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23/08/2026 ore 10.12
Attualità

Jovanotti a Catanzaro, Lo Schiavo: «Non contesto l’evento, ma cosa abbiamo pagato che non avevamo già?»

L’ex consigliere regionale torna sulla questione dei 170mila euro per la promozione legata al Jova Giro: «Il concerto si sarebbe fatto comunque. Se quella visibilità esisteva già, non c’era bisogno di comprarla»

di Riccardo Montanaro

Il concerto a pagamento di Jovanotti a Catanzaro è stato un grande evento, capace di richiamare migliaia di persone. Ma proprio dopo aver assistito allo spettacolo, l’ex consigliere regionale Antonio Lo Schiavo torna sulla questione dei 170mila euro di risorse pubbliche destinati dalla Calabria Film Commission alla comunicazione e a una produzione audiovisiva legate al Jova Giro. Non una contestazione dell’evento, precisa Lo Schiavo, ma una richiesta di trasparenza: che cosa è stato acquistato, quale visibilità è stata ottenuta e quali risultati produrrà per la Calabria? La sua posizione è netta: «La differenza non è tra chi ama gli eventi e chi li osteggia. È tra chi spende e chi investe».

Jovanotti a Catanzaro, la Regione sborsa 170mila euro per il live a pagamento, Lo Schiavo: «Si faccia chiarezza»

Antonio Lo Schiavo, lei era presente ieri sera al concerto di Jovanotti a Catanzaro. Che serata è stata?

Sì, sono stato a Catanzaro, biglietto pagato, in mezzo a tantissime persone. Mi sono divertito. Jovanotti è un animale da palco, lo spettacolo bellissimo, ha cantato anche in calabrese, e a lui va detto grazie: quel gesto nasce da rispetto e da intelligenza.

Eppure, proprio dopo aver partecipato al concerto, lei torna sulla questione che aveva sollevato nei giorni scorsi: i finanziamenti pubblici legati all’evento.

Proprio perché c’ero, torno sul punto che avevo sollevato prima del concerto, quando dicevo apertamente di non aver potuto verificare alcune determine della Film Commission e di essere pronto a essere smentito.

Smentito non sono stato. Il riscontro è arrivato, e non da me: gli atti sono nella banca dati dell’Autorità nazionale anticorruzione. Due procedure, entrambe aggiudicate. Centomila euro per un “servizio di comunicazione, promozione e visibilità della Regione Calabria” legato alla tappa calabrese. Settantamila euro per una “produzione audiovisiva” del Jova Giro. Centosettantamila euro di risorse pubbliche.

Quindi il punto non è contestare il sostegno pubblico a un grande evento?

Non è uno scandalo che un grande evento riceva un sostegno pubblico. È doveroso, però, fare delle domande. Cosa abbiamo comprato che non avevamo già?

Il tour era programmato, prodotto da un operatore privato, biglietti da 69 euro in su, tutto esaurito. Quel concerto si sarebbe fatto comunque. Il presidente della Regione ha annunciato con orgoglio su Instagram che quindici milioni di italiani hanno seguito il tour: è vero, e dimostra il mio punto. Quei quindici milioni sono il pubblico di Jovanotti — da Olbia a Bari — non il prodotto di una determina calabrese. Se quella visibilità esisteva già, non c’era bisogno di comprarla.

La sua seconda domanda riguarda invece il pubblico raggiunto dalla promozione. A chi stavamo parlando?

Abbiamo promosso la Calabria in Calabria, davanti a un pubblico in larghissima parte calabrese. Se l’obiettivo erano i mercati esterni, si pubblichi il piano di comunicazione: quali canali, quali target, quali impegni contrattuali di visibilità in cambio dei centomila euro.

E poi ci sono i 70mila euro per la produzione audiovisiva. Che cosa chiede di sapere?

Il video da settantamila euro dove va? Chi ne detiene i diritti, su quali piattaforme esce, con quale pubblico previsto e quale misurazione dei risultati. Settantamila euro valgono due contributi pieni a festival calabresi: quelli che il bando lo aspettano davvero, rendicontano ogni scontrino e spesso ricevono la metà di quanto chiedono.

Lei ha rivolto tre richieste precise alla Calabria Film Commission. Quali?

Chiedo tre cose semplici alla Fondazione Calabria Film Commission. Pubblicate gli atti integrali sul vostro sito, non solo su una banca dati nazionale. Dite quale visibilità avete acquistato. Impegnatevi a una rendicontazione pubblica dei risultati, con dati di conversione — arrivi, pernottamenti, prenotazioni — e non di sola copertura.

È il minimo che si chiede a chiunque spenda soldi che non sono suoi.

Perché, secondo lei, in Calabria la questione dell’utilizzo delle risorse pubbliche è ancora più delicata?

La Calabria è la regione più povera d’Italia. Ultima per reddito, ultima per occupazione, prima per giovani che se ne vanno. Qui ogni euro speso è un euro sottratto a qualcos’altro. Se bastasse comprare visibilità per cambiare il destino di un territorio saremmo come la Lombardia: di spot ne abbiamo pagati parecchi. Ma l’indotto non si compra a slogan. La pubblicità dura trenta secondi, l’applauso una serata, e il lunedì mattina siamo di nuovo noi.

Lei però vuole evitare che il suo intervento venga letto come una contrapposizione agli eventi, alla musica, alla promozione della Calabria. È così?

E qui voglio essere chiarissimo, perché so già come proveranno a girarla.

Anche io voglio un’immagine positiva di questa regione, anche io voglio i grandi eventi. Voglio una Calabria dove si suona, si gira, si riempiono le arene, dove d’estate arriva gente da fuori e d’inverno resta qualcosa. Voglio che questa regione si promuova senza timidezza, perché ha di che promuoversi. Non sono nostalgico del niente e non ho mai creduto che la povertà sia una virtù.

Allora qual è, secondo lei, il modello giusto per promuovere la Calabria?

Ma promuovere la Calabria significa costruire una filiera: le troupe che restano, i tecnici che non emigrano, i festival che durano anni invece di una sera, le produzioni che scelgono di girare qui perché conviene e non perché gli abbiamo pagato il biglietto.

La differenza non è tra chi ama gli eventi e chi li osteggia. È tra chi spende e chi investe.

Lei aveva detto di essere pronto a essere smentito. Oggi conferma quella disponibilità?

Venerdì scrivevo: sarei felice di essere smentito. Lo ripeto oggi. Ma smentitemi con le carte, non con i numeri di un tour che non è nostro. Perché finché la risposta arriva con una grafica invece che con gli atti, quella frase resta vera com’era: quei soldi non servivano a chi li ha ricevuti. Servivano a chi, senza, non ce la fa.