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26/09/2026 ore 19.58
Attualità

La morte di Denise Cosco ci interpella: dalla sua storia un richiamo alla Calabria contro la rassegnazione

La sua testimonianza è un invito alla responsabilità di scegliere da che parte stare, trasformando memoria, coraggio e impegno per la giustizia in una scelta quotidiana di fraternità e di vita buona

di Ferdinando Fodaro

Davanti alle ferite degli uomini e delle donne dobbiamo imparare a fermarci per cogliere, tra le pieghe della storia, un nuovo senso del vivere. In Calabria vi sono racconti e vissuti che ci interpellano in maniera speciale e ci chiedono di non abbassare l’attenzione anche quando si spengono i riflettori; sono storie di speranza e di rassegnazione, di coraggio e di paura, di lotta civile e di silenzio che si intrecciano vicendevolmente e attraversano una terra bellissima ma segnata dall’imporsi di alcuni mali sociali da cui è giunto il tempo di liberarsi definitivamente.

Questo anelito di liberazione sale verso il cielo mentre affiorano nella nostra mente il ricordo di tanta gente che quotidianamente si è impegna a combattere, a contrastare e ad emanciparsi da quel fenomeno orrendo, la ndrangheta, che macchia la bellezza della nostra Regione, l’originalità dell’ethos calabrese, il sacrificio e il lavoro di un popolo che ha imparato l’arte della resistenza e della restanza. Risuonano nella nostra coscienza i volti e i nomi di chi ha pagato col sangue la propria onestà e tra questi non possiamo non lasciarci provocare dalla morte di Denise Cosco la figlia di Lea Garofalo. Denise ha scelto di stare dalla parte del bene fin da ragazza, caricandosi la responsabilità e la sofferenza di contrastare anche la propria famiglia pur di rimanere coerente e fedele a ciò che è veramente giusto.

Davanti alla vita di Denise le vere domande da porsi sono quelle che ci permettono di comprendere a quali scelte e a quali responsabilità siamo chiamati come calabresi; ce lo dobbiamo chiedere pensando ai sogni dei ragazzi, davanti al desiderio di futuro delle giovani famiglie che hanno deciso di rimanere e non di emigrare, soprattutto ce lo dobbiamo chiedere come cittadini che non possono cedere alla lagna della rassegnazione.

Il bisogno di cambiamento che si attende la Calabria inizia dal rinnovamento profondo della nostra vita e dalla consapevolezza che alcuni sacrifici, proprio come quelli che ha vissuto Denise, sono necessari per invertire il corso degli eventi ed avviare una rinascita dal basso. Fare sacrifici, “sacrum facere” - rendere sacro qualcosa o qualcuno - significa imparare l’arte di offrire sé stessi in obbedienza al bene maggiore che è sempre l’amore per Dio e per i fratelli. La cultura della violenza, della sopraffazione e del male può essere contrastata e superata solo con l’amorevolezza, la fraternità e la compassione. Questi non sono semplici ideali ma uno stile di vita improntato sulla mitezza che permette di riscoprire la sacralità della vita, delle relazioni, del lavoro, del bene comune e dell’impegno per la giustizia e la pace.

Denise con la sua vita, le sue rinunce e il suo coraggio ci ha testimoniato la necessità di tradurre gli ideali di bene in atteggiamenti vitali. La sua morte ci aiuti a riscoprire, in un mondo caratterizzato dalla menzogna, dall’egoismo e dalla violenza, che alcune sofferenze sono necessarie per far germogliare la “vita buona” e le grandi trasformazioni che tutti attendiamo.