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16/02/2026 ore 06.15
Attualità

La Calabria si riscopre fragile dopo le ondate di maltempo, l’esperto: «Qui una vera politica di difesa del suolo non esiste»

Già docente di Idraulica all’Università della Calabria e capogruppo nella Commissione Ambiente del Senato, Massimo Veltri in merito ai danni provocati dai cicloni: «Lungomari erosi, pendici crollate, edifici sulla battigia. La prevenzione e la manutenzione unica via per territori più sicuri e sostenibili»

di Battista Bruno

La Calabria torna a fare i conti con la propria fragilità strutturale. Tra Cosenza, le aree interne e le coste tirreniche e joniche, l’ultima ondata di maltempo ha lasciato dietro di sé lungomari erosi, infrastrutture compromesse, pendici crollate, abitazioni sgomberate. 

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In un territorio dove il rischio idrogeologico è storicamente elevato e dove i cambiamenti climatici amplificano frequenza e intensità degli eventi estremi, la domanda non è più se accadrà di nuovo, ma quanto siamo preparati.

Ne abbiamo parlato con il professor Massimo Veltri – già professore ordinario di Idraulica all’Università della Calabria e capogruppo del Pds nella Commissione Ambiente del Senato – per un’analisi tecnica e normativa che va oltre l’emergenza e chiama in causa responsabilità, modelli di sviluppo e politiche di difesa del suolo.

Professore, alla luce degli ultimi accadimenti in Calabria, in particolare nella città di Cosenza e nelle aree interne, sulla costa tirrenica e jonica quali sono le prime valutazioni dal punto di vista tecnico e normativo?
«Sono stati erosi lungomari, distrutti fabbricati, rovinate infrastrutture vitali, sono crollate pendici, sono state sgomberate case. Ma molti edifici sono stati costruiti sulla battigia o sui dorsali penduli; percorsi stradali e ferroviari sono stati tracciati senza la dovuta attenzione; non è stata effettuata un’adeguata valutazione del rischio idrogeologico. E la manutenzione, così come il presidio umano e strumentale del territorio, si assottigliano sempre più».

Sento dire: è naturale che piova; finalmente nevica, e la neve fa bene al turismo, ricarica le falde acquifere, riempie i laghi. Con i cambiamenti climatici, intensità e frequenza degli eventi estremi tendono a crescere: dunque, che cosa può fare l’uomo di fronte a fenomeni così devastanti e alla fragilità del suolo e del sottosuolo?
«Sono pensieri diffusi tra i cittadini che osservano, subiscono e, al più, protestano; disarmati, chiedono che i danni vengano sanati, e tuttavia tutto continua come prima. Non sorprende che in prima linea contro l’ennesima tempesta perfetta vi siano le donne e gli uomini della Protezione Civile, regionale e locale, che si prodigano a tutti i livelli, dalla previsione meteorologica al soccorso sul posto. Per contro, fa rumore il silenzio, l’assenza dei responsabili politici e amministrativi, soprattutto nei settori dei lavori pubblici e dell’ambiente, che presiedono alla difesa del suolo. E sorprende, perché vi sono norme e pratiche non osservate, in alcuni casi mai applicate; vi sono finanziamenti mai utilizzati o mal spesi; e una vera politica della difesa del suolo non esiste».

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Dal punto di vista idrogeologico quali sono gli effetti e le valutazioni? E perché le leggi non funzionano, i soldi non si spendono?
«Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti e possono essere ricondotti al binomio devastazione-irresponsabilità: danni incalcolabili su segmenti territoriali sempre più estesi, nuclei familiari sconvolti, attività imprenditoriali e commerciali compromesse.
Le leggi non funzionano perché vi è grande confusione nell’attribuzione di ruoli e competenze; perché è l’Unione europea che emana le direttive, ma noi non le recepiamo e, quando lo facciamo, è come se non lo avessimo fatto; e perché, a tutti i livelli, si chiedono finanziamenti, senza sapere poi come spenderli. L’ingegneria civile e le scienze della Terra sono discipline poco e mal considerate».

