La guerra si allarga e il petrolio torna a dettare legge: impennata del 36% in appena sette giorni
Il blocco dello Stretto di Hormuz e l’escalation in Medio Oriente spingono il greggio al più forte rialzo settimanale dal 1983. Carburanti in aumento, rischio inflazione e governi al lavoro per contenere l’impatto su imprese e famiglie
Quando la geopolitica accelera, i mercati reagiscono con brutalità. E questa volta lo fanno con una violenza che riporta indietro le lancette della storia economica mondiale di oltre quarant’anni. Il prezzo del petrolio ha registrato il più grande balzo settimanale dal 1983: il WTI ha superato quota 93 dollari al barile, con un’impennata del 36% in appena sette giorni. Non si tratta solo di una variazione di mercato. È il segnale di un sistema energetico globale improvvisamente entrato in modalità di emergenza.
Il detonatore è noto: la guerra che si sta allargando nel Medio Oriente e il blocco dello Stretto di Hormuz, il corridoio energetico attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota significativa di gas naturale liquefatto. In altre parole, il cuore pulsante delle forniture energetiche globali. Quando quel passaggio si chiude, anche solo parzialmente, l’effetto è immediato: il mondo entra in apnea energetica.
Gli analisti non usano giri di parole. Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, parla apertamente di una «crisi devastante». Il problema non è soltanto il petrolio che manca — una quota stimata attorno al 20% della produzione mondiale — ma anche la simultanea tensione sulle forniture di gas e sui trasporti marittimi. Si tratta di un effetto domino che attraversa l’intera economia globale: dall’energia alla logistica, dai fertilizzanti alla grande distribuzione alimentare.
Le Borse europee bruciano 918 miliardi in una settimana. Il petrolio schizza a 90 dollari al barileI primi a sentirne l’impatto sono gli automobilisti. In Italia la benzina self ha già raggiunto i livelli più alti dall’estate del 2025, mentre il gasolio ha superato in autostrada la soglia psicologica dei due euro al litro. È il classico segnale anticipatore: i carburanti sono spesso il primo indicatore visibile di una tensione energetica più profonda che, nel giro di settimane, si riversa sull’intera struttura dei prezzi.
Perché il petrolio non incide soltanto sul pieno alla pompa. È una materia prima trasversale che alimenta l’intera economia: energia elettrica, trasporti, produzione industriale, agricoltura e catene logistiche. Quando il barile sale, sale tutto. Il costo del trasporto delle merci aumenta, le imprese vedono crescere le bollette energetiche e quei costi finiscono inevitabilmente nel carrello della spesa.
Lo spettro è quello di un ritorno dell’inflazione energetica, proprio nel momento in cui l’Europa sembrava averla lentamente riassorbita. I dati Istat di febbraio mostravano un’inflazione relativamente contenuta, all’1,6% annuo. Ma quei numeri fotografavano un mondo precedente all’escalation militare. Se il conflitto dovesse protrarsi e lo Stretto di Hormuz restare sotto tensione, quella fotografia rischia di diventare rapidamente obsoleta.
La politica, nel frattempo, si muove sul terreno più sensibile: quello delle accise e delle bollette. Il governo valuta l’attivazione del meccanismo delle accise mobili, uno strumento che consentirebbe di ridurre temporaneamente il peso fiscale sui carburanti quando i prezzi internazionali schizzano verso l’alto. È una misura che potrebbe attenuare l’impatto immediato sui consumatori, ma non risolve il problema strutturale.
Perché la verità è che l’economia globale resta ancora profondamente dipendente dall’oro nero. La transizione energetica è in corso, ma è tutt’altro che compiuta. E ogni crisi geopolitica lo ricorda con brutalità.
Nel frattempo il governo ha attivato una task force con il ministero dell’Economia, quello delle Imprese e l’Autorità per l’energia (Arera) per monitorare eventuali speculazioni lungo la filiera energetica e nei prezzi dei carburanti. Un comitato di allarme rapido sta osservando l’evoluzione dei prezzi non solo alla pompa, ma anche nel trasporto delle merci e nella distribuzione alimentare.
È una vigilanza necessaria, ma il vero nodo resta globale. Finché il Medio Oriente resterà una polveriera energetica, ogni escalation militare continuerà a tradursi in instabilità economica.
Jeremy Rifkin, anni fa, sintetizzò questa dipendenza con una frase destinata a restare: «Il regno dei cieli potrà anche essere fondato sulla giustizia, ma i regni della terra sono fondati sul petrolio».
E oggi, con lo Stretto di Hormuz sotto tensione e il barile in corsa, quella frase torna a suonare come una profezia fin troppo realistica.