La Calabria hub digitale della Nato nel Mediterraneo allargato? Non è fantascienza: ecco perché
La nostra regione ha la posizione geografica giusta, le infrastrutture fisiche di connettività, il capitale umano, le condizioni ambientali. Quello che manca è nella politica. Perché saperlo non basta: qualcuno deve anche avere il coraggio di dirlo ad alta voce nelle stanze giuste
Vedere gli effetti negativi delle crisi è semplice, scontato, sport nazionale. Cercare di andare oltre, con un po’ di lateral thinking è sicuramente più complicato, e a volte nel nostro Paese si può tramutare in un mero esercizio di stile, ma i venti di guerra che spingono forte dal Golfo Persico, devono gonfiare le vele della nostra creatività concreta per ridare centralità al Mediterraneo e alla nostra regione in particolare. Le certezze ormai non esistono più: davamo per scontata un’Europa senza guerre ed è arrivata l’invasione russa in Ucraina; abbiamo sempre dato per “stabili” i combustibili fossili e ci stiamo accorgendo che le fonti distribuite rinnovabili sono più affidabili e resilienti; guardavamo ad Emirati Arabi, Qatar, Baharain come luoghi sicuri e di lusso ed in un attimo sono diventati “non luoghi” da cui scappare per tornare nella vecchia Europa. Se a tutto ciò aggiungiamo il contenuto del nuovo documento del DIS dal titolo evocativo “Governare il cambiamento - Scenari della sicurezza nazionale”, che per la prima volta genera una visione strategica del mondo visto dall’Italia e della difesa nazionale allargata e aperta alle industrie e alle università, capiamo bene che il Mondo è cambiato e da oggi in poi cambierà a ritmi sempre più vertiginosi. E in tutto questo cambiamento, attenendoci ad una citazione biblica: gli ultimi saranno i primi. E magari potrebbe anche essere l’ora per la Calabria di indossare i panni da protagonista della nuova era e centralità del Mediterraneo allargato.
Dico questo perché tra il 1° e il 3 marzo 2026 qualcosa è cambiato nella geopolitica mondiale, e probabilmente nessuno ve ne ha ancora parlato con il taglio giusto. Tre data center di Amazon Web Services nel Golfo Persico sono stati colpiti da droni iraniani. Due strutture negli Emirati Arabi Uniti, una in Bahrein. Danni strutturali, blackout, incendi. Tanto che Amazon ha consigliato ai propri clienti di migrare immediatamente i propri dati verso altre regioni del mondo. Stiamo parlando del primo attacco diretto, documentato nella storia contro infrastrutture cloud globali in un teatro di guerra attivo. Non un incidente.
E ha aperto una domanda che fino a quel momento era rimasta solo teorica: dove sposta la propria infrastruttura critica l'Occidente o gli stessi Paesi Arabi, quando il Medio Oriente, o un’altra area del mondo, brucia?
La risposta potrebbe passare per la Calabria.
Il problema è strutturale, non contingente
AWS detiene il 30% del mercato cloud mondiale. Microsoft Azure il 20%. Google Cloud il 13%. Tre quarti dell'intero mercato cloud globale concentra le proprie infrastrutture mediorientali nello stesso corridoio geografico: Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Israele. Tre attori diversi, stessa area geografica, stessa esposizione al rischio. Oracle ha infrastrutture a Dubai. Quando quella striscia di territorio è diventata un teatro di guerra attivo, le ridondanze geografiche costruite in anni di investimenti sono diventate carta straccia.
Il Jerusalem Post ha riportato che alcune delle strutture AWS colpite sarebbero state utilizzate anche dalle forze armate israeliane. Se confermato, questo trasforma definitivamente ogni data center da asset civile a obiettivo militare. La distinzione tra infrastruttura digitale e infrastruttura della difesa si assottiglia fino a scomparire, confine che anche il documento del DIS cancella in maniera chiara, definendo le infrastrutture digitali parte della strategia di difesa nazionale.
Il cloud, che ci vendevano come infrastruttura resiliente per definizione, si è rivelato fragile quanto qualsiasi altro asset fisico quando il contesto geografico diventa ostile.
