Jeffrey Epstein, le mani sugli Angeli di Victoria’s Secret e il ranch degli orrori
L’incontro chiave con Les Wexner, il proprietario di Victoria’s secret, che gli mise in mano una fortuna. Le violenze sulle modelle attirate nelle sue proprietà con la promessa di un provino e il suo sogno malato di ingravidare fino a 20 donne alla volta per creare la razza perfetta
11 marzo 2014. Ore 03:02 del mattino.
«Grazie per la serata divertente... La tua bambina più piccola è stata un po’ birichina».
Scrive un anonimo coperto da omissis. Epstein, il mattino seguente alle 8, scrive: «Grande».
Risponde spesso così agli amici che lo ringraziano per qualche favore. Una prenotazione, una notte in bella compagnia, un alloggio di lusso, una vacanza, una visita medica fuori orario, una consulenza finanziaria, un’eredità da spostare. Jeffrey Epstein per le persone che considerava degne della sua cerchia, era sempre a disposizione.
Il diavolo veste Epstein. Nascita, ascesa e rovina di un predatoreNel 2014, però, i primi guai erano già arrivati a scheggiare la sua immagine di uomo forte e di successo, ma lui – anche mentre infuriava l’inchiesta che lo avrebbe condotto in carcere distruggendo tutto quello che aveva costruito - non aveva modificato di un millimetro la sua condotta criminale. Era certo che ne sarebbe uscito pulito.
Jeffrey Epstein, il “cacciatore di persone” che amava le torture. Quando il re di Wall Street diventò mister miliardo«È orribile il modo in cui vieni trattato dalla stampa e dal pubblico (...). Ciò che gli avvoltoi vogliono ardentemente è una risposta pubblica, che poi fornisca un’apertura pubblica a una serie di attacchi velenosi, molti dei quali da parte di semplici cercatori di pubblicità o di eccentrici di ogni genere. (...) Ciò è particolarmente vero ora, con l'isteria che si è sviluppata riguardo agli abusi sulle donne, che ha raggiunto il punto in cui persino mettere in discussione un'accusa è un crimine peggiore dell'omicidio».
Firmato Noam Chomsky, il pensatore, fine filosofo, il portabandiera della giustizia sociale e della rivoluzione cognitiva che sognava – così scrive la moglie Valeria ad Epstein – di andare su quell’isola caraibica. Quella che oggi chiamano Pedo island.
Non era il solo intellettuale sedotto da Epstein. La lista è lunghissima e formata perlopiù da uomini. Cattedratici, scienziati, cineasti formavano la galassia del consulente d’oro che aveva scalato le vette dell’alta finanza salendo i gradini a due a due. Se lui diceva di sentirsi perseguitato, la claque lo seguiva e appoggiava. Incondizionatamente.
Quando si vive a quella velocità, secondo quei principi, prima o poi qualcuno prova a metterti i bastoni tra le ruote. Ma Epstein aveva pensato a tutto. La sua vera polizza sulla vita era nella massa stratificata di dati, informazioni, messaggi, video, fotografie che aveva conservato in modo quasi compulsivo.
Era un capitale di deterrenza. E avrebbe potuto far crollare più di un impero. E ce n’erano tanti di imperatori nel settore finanziario, dell’high tech, della politica, della scienza, che avevano pasteggiato sull’isola del miliardario, sporcandosi le mani in affari spregevoli, e che adesso erano chiamati a fare quadrato intorno al loro pigmalione finito nei guai. E se non l’avessero fatto, sarebbe accaduto il peggio per tutti.
Il sogno della razza perfetta e il ranch dei bambini
«Ho sempre immaginato che ci sarebbero stati requisiti di anonimato legati ai bambini: non possiamo identificare pubblicamente chi siano, né chi siano i loro genitori o benefattori, perché ciò marcherebbe il bambino (di fatto, e tristemente) come un “fenomeno da baraccone” a vita sui media». Lo scrive Bryan Bishop a Jeffrey Epstein.
Bishop è uno sviluppatore di criptovalute e sostenitore del transumanesimo, filosofia secondo cui la biologia umana è qualcosa di manipolabile. I due parlano apertamente del progetto “designer baby” volto alla creazione di embrioni geneticamente modificati.
L’idea era molto cara ad Epstein. La genetica, l’ingegneria della riproduzione, la costruzione di una linea umana “migliorata” rappresentavano per lui un’ossessione dai tempi del college. Più che semplice fascinazione scientifica, era per il miliardario un impianto ideologico: la convinzione che l’evoluzione potesse essere guidata da un’élite consapevole, finanziariamente e intellettualmente superiore.
Epstein coltivava un’immagine di sé come eccezione biologica, una sorta di mente superiore. Nel suo schema narcisistico, le donne avevano solo un ruolo accessorio, erano un mezzo per arrivare a un fine.
