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13/08/2026 ore 06.30
Attualità

La cultura non è una sagra e a Caccuri diventa un’arma per tenere in vita i borghi della Calabria

Il Premio Letterario e l’Accademia dei Caccuriani hanno trasformato un piccolo borgo della Presila in un’agorà nazionale. Ma la vera scommessa ora è portare quella stessa energia oltre l’estate e costruire un presidio culturale ed economico attivo tutto l’anno

di Gianfranco Donadio

In autunno, quando i riflettori si spengono, le sedie di plastica vengono stipate nei depositi comunali e le auto dei visitatori imboccano la statale verso la costa, Caccuri ripiomba d’un tratto nel suo stato naturale. Torna a essere quello che è per trecentocinquanta giorni all’anno, una rocca di calcare piantata a seicento metri d’altezza, un presidio di pietra arroccato sopra la valle del Neto a guardare un vuoto che si allarga a perdita d’occhio. Il silenzio che avvolge i vicoli del centro storico dopo la sbornia estiva non ha nulla di idilliaco. È una presenza fisica, quasi tattile, che cala sui tetti coperti di tegole portoghesi e “ceramili” e sulle porte sbarrate con il filo di ferro. Basta fare quattro passi lungo le "rughe", i piccoli slarghi di quartiere dove un tempo le donne curavano il filo e i vecchi si dividevano l'ombra, per toccare con mano la ferita aperta del Mezzogiorno rurale: l'emorragia lenta, inesorabile e silenziosa degli abitanti.
Per decenni la risposta delle istituzioni a questo prosciugamento demografico è stata la somministrazione periodica di un sedativo. La favola consolatoria dei paesi-cartolina. La retorica del buon ritiro per turisti della domenica in cerca di silenzi a buon mercato e prodotti tipici da consumare in poche ore. Si è pensato di curare una cancrena sociale con la somministrazione annuale della sagra della castagna, o del mercatino di piccolo artigianato o della sfilata in costume d'epoca. Risultati: zero. Il turismo mordi-e-fuggita lascia sul terreno qualche scontrino al bar della piazza, un’illusione temporanea e montagne di spazzatura da smaltire il lunedì mattina, mentre le case continuano a chiudersi e i giovani prendono la via del nord o dell'estero senza alcuna intenzione di tornare.

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In questa prospettiva, quello che è accaduto attorno al Premio Letterario Caccuri assume i contorni di una vera e propria eresia sociologica. Nel 2011, tre caccuresi che avevano studiato e costruito carriere fuori dalla Calabria senza mai tagliare il cordone ombelicale con la propria terra come l'avvocato Adolfo Barone, l'insegnante e scrittore Olimpio Talarico e il docente universitario Cataldo Calabretta, hanno deciso di tentare un cortocircuito. Hanno fondato l'Accademia dei Caccuriani muovendo da un postulato che per queste zone suonava come una bestemmia. La cultura non deve servire da consolazione per gli ultimi, ma deve agire come volano economico, come mercato, come puro ferro del mestiere. E per farlo occorreva fare piazza pulita dei cliscé meridionalisti. Nessuna concessione al patetico. Nessun festival della nostalgia, nessuna sagra della birra. Hanno preso la saggistica d'attualità, la geopolitica, il grande giornalismo d'inchiesta e l'analisi economica e li hanno piantati a forza al centro della piazza del paese.
La scelta della saggistica è stata la prima intuizione strategica. In un Paese sovraccarico di premi dedicati alla narrativa di consumo, posizionare Caccuri come la capitale italiana del saggio politico e sociale ha preteso un cambio di passo immediato. Significa costringere un paese di quindici secoli a fare i conti con la complessità del presente. Portare per quindici anni ai piedi del castello che fu di Polissena Ruffo e dei Cavalcanti le firme più autorevoli del panorama nazionale, dagli economisti agli storici, dai grandi inviati di guerra ai magistrati antimafia, non è stato un esercizio di vanity fair intellettuale. È stato un atto di sovversione geografica. Caccuri ha smesso di essere un margine piagnucoloso che chiede sussidi per trasformarsi in un'agorà potente dove il paese reale misura il battito cardiaco alle classi dirigenti della nazione.