Professore, chi pianifica il territorio, programma gli interventi insediativi e infrastrutturali e provvede alla manutenzione dell’esistente?
«Altro tasto dolente. Lo dicevamo prima: una spalmatura di competenze che è un vero rompicapo, un labirinto in cui è difficile, se non impossibile, orientarsi; cosicché, ammesso che si riesca a trovare il bandolo della matassa, ecco che si gioca a scaricabarile. Senza dire che oggi, e non da oggi, parlare di pianificazione e di manutenzione è diventato una bestemmia».

Ma che cosa si può fare nei riguardi dei cambiamenti climatici, oltre a ridurre i combustibili fossili che è misura non unanimemente condivisa e i cui effetti, comunque, non si otterranno nel breve periodo?
«L’Unione europea produce direttive da recepire in sede nazionale, come dicevamo, dettando regole che fino a qualche anno fa erano di competenza dello Stato: si pensi, ad esempio, alla legge fondamentale di riferimento, la n. 183 del 1989, nata da una stagione di dialogo e di collaborazione fra istituzioni e comunità tecnico-scientifica, nonché da una diffusa attenzione a livello locale.
Oggi Bruxelles emana direttive per contrastare gli effetti della crisi climatica — direttive che, pur risalendo ormai a qualche anno fa, restano nei cassetti, perché non recepite. E intanto l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) certifica un consumo di suolo crescente anno dopo anno; le aree vallive concentrano quote sempre maggiori di popolazione; le aree interne sono in via di desertificazione; il territorio collinare e montano si spopola ed è privo di ogni tipo di presidio umano e strumentale.
Il rischio zero, beninteso, non esiste; ma la deregulation significa certificare la resa della politica, rinunciare a una serie di risultati che i saperi scientifici conseguono giorno dopo giorno. Occorre gestire l’insieme degli interventi sul territorio con ben altra accortezza rispetto a quanto fatto finora».

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La prevenzione è l’unico "anticorpo" per migliorare la crisi idrogeologica e garantire territori più sicuri e la sostenibilità ambientale?
«È una misura preziosa e imprescindibile, certamente, ma accanto ad essa vanno considerate altre azioni. Una è il rispetto delle condizioni strutturali e naturali di suolo e sottosuolo, da che derivano interventi pianificati, interdisciplinari e coordinati fra monte e valle e non da trascurare è l’utilizzo di sistemi di preallarme che è possibile mettere in essere con una distribuzione sul territorio più densa di oggi, ma soprattutto c’è da ripensare al modello di sviluppo che si sta mostrando sempre più insostenibile fra domanda energetica e rispetto dell’ambiente».

Per concludere, professore Veltri, quali interventi attuare nel breve e medio periodo, mentre a regime cosa suggerisce?
«Ricette salvifiche non esistono: per problemi complessi, che insistono su condizioni naturali difficili e altrettanto complesse, occorrono misure utili e necessarie articolate su più piani; occorre muoversi ad ampio spettro. 
Per prima cosa, bisogna rimettere al centro dell’attenzione la questione, che richiama un grande piano nazionale di salvaguardia, manutenzione e mitigazione del rischio. Questo significa gestione e occupazione di suolo e sottosuolo in termini molto diversi da quelli finora adottati; comporta visione e progettazione di opere di difesa e consolidamento, oltre che di infrastrutturazione al passo con le best practices più avanzate e coordinate fra loro. Ma è anche l’occasione per fornire lavoro, manuale e intellettuale, a un numero molto significativo di operatori. 
L’intelligenza artificiale sarà anche uno strumento potente; altrettanto, suggerisco, lo è il lavoro dell’uomo, con le sue mani e la propria testa, in materie che sono, non dimentichiamolo, la base primaria da proteggere per la nostra permanenza sulla Terra».

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