La cerniera di Ferragosto e la presa di coscienza del tempo che si accorcia
Dopo Ferragosto la Calabria entra nella sua “melanconia meridiana”: il caldo resta, le giornate sembrano infinite, ma tra vento, spiagge che si svuotano e valigie pronte si avverte già il ritorno alla vita di tutti i giorni
La controra dei giorni subito dopo Ferragosto non ha la grazia sfumata della malinconia del nord. C’è una violenza secca, quasi chirurgica, nell’aria stagnante delle due del pomeriggio, quando il sole picchia a piombo sui tetti di tegole dei paesi dell'interno della Calabria. È quella che dalle nostre parti conoscono alcuni conoscono come “melanconia meridiana”. Non un sentimento romantico, ma uno stato di stupore fisico, una paralisi del corpo e del pensiero che ti inchioda alla sedia sdraio sotto la pergola d'uva pizzutella. Fuori, la stagione non perdona, perché ancora i calanchi bianchi tra Stilo e la valle del Neto bruciano d’una luce accecante che cancella i contorni delle cose, mentre dalle cicale sale quel ronzio ininterrotto e metallico che alla lunga sembra la frequenza di fondo dell'universo.
Eppure, chi osserva con la memoria delle mani lo sa che il Ferragosto rappresenta lo spartiacque vero. Non è soltanto la festa che segna il culmine apparente della controra o la parata di grigliate lungo i fiumi come quello del Fallistro, ma quel momento esatto in cui ci si accorge che la stagione più bella sta lentamente virando. Fino a un attimo prima sembra che il caldo debba durare all'infinito, che quell’orizzonte limpido non debba chiudersi mai. Poi, quasi improvvisamente, ci si ritrova a prepararsi per ripartire. Il cambiamento non avviene con un colpo di teatro o con un crollo improvviso delle temperature. Arriva attraverso piccoli segnali minimi, quasi stealth, che bisogna saper leggere. Quel vento di rottura che sfiletta le foglie più alte dei pini nei boschi della Sila, le onde sul bagnasciuga che si allungano con una cadenza diversa e un suono più sordo, le prime famiglie che cominciano a rincasare con gli ombrelloni chiusi già a metà pomeriggio, prima che il sole cali del tutto.
È la sostanza profonda di quel detto che la civiltà contadina ci ha lasciato in eredità e che continuiamo a ripeterci a mezza bocca: “Austu è capu di ’mmernu”. Non significa che il mare sparisca o che il sole smetta di bruciare la pelle il sedici di agosto. Significa, però, che da quel momento preciso iniziamo a guardare l'estate con la consapevolezza che sta per finire. Si entra in una sorta di tempo sospeso, fatto ancora di giornate lente, di maniche corte e di momenti vissuti apparentemente senza il peso della quotidianità, ma con la certezza interiore che il conto alla rovescia è già partito. Per molti il traguardo è segnato a matita sul calendario: il ventidue o il ventiquattro agosto. Quella è la data limite in cui si torna alla routine, agli impegni di lavoro, alle giornate di nuovo rigidamente scandite dagli orari, dalle responsabilità e dalle scadenze messe in pausa per tre settimane.
In questa luce spietata che non lascia ombre si misura tutto il peso della “melanconia meridiana”. È una forma di saluto anticipato, mentre festeggiamo e stappiamo l'ultima bottiglia di vino fresco, sappiamo già che stiamo cominciando a congedarci. I paesi che per dieci giorni hanno finto una giovinezza impossibile, riaprendo i portoni di legno intarlato e riempiendo i vicoli di tavolate di fortuna, ripiegano piano su se stessi. Le donne anziane sui gradini di granito riprendono il loro posto con la sedia d'impagliato, guardando le auto che tornano a puntare verso le statali e i caselli dell'autostrada. C’è un’immagine concreta che restituisce questa transizione. Le spiagge alle sei di sera, quando i baracchini della granita iniziano a smontare le tende e il vento solleva i bicchieri di plastica rimasti incastrati nella sabbia.
Il ventidue agosto, quando la solita routine inghiottirà di nuovo questo tempo dilatato, sarà un po' come per quelle macchine che nel racconto prendono la strada verso nord con il bagagliaio carico di conserve di pomodoro, formaggi avvolti nell'alluminio e nostalgia. Non sarà ancora inverno, naturalmente. Ma sarà finito quel momento di grazia in cui ci eravamo illusi che la sospensione potesse durare per sempre, che la festa non dovesse finire mai. Fino a qualche giorno prima sembrava che l'estate avesse una riserva infinita di luce, poi ci si ritrova a fare i conti con la fine dei giochi.
Forse imparare ad accettare questo passaggio, con la sua dose inevitabile di melanconia meridiana, significa proprio questo, imparare ad apprezzare di più ciò che l'estate e la terra ci hanno regalato, prima di tornare, il ventidue, alla nostra vita di tutti i giorni. Accettare che la ruota gira, che l'inverno comincia a muovere i suoi primi passi silenziosi quando il sole è ancora alto, e che la bellezza di questo tempo sta proprio nella sua spietata, brevissima fragilità.