della politica, ogni volta che un giudice diventa nemico, ogni volta che una menzogna diventa verità per ripetizione, ogni volta che un Presidente della Repubblica viene trattato come ostacolo, quella crepa si allarga un po’ di più. Il resto, come sempre, dipende da chi sa ancora vedere, capire, e soprattutto indignarsi quando serve. Comprendere, partecipare e mobilitarsi prima che sia troppo tardi.