La Costituzione da difendere, l’avvocato Gangi: «Bisogna attuarla, non cambiarla a colpi di maggioranza»
Dall’antifascismo al lavoro, dalle riforme del Titolo V alla separazione delle carriere dei magistrati, una riflessione sull’importanza dei principi fondanti della Carta e sul pericolo di derive che minano la democrazia
A quasi 80 anni dalla nascita della Repubblica italiana, il dibattito sul valore e sull’attualità della Costituzione torna al centro della riflessione pubblica. Angelo Gangi, avvocato e presidente del Consiglio Comunale di Castrolibero, richiama con forza il legame originario e indissolubile tra la nascita della Repubblica e la Carta costituzionale, mettendo in guardia dai rischi di riforme che spesso hanno privilegiato la logica delle maggioranze politiche rispetto all’interesse generale.
Con l’avvocato Gangi abbiamo affrontato i temi dell’antifascismo, del lavoro come fondamento della Repubblica, delle riforme costituzionali degli ultimi trent’anni, del Titolo V, fino al nodo attualissimo della separazione delle carriere dei magistrati e dell’autonomia dei pubblici ministeri.
Antifascismo e lavoro sono i pilastri della Carta: questi principi sono stati veramente attuati oppure progressivamente svuotati?
«La Costituzione italiana è il motore reale del nostro sistema democratico e contiene riferimenti così alti che consegnano per l’eternità un messaggio d’amore che i Padri costituenti hanno avuto per noi italiani. L’articolo 3 è la più grande promessa d’amore che uno Stato possa fare ai cittadini. Se il primo comma è un “ti vedo” (siamo tutti uguali), il secondo è un “mi prenderò cura di te”. È la Repubblica che ammette che la vita non è una corsa ad armi pari e decide di non lasciarti solo se inciampi».
Negli ultimi trent’anni la Costituzione è stata più volte modificata. Erano modifiche necessarie ed efficaci o interventi dettati dalle convenienze dei governi di turno?
«Antifascismo come ripudio di principio e lavoro che, a mio giudizio, più che con l’articolo 1 va previamente inquadrato con l’articolo 34: il primo bacio tra la Repubblica e il futuro dei suoi figli. La scuola aperta a tutti; i capaci e i meritevoli anche se privi di mezzi; infine il miracolo civile, come lo definiva Calamandrei: la scuola che trasforma i sudditi in cittadini. A ben guardare, gli strumenti ci sono. Sta al nostro impegno, con lo studio e l’applicazione, rendere la possibilità un’opportunità».
La riforma del Titolo V doveva rendere lo Stato più efficiente e vicino ai cittadini: ha funzionato?
«Il problema delle cosiddette riforme costituzionali cui lei si riferisce contiene, a mio avviso, due vulnus di ispirazione costituzionale. Da un lato procedimentale, non formale: ogni riforma dovrebbe seguire un iter che non mortifichi alcuna rappresentanza parlamentare. La Costituzione, a differenza di altre norme, per il suo rango e la sua portata dovrebbe necessitare del coinvolgimento di tutte le forze rappresentative, non solo perché appartiene a tutti, ma perché solo se condiviso il progetto riformatore è avvertito come necessario».
Altro dato è l’assenza di progetti sistemici di riforma.
«Spesso si tratta di rimaneggiamenti della Costituzione che rischiano di compromettere l’equilibrio di un impalcato assai delicato, così come realizzato dall’Assemblea costituente. Infine, rifuggo dalla logica per cui una riforma costituzionale possa portare il nome di un ministro: è aberrante, sia perché evocativa della personalizzazione della politica, sia perché il Parlamento non può essere esautorato anche nelle riforme costituzionali».
La separazione delle carriere dei magistrati è davvero una riforma di equilibrio?
«L’assunta riforma sulla magistratura passa come riforma della giustizia, ma così non è. Difetta di un quadro sistemico e rischia di rappresentare un pericolo per l’autonomia di uno dei poteri fondamentali dello Stato, nel malcelato tentativo di asservirlo al potere esecutivo, non a quello legislativo. Lo 0,3% di pubblici ministeri che diventano giudicanti non giustifica una riforma. Il vero nodo è la gestione governativa del Csm, i cui principi attuativi — ad esempio su chi e come redige gli elenchi per il sorteggio — vengono demandati pericolosamente ai decreti attuativi, non scritti dal Parlamento».
In questa fase storica, difendere la Costituzione significa conservarla o attuarla fino in fondo?
«Continuare nella pratica dell’assalto alla Costituzione a colpi di maggioranza, a seconda di chi governa e dell’umore popolare che si genera su base emotiva, rappresenta per me un’insidia, se non una pericolosa deriva che ha poco o nulla di democratico e di nobile dal punto di vista costituzionale».