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15/09/2026 ore 06.59
Attualità

La Rai dimentica tutto, anche lo stupro. Concita Borrelli torna in video

Dopo le polemiche per le dichiarazioni a Porta a Porta, la giornalista è tornata regolarmente in onda. Il nodo resta la decisione del servizio pubblico. Perché le parole sulla violenza sessuale non possono essere archiviate come una semplice opinione

di Redazione
IPA84696760 - Roma : Studi Rai Via Teulada . Trasmissione Porta a Porta . Nella foto : Concita Borrelli

C’è qualcosa che nella Rai sembra sfuggire. E, questa volta, è difficile non chiedersi se sia soltanto una distrazione.

Concita Borrelli è tornata in video dopo la bufera provocata dalle sue dichiarazioni sullo stupro durante una puntata di Porta a Porta. Il 14 maggio, parlando del caso Garlasco e del profilo psicologico di Andrea Sempio, disse davanti a Bruno Vespa: «Se entriamo nella sfera sessuale di ognuno di noi c’è lo stupro», aggiungendo che «nella testa, nei sogni, nell’immaginazione ce l’abbiamo tutti». Parole che provocarono immediate reazioni e una presa di distanza in diretta anche di un’ospite in collegamento.

La Rai annunciò verifiche sull’accaduto. La domanda, oggi, è semplice: che fine hanno fatto quelle verifiche?

Perché Concita Borrelli è tornata regolarmente in video e continua a lavorare a Porta a Porta, con una collaborazione professionale retribuita all’interno di una trasmissione del servizio pubblico. Ed è proprio questo il punto che la dirigenza Rai e la sezione approfondimento guidata da Paolo Corsini dovrebbe chiarire.

Non è in discussione il diritto di una giornalista a esprimere un’opinione. È in discussione il livello di competenza, prudenza e responsabilità richiesto a chi viene chiamato a commentare in televisione casi di cronaca giudiziaria, vicende complesse e procedimenti che coinvolgono persone, vittime, familiari e indagati.

Quando si affrontano temi così delicati, le parole sono parte della professionalità. E una frase come «in ognuno di noi c’è lo stupro» non può essere liquidata come una semplice opinione. E non bastano le scuse rappresentate qualche giorno dopo l’accaduto. È una formulazione che rischia di confondere, banalizzare e soprattutto di veicolare un messaggio profondamente sbagliato su una forma di violenza che richiede, al contrario, precisione e responsabilità.

Chi si occupa di cronaca giudiziaria in televisione deve conoscere il peso delle parole. Deve sapere che una trasmissione televisiva non è una conversazione privata e che milioni di telespettatori non possono essere esposti a semplificazioni o concetti ambigui quando si parla di violenza sessuale.

La Rai, dunque, dovrebbe spiegare quali siano stati gli esiti delle verifiche annunciate e perché, dopo una vicenda di questa portata, la collaborazione professionale sia proseguita.

E c’è un’altra questione che non può essere elusa. È inutile parlare continuamente di prevenzione, cultura del rispetto e lotta alla violenza sulle donne se poi, negli stessi spazi del servizio pubblico, vengono pronunciate parole che rischiano di banalizzare lo stupro.

In televisione il linguaggio non è mai neutro. Le parole hanno conseguenze. E quando si parla di violenza, ancora di più.

La Rai dovrebbe ricordarselo. E soprattutto dovrebbe spiegare ai cittadini se esistano davvero criteri uguali per tutti quando si decide chi può continuare a occupare uno spazio nel servizio pubblico.

Perché il problema, alla fine, non è soltanto ciò che è stato detto.
È il fatto che, dopo averlo detto, oggi sembri non essere successo nulla.