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La vera forza vitale di questo dispositivo non risiede tuttavia nella lista degli ospiti illustri che salgono sul palco sotto le stelle di agosto. Quella è soltanto la vetrina. La sostanza risiede nell'architettura partecipativa che l'Accademia è riuscita a costruire attorno all'evento. Ne parlavo proprio ieri con Barone e Talarico. Attraverso l'invenzione della Giuria Popolare, legata al tesseramento associativo, centinaia di cittadini, dai residenti storici che non hanno mai valicato i confini della provincia ai ragazzi delle scuole superiori, fino agli emigrati in tutto il mondo che tornano per le vacanze acquistano, leggono e analizzano i volumi finalisti durante i mesi che precedono la kermesse. La lettura cessa di essere un fatto privato, borghese ed elitario, e si trasforma in una pratica comunitaria. Nei bar del paese, durante le ore torride del primo pomeriggio, capita così di sentire discutere di conflitti in Medio Oriente, di finanza globale o di riforma della giustizia con la stessa feroce competenza che un tempo si riservava alle stime del raccolto o all'andamento dell'annata agraria. Si è innescato un processo di alfabetizzazione civile che restituisce alla popolazione un bene primario che è la dignità del giudizio.

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L'impatto sul tessuto urbano ha seguito la medesima logica d'urto. Caccuri non possiede grandi catene alberghiere né complessi ricettivi capaci di contenere le migliaia di persone che affollano il paese durante la manifestazione. Invece di trasformare questo deficit strutturale in un alibi per la rinuncia, l'Accademia ha attivato una rete di ospitalità diffusa. Gli appartamenti sfitto, le vecchie case di famiglia chiuse da anni nel centro storico sono state riaperte, sistemate e messe a disposizione di giornalisti, saggisti, tecnici e visitatori. Questo modello ha azzerato le distanze fisiche e culturali tra il palco e la platea. Per un'intera settimana, l'intellettuale milanese, il reporter d'assalto e il contadino della Presila condividono gli stessi vicoli, lo stesso caffè al banco, gli stessi gradini di pietra. Si crea una promiscuità sociale che rompe l'isolamento atavico di questi luoghi e genera così un indotto economico diretto per le botteghe, i ristoranti e l'artigianato locale.
Eppure, chi fa il mestiere di osservatore e documentarista ha il dovere di guardare le cose con spietata lucidità, senza farsi abbagliare dai riflettori. L'entusiasmo di agosto non può nascondere i limiti di un modello che rischia di rimanere incompiuto se non compie il suo decisivo salto di qualità. Un festival, per quanto potente, dura sette giorni. Quando l'ultima auto della produzione riparte e la piazza torna sgombra, la minaccia dello spopolamento, purtroppo, riprende a morderci le caviglie. Se la cultura resta confinata nella parentesi estiva dell'evento, si corre il rischio di allestire una bellissima messinscena, una vetrina luccicante che rende meno amara la sparizione dei paesi, ma non la arresta.
La vera scommessa per il futuro, per Caccuri e per tutte le aree interne della dorsale appenninica, consiste nel convertire la manifestazione temporanea in una presenza infrastrutturale permanente. Il capitale di relazioni, credibilità e competenze accumulato in quindici anni dall'Accademia deve diventare il mattone su cui edificare un presidio attivo trecentosessantacinque giorni all'anno. Bisogna trasformare il paese in un centro internazionale di residenze di scrittura e di ricerca saggistica per i mesi invernali. Sfruttare la rete dell'ospitalità diffusa per garantire la presenza costante di studiosi, giornalisti e ricercatori da ottobre a maggio significa immettere linfa vitale continua dentro un corpo sociale stremato. Significa creare la massa critica necessaria per pretendere la tenuta dei servizi essenziali: la farmacia aperta, lo sportello postale operativo, la banda ultralarga che funziona anche quando dovesse tornare a nevicare sulla Sila, una linea di trasporti che non tagli fuori il paese dal resto del mondo.
Caccuri ha dimostrato sul campo che la morte dei paesi non è un destino cinico e baro impresso nella pietra, ma, forse, è il risultato di un lungo abbandono politico e culturale a cui ci si può opporre con l'intelligenza e l'ostinazione. Ha dimostrato che le persone non cercano soltanto sagre e nostalgia, ma hanno sete di senso, di idee e di strumenti per interpretare un mondo che corre veloce. Ora resta da compiere la parte più difficile di questa battaglia, ovvero fare in modo che la luce accesa su questa rocca durante le notti d'estate continui a illuminare i vicoli anche nei mesi bui dell'inverno, trasformando la tentazione di fuggire nella decisione ostinata di restare.