Cavi, elettricità e mare…
Il 95-97% di internet fisico passa attraverso cavi sottomarini in fibra ottica. E nel Mediterraneo, quei cavi si concentrano in un punto preciso: il Canale di Sicilia. Una delle aree con la più alta densità di cavi sottomarini al mondo. Il 16% del traffico internet mondiale transita per il Mediterraneo, e il nodo fisico di quel traffico è al confine tra Sicilia e Calabria.
La Sicilia ospita oltre venti punti di atterraggio per cavi sottomarini. Sparkle (l'operatore che il governo italiano sta acquisendo per il 70%) gestisce da sola oltre un terzo dei cavi sottomarini dell'intero Mediterraneo. E la Calabria è dall'altra parte dello Stretto di Messina. Tre chilometri di acqua.
Un data center in Calabria, connesso via fibra all'ecosistema siciliano di landing station, avrebbe latenza bassissima verso il Mediterraneo orientale, accesso diretto alle dorsali sottomarine strategiche, e si troverebbe in territorio italiano: quindi europeo, quindi NATO.
Non basta? L'Italia sta completando in questo periodo una nuova dorsale digitale: il progetto Unitirreno ha realizzato nel 2025 oltre mille chilometri di fibra sottomarina tra Sicilia, Sardegna, Lazio e Liguria con una capacità di 480 terabit al secondo. Il progetto europeo Medusa, finanziato dalla Commissione con 40 milioni di euro, costruisce un cavo ad alta capacità che collega cinque Paesi UE mediterranei con Algeria, Egitto, Marocco e Tunisia.
La Calabria è esattamente al centro di questa architettura. Non per scelta politica. Per geografia.
Il capitale umano che nessuno racconta
La geografia da sola non basta. Un hub digitale ha bisogno di competenze. Ed è qui che forse la nostra regione trova il suo punto di forza strategico.
L'Università della Calabria è classificata al primo posto tra i grandi atenei italiani per due anni consecutivi dalla classifica Censis 2024-2025 e 2025-2026. Nel World University Rankings by Subject 2026 di Times Higher Education l'UNICAL è presente in sette macro-aree disciplinari, con la Computer Science come area di eccellenza assoluta. Settantaquattro suoi docenti sono classificati nel ranking World Top 2% Scientists elaborato da Stanford University.
Il dipartimento DIMES forma ingegneri specializzati in Cybersecurity, Intelligenza Artificiale, Machine Learning, Big Data e High Performance Computing. Il corso magistrale in Artificial Intelligence and Computer Science attrae studenti internazionali con borse di studio. Non è un programma locale. È un programma che mira a competere su scala globale.
E attorno all'università, nell'area di Rende, si è sviluppato negli anni un cluster IT concreto ma senza ancora asset strategici tale da renderlo appetibile come Catania. Un tessuto che esiste e aspetta un acceleratore esterno per diventare qualcosa di strutturalmente più grande.
C'è anche un vantaggio che raramente si cita nelle analisi sui data center: il clima. Queste strutture generano enormi quantità di calore, e il costo dell’energia per il raffreddamento è uno dei costi principali. Le aree montuose della Calabria offrono temperature naturalmente più basse. E il potenziale di energia rinnovabile (solare ed eolico on-shore e off-shore) è ancora poco sfruttato.
La domanda che resta aperta: allora perché non siamo protagonisti?
La Calabria ha la posizione geografica. Ha le infrastrutture fisiche di connettività. Ha il capitale umano. Ha le condizioni ambientali.
Quello che manca non è nella regione. È nella politica.
Chi ha la visione, a livello regionale, nazionale ed europeo, per trasformare questa finestra geopolitica in investimento concreto? Perché le finestre si aprono, ma si chiudono anche. E questa, aperta dai droni iraniani nel Golfo Persico, non resterà spalancata per sempre. E soprattutto, le multinazionali sono bravissime a dimenticare milioni di dollari di danni in pochi mesi.
Da decenni siamo abituati a sentirci descrivere come terra problematica. Come coda di tutte le classifiche. Come regione da cui fuggire o da assistere. Quello che stiamo vedendo in questi giorni ci dice qualcosa di diverso: che la periferia geografica d'Italia è, per quella stessa posizione che ci ha sempre penalizzati, il centro digitale naturale del Mediterraneo.
Saperlo non basta. Qualcuno deve anche avere il coraggio di dirlo ad alta voce nelle stanze giuste. E trasformare un esercizio di stile in cambiamento concreto che dia una svolta “devastante” alla nostra regione.
* Esperto di comunicazione politica