Gli abusi su giovanissime, poco più che bambine, pescate nei quartieri più poveri, confermavano quella sua tendenza a disumanizzare le persone che non riteneva degne del suo rango economico e intellettivo, e a considerarle poco meno che oggetti o cavie. Epstein era il dio che si divertiva con gli umani: poteva permettersi tutto e sognava di creare una razza perfetta con i suoi geni. Il ranch nel New Mexico doveva servire a questo scopo.
Il triangolo delle Bermude di Epstein
La villa a Palm Beach, l’isola di Little Saint James, il ranch in New Mexico, definiscono la mappa dei luoghi in cui Epstein consumava i suoi crimini e i suoi ricatti: un triangolo delle Bermude che inghiottiva al suo interno sogni e innocenza.
Nel luglio del 2011 un’email riporta una comunicazione tra l’assistente di Epstein, Sarah Kellen, e un collaboratore.
«Ciao Rich,
Jeffrey ti chiede se puoi spedire via FedEx il dipinto sul Massacro degli Innocenti al ranch. È la grande tela 9’x9’ che gli abbiamo fatto vedere all’ingresso, dove uccidono i bambini. Vuole usarla al ranch e spera che tu possa spedirla via FedEx entro mercoledì? Grazie... Sarah».
La tela in questione è la riproduzione del celebre dipinto di Cornelis van Haarlem (datato 1591) che rappresenta il terribile episodio evangelico in cui Erode, temendo la nascita di un “re dei Giudei”, diede l’ordine di uccidere tutti i bambini maschi sotto i due anni a Betlemme. Nella tela si vedono i romani intenti a sterminare madri e neonati senza pietà. Per Epstein la tela rappresentava l’ideale benvenuto in quella tenuta che sognava di trasformare nel luogo della nuova umanità.
Nel 2019 il New York Times pubblicò alcune conversazioni tra Epstein e alcuni scienziati e uomini d’affari. Il finanziere scriveva di volere «seminare la razza umana con il proprio DNA» e per farlo avrebbe usato il suo ranch, ribattezzato “baby ranch”, per ingravidare fino a venti donne e generare così figli da considerare “geneticamente superiori”. In alcune testimonianze, contenute nell’archivio del DOJ, si parla di corpi sepolti in quella proprietà.
L’ex senatore repubblicano del Texas, Don Huffines, ha acquistato nel 2023 lo Zorro Ranch per un importo non divulgato. Suo figlio Russel, dallo scorso giugno, lavora per l'amministrazione Trump alla Casa Bianca. Nessun controllo è stato effettuato nei terreni del ranch.
Epstein e Wexner
Prima dell’isola, prima del ranch Zorro in New Mexico, prima della chiamata al 911 alla centrale della Polizia di Palm Beach, prima di quei trecento dollari che provocarono una valanga dalle conseguenze inimmaginabili, nel 1987 Epstein festeggiava con champagne francese la carica di consigliere finanziario di Leslie Wexner. Un uomo tra i più ricchi d’America.
I capelli grigi avevano cominciato a incanutire la chioma di Epstein, e gli amici lo chiamavano il “Richard Gere della finanza” «almeno visto da una certa angolazione». Amava partecipare alle cene esclusive, si sentiva quasi in cima al mondo, e lo era. Mancava solo un tanto così.
Il rapporto tra Epstein e Wexner diventò simbiotico: l’uno era arrembante, mondano, spregiudicato, l’altro riservatissimo e taciturno. Entrambi condividevano l’attitudine a trovare schemi nel caos, e finirono per diventare inseparabili. Wexner scoprì in Epstein un confidente, un appoggio, una persona che finalmente lo capiva, con cui dividere la solitudine del suo grande successo. In qualche modo Epstein contribuì a farlo uscire dal guscio e a fargli aumentare l’autostima.
«Finalmente mi piaccio» annotò l’imprenditore in un diario, parlando della ventata di freschezza che Epstein aveva portato nella sua vita. Sembrava un adolescente alla prima cotta.
Gli amici storici di Wexner invece erano preoccupati. Vedevano Les cambiato, distante, sempre più isolato anche dalla famiglia. E non c’era un momento in cui non avesse al fianco quel Jeffrey Epstein che gli stava sempre addosso. Qualcuno tentò di parlare con Wexner, farlo ragionare, persuaderlo che qualcosa in quel finanziere sembrava «puzzare di marcio». Ma senza risultato.
Le prime voci su una condotta privata assai poco ortodossa di Epstein, cominciarono a circolare con insistenza rimbalzando di salotto in salotto. Si diceva che amasse le donne giovani, molto giovani, e che qualcosa di strano accadeva nella sua residenza a Manhattan e a Palm Beach.
