La Rai dimentica tutto, anche lo stupro. Concita Borrelli torna in video
Dopo le polemiche per le dichiarazioni a Porta a Porta, la giornalista è tornata regolarmente in onda. Il nodo resta la decisione del servizio pubblico. Perché le parole sulla violenza sessuale non possono essere archiviate come una semplice opinione
C’è qualcosa che nella Rai sembra sfuggire. E, questa volta, è difficile non chiedersi se sia soltanto una distrazione.
Concita Borrelli è tornata in video dopo la bufera provocata dalle sue dichiarazioni sullo stupro durante una puntata di Porta a Porta. Il 14 maggio, parlando del caso Garlasco e del profilo psicologico di Andrea Sempio, disse davanti a Bruno Vespa: «Se entriamo nella sfera sessuale di ognuno di noi c’è lo stupro», aggiungendo che «nella testa, nei sogni, nell’immaginazione ce l’abbiamo tutti». Parole che provocarono immediate reazioni e una presa di distanza in diretta anche di un’ospite in collegamento.
La Rai annunciò verifiche sull’accaduto. La domanda, oggi, è semplice: che fine hanno fatto quelle verifiche?
Perché Concita Borrelli è tornata regolarmente in video e continua a lavorare a Porta a Porta, con una collaborazione professionale retribuita all’interno di una trasmissione del servizio pubblico. Ed è proprio questo il punto che la dirigenza Rai e la sezione approfondimento guidata da Paolo Corsini dovrebbe chiarire.
Non è in discussione il diritto di una giornalista a esprimere un’opinione. È in discussione il livello di competenza, prudenza e responsabilità richiesto a chi viene chiamato a commentare in televisione casi di cronaca giudiziaria, vicende complesse e procedimenti che coinvolgono persone, vittime, familiari e indagati.
Quando si affrontano temi così delicati, le parole sono parte della professionalità. E una frase come «in ognuno di noi c’è lo stupro» non può essere liquidata come una semplice opinione. E non bastano le scuse rappresentate qualche giorno dopo l’accaduto. È una formulazione che rischia di confondere, banalizzare e soprattutto di veicolare un messaggio profondamente sbagliato su una forma di violenza che richiede, al contrario, precisione e responsabilità.
Chi si occupa di cronaca giudiziaria in televisione deve conoscere il peso delle parole. Deve sapere che una trasmissione televisiva non è una conversazione privata e che milioni di telespettatori non possono essere esposti a semplificazioni o concetti ambigui quando si parla di violenza sessuale.
La Rai, dunque, dovrebbe spiegare quali siano stati gli esiti delle verifiche annunciate e perché, dopo una vicenda di questa portata, la collaborazione professionale sia proseguita.
E c’è un’altra questione che non può essere elusa. È inutile parlare continuamente di prevenzione, cultura del rispetto e lotta alla violenza sulle donne se poi, negli stessi spazi del servizio pubblico, vengono pronunciate parole che rischiano di banalizzare lo stupro.
In televisione il linguaggio non è mai neutro. Le parole hanno conseguenze. E quando si parla di violenza, ancora di più.
La Rai dovrebbe ricordarselo. E soprattutto dovrebbe spiegare ai cittadini se esistano davvero criteri uguali per tutti quando si decide chi può continuare a occupare uno spazio nel servizio pubblico.
Perché il problema, alla fine, non è soltanto ciò che è stato detto.
È il fatto che, dopo averlo detto, oggi sembri non essere successo nulla.