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15/05/2026 ore 06.15
Attualità

La Calabria tra erosione costiera e caro energia: così la prossima estate rischia di essere l’ennesima occasione persa

Mareggiate, trasporti costosi e interventi tardivi potrebbero trasformarsi in un conto salato alla fine della stagione turistica. Solo perché la Regione non ha ancora imparato a trasformare l’emergenza in prevenzione

di Domenico Marino*

La Calabria rischia di arrivare all’estate con il peggiore biglietto da visita possibile: lungomari feriti, spiagge ridotte, stabilimenti costretti a rincorrere l’emergenza e una bolletta energetica che, attraverso carburanti e trasporti, minaccia di scaricarsi su famiglie, imprese e turisti.

Sarebbe comodo liquidare tutto come una somma di sfortune: il mare che ha colpito duro, la guerra che alza i prezzi, i mercati internazionali che non rispondono ai desideri dei territori. Ma sarebbe anche un modo troppo facile per assolvere una politica regionale che, davanti a una crisi annunciata da anni, continua spesso a muoversi più con il linguaggio dell’emergenza che con quello della prevenzione.

Il primo problema economico è evidente: la Calabria vive una parte decisiva della propria stagione produttiva nei mesi estivi. Non solo alberghi, villaggi, lidi e ristoranti, ma commercio, artigianato, servizi, trasporti, lavoro stagionale, piccole forniture locali.

Quando un lungomare è danneggiato non si rovina soltanto una cartolina: si interrompe una catena del valore. Una spiaggia non praticabile significa meno ombrelloni, meno consumazioni, meno pernottamenti, meno passeggiate serali, meno lavoro per chi vive di tre o quattro mesi ad alta intensità.

E in una regione dove molte imprese turistiche hanno margini fragili, anche una flessione apparentemente contenuta può trasformarsi in mancati pagamenti, assunzioni saltate, investimenti rinviati.

Il secondo problema è il costo del movimento. La Calabria è una destinazione bellissima, ma ancora troppo dipendente dall’automobile e da collegamenti aerei che, quando diventano più costosi o incerti, riducono immediatamente la platea dei visitatori.

Se il gasolio supera stabilmente soglie psicologiche pesanti e se i voli rischiano rincari, sospensioni o riduzioni, il turista medio fa i conti. Una famiglia che deve attraversare mezza Italia in auto, pagare carburante, pedaggi, soggiorno e servizi balneari può scegliere mete più vicine o rinunciare a giorni di vacanza.

Il turismo non scompare, ma si seleziona: arrivano meno famiglie popolari, si accorciano le permanenze, si comprimono le spese fuori dall’alloggio. È il tipo di danno più subdolo, perché non si vede subito nelle conferenze stampa, ma si misura a fine stagione nei registratori di cassa.

In questo scenario, i provvedimenti della giunta regionale appaiono insufficienti non perché inutili in sé, ma perché tardivi, frammentati e ancora troppo legati alla rincorsa del danno.

Tavoli tecnici, aggiornamento del Master Plan, ricognizioni, ripascimenti, deroghe, somme urgenze: sono parole che possono avere senso, ma che arrivano dopo anni in cui l’erosione costiera è stata trattata come un problema locale, quasi comunale, invece che come una grande questione economica regionale.

La Calabria non ha bisogno solo di rimettere sabbia dove il mare l’ha portata via. Ha bisogno di sapere quali tratti di costa salvare, con quali tecniche, con quali tempi, con quali responsabilità e con quali risorse certe.

La risposta fondata sui ripascimenti può servire nell’immediato, ma rischia di diventare l’ennesimo cerotto se non è inserita in una strategia scientifica, ambientale e urbanistica.

Ripascere una spiaggia senza governare fiumi, torrenti, porti, barriere rigide, abusivismo, scarichi, infrastrutture e consumo di suolo significa preparare il terreno alla prossima emergenza.

Il mare non cancella solo ciò che trova davanti: presenta il conto di ciò che è stato costruito male, pianificato peggio o rinviato troppo a lungo.

La giunta regionale rivendica investimenti e cantieri, ma il punto politico non è soltanto quanti soldi si annunciano. Il punto è quanti interventi arrivano prima della mareggiata successiva e quanti producono sicurezza reale, non solo comunicati.

C’è poi un limite evidente nella gestione economica della crisi. Davanti a un’estate che può essere condizionata da carburanti cari, voli incerti e coste danneggiate, servirebbe un piano straordinario per proteggere l’intera filiera turistica.

Non basta dire che la Calabria è pronta. Bisogna dimostrarlo con misure concrete: ristori rapidi per le imprese colpite, cantieri calendarizzati con date pubbliche, sostegno promozionale mirato alle aree danneggiate ma recuperabili, accordi con compagnie aeree e ferroviarie, incentivi alla mobilità interna, controlli sui prezzi, trasparenza sulle opere costiere.

Altrimenti il rischio è scaricare il peso della crisi sui sindaci, sui balneari, sugli albergatori e sui cittadini, mentre la Regione resta nel ruolo di cabina di regia più annunciata che percepita.

La guerra e le tensioni internazionali complicano tutto, ma non possono diventare l’alibi perfetto.

È vero che il mercato dei carburanti non si normalizza in un giorno, anche se un conflitto dovesse fermarsi domani. È vero che la Calabria non decide il prezzo del petrolio né le rotte del traffico aereo.

Ma proprio per questo una Regione fragile dovrebbe avere strumenti più forti di protezione: trasporti pubblici più credibili, collegamenti interni meno costosi, infrastrutture meno vulnerabili, una promozione turistica capace di vendere non solo mare, ma borghi, aree interne, natura, cultura, enogastronomia.

Se tutto dipende da spiagge perfette e benzina accessibile, basta una mareggiata e un rialzo alla pompa per mettere in discussione un’intera stagione.

Questa può diventare un’estate senza precedenti non solo per la gravità della situazione, ma per la chiarezza con cui mostra le debolezze del modello calabrese.

Il turismo è stato spesso raccontato come la grande occasione, ma una grande occasione richiede manutenzione, programmazione e scelte impopolari.

Non si può continuare a inseguire l’emergenza, invocare deroghe, promettere interventi rapidi e poi scoprire ogni inverno che il territorio è di nuovo impreparato.

La giunta regionale ha il dovere di uscire dalla propaganda della resilienza e assumersi la responsabilità della prevenzione.

Perché questa volta non è in gioco solo qualche tratto di lungomare. È in gioco la credibilità economica della Calabria davanti ai suoi cittadini, ai suoi imprenditori e ai turisti che potrebbero scegliere, semplicemente, di andare altrove.

*Professore di Politica Economica - Università Mediterranea di Reggio Calabria