Robert Meister, che aveva organizzato il primo incontro tra Wexner ed Epstein ad Aspen, ebbe modo di pentirsi amaramente di aver fatto da ruffiano. Una notte a New York, Jeffrey Epstein bussò alla sua porta. Era molto tardi e la famiglia Meister dormiva al piano di sopra. Robert Meister si infilò la vestaglia e andò ad aprire. C’era Jeffrey Epstein sulla soglia e non era solo, accanto a lui c’erano cinque modelle splendide.
«Sono tutte per te. È un regalo».
«Gli urlai di andarsene immediatamente e di non farsi mai più vedere!» raccontò in seguito Meister. In quel momento capì chi aveva davanti davvero: un uomo pericoloso, disinibito e convinto di poter fare tutto quello che voleva quando voleva. Robert Meister e sua moglie Wendy cominciarono a raccogliere informazioni più dettagliate su Epstein. «Pensate alla cosa peggiore che chiunque possa fare, Epstein le aveva fatte tutte», riferì Meister agli amici e pregò Wexner di distaccarsi da lui, ma ormai era troppo tardi.
Le mani sugli Angeli
Nel 1991 Epstein aveva il controllo totale delle finanze di Wexner. Totale. Avrebbe potuto ripulire tutti i conti del magnate, se solo avesse voluto, e in parte lo fece. La villa di sette piani sull’East 71st Street intestata a Wexner, passò di fatto ad Epstein senza colpo ferire.
Il famoso Boeing 727, che balzò agli onori delle cronache col nome di “Lolita Express”, fu acquisito sempre dal patron di Abercrombie e Victoria’s Secret.
Epstein aveva un posto nel board di famiglia della Wexner Foundation e nessuno, neanche i parenti stretti dell’imprenditore che lo odiavano a morte, osava mettergli il bastone tra le ruote per paura di ritorsioni. Ne pagò le conseguenze Harold Levin, un collaboratore di Wexner di vecchia data, che cercò di persuadere il suo capo ad allontanarsi da quel collaboratore ingombrante. La conseguenza fu che Levin fu demansionato e umiliato da Epstein e poi messo alla porta con parole minacciose.
Ma mentre Wexner lo coccolava e proteggeva, Epstein rubava dalle sue casse decine di milioni di dollari e aveva già allungato le mani sugli angeli di Victoria’s Secret.
Il marchio di intimo di Wexner – rappresentato in passerella dalle donne più belle del mondo - diventò per Epstein il Paradiso. Ma per uno che può comprare tutto, e avere tutte le donne che vuole, la soddisfazione arriva solo prendendo con la forza quello che sembrava difficile avere. Così puntò le ragazze più giovani e ingenue, che desideravano essere scelte per un provino.
Nelle sue grinfie caddero in molte. Il sistema era sempre lo stesso. Le giovani venivano aggredite sessualmente e poi blandite con la promessa di soldi per scuole di recitazione, di ballo, infine invitate a trovare altre ragazze che facessero il loro stesso infernale percorso. Uno schema piramidale che vedeva al vertice Ghislaine Maxwell, la tuttofare, la donna ombra. Epstein soddisfava due bisogni primari: le sue fantasie sessuali, e la protezione di chi cadeva nella sua rete.
Alicia Arden, all’epoca aspirante modella, denunciò di essere stata aggredita sessualmente nel 1997 dopo essere stata contattata con il pretesto di un’opportunità collegata a Victoria’s Secret. Riuscì a fuggire dalla camera di albergo in cui Epstein le aveva dato appuntamento per un provino e corse a perdifiato verso la più vicina stazione di Polizia. Venne redatto un verbale, ma nessuno diede seguito a quella denuncia.
Quando lo scandalo esplose, nei primi del Duemila, Wexner fu additato come complice, ma respinse sempre al mittente ogni accusa, spergiurando di essere all’oscuro di tutto, rinnegando quell’amicizia fraterna.
Ma chi poteva credergli? Chi può credergli?
Nei file non censurati dagli omissis, secondo i deputati dem Jamie Raskin e Ro Khanna che li hanno potuti visionare, il nome di Wexner – collegato a diverse organizzazioni tra cui il Mega Group, associato a operazioni di soft power e lobbying e, secondo alcune fonti, al Mossad –invece comparirebbe in modo chiarissimo tra i fiancheggiatori di Epstein nelle violenze sui minori.
Le coperture che fino a quel momento avevano sbarrato la porta a chiunque tentasse di entrare per fare luce in quelle camere oscure, avevano cominciato a sgretolarsi. (Fine terza parte. Nella prossima puntata Ghislain Maxwell la “dama nera” di Epstein, la sua storia, i legami con gli asset del Mossad . Il rapporto morboso con Epstein e l’arresto)