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14/02/2026 ore 07.42
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La rivoluzione gentile, quando le emozioni trovano voce: «I sentimenti e le parole sono i nostri alleati»

La riflessione della sociologa Claudia Bocelli sull’alfabetizzazione emotiva come fondamento della gentilezza e delle relazioni autentiche. Dare parole alle emozioni, ascoltare senza giudicare e riconoscere i propri bisogni diventa un gesto quotidiano capace di prevenire conflitti, contrastare la violenza e restituire umanità all’amore

di Redazione Attualità

Nel rumore del presente, la gentilezza appare come un gesto semplice ma rivoluzionario. Partendo da qui, la sociologa Claudia Bocelli riflette sul valore dell’alfabetizzazione emotiva come pratica quotidiana di consapevolezza, ascolto e responsabilità personale.

Le emozioni, quando trovano parole adeguate, possono diventare risorse capaci di migliorare il benessere individuale e la qualità delle relazioni. Nel giorno di San Valentino simbolo dell’amore, parlare di gentilezza significa andare oltre i gesti romantici per riscoprire ciò che davvero nutre le relazioni.

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Cosa significa concretamente alfabetizzazione emotiva nella vita quotidiana delle persone?

L'alfabetizzazione emotiva significa sviluppare un linguaggio per riconoscere, nominare e comunicare le proprie emozioni e i propri sentimenti. Il concetto di analfabetismo emotivo, coniato da Umberto Galimberti negli anni '90 in occasione del tragico episodio dei sassi lanciati dal cavalcavia, ci ha fatto scoprire che esistono persone che non hanno sentimenti. Come spiega Galimberti, le emozioni sono istinti innati e reazioni all'ambiente esterno - non esiste un attivatore delle emozioni dentro di noi, esse sono una risposta a quello che succede nell'ambiente in cui viviamo. Durano poco, al massimo 120 secondi. Tutto quello che succede dopo è un'elaborazione del nostro cervello: è lì che si formano i sentimenti, ma si formano solo se noi nella prima infanzia abbiamo avuto dei genitori che ci hanno amato e ci hanno fatto sperimentare l'affettività. Quindi si può crescere anche senza sentimenti e da fuori apparentemente non si vede - lo scopriamo solo vivendo.

È possibile comunque anche da grandi sviluppare la nostra intelligenza emotiva, tuttavia non avviene in automatico perché dobbiamo sviluppare un linguaggio, delle parole. Per questo si chiama analfabetismo emotivo e per questo la scuola, che è deputata all'alfabetizzazione della popolazione, avrebbe un grande ruolo nell'alfabetizzazione emotiva - non nell'educazione sesso-affettiva, perché quella penso che non debba essere fatta a scuola.

L'alfabetizzazione emotiva invece potrebbe essere fatta a scuola e in parte già avviene: per esempio in Emilia-Romagna nella scuola dell'infanzia e primaria, quindi nella tradizionale scuola materna e scuola elementare. Dopo però - e me l'hanno confermato gli stessi servizi educativi dell'Emilia-Romagna - alle medie questo percorso viene interrotto. C'è un'aggravante: non solo non abbiamo alfabetizzazione emotiva, ma anche la scuola e l'educazione che riceviamo ci insegna a non considerare le emozioni.

Basti pensare che per consolare i nostri figli quando piangono e si fanno male diciamo loro "non è niente e poi passa". Così fino all'età adulta noi non abbiamo un'educazione sentimentale. Al contrario, neghiamo emozioni e sentimenti e tendiamo a non considerarli nella nostra visione della realtà. Concretamente, nella vita quotidiana, l'alfabetizzazione emotiva significa imparare a esprimere a parole ciò che proviamo invece di dare per scontato che gli altri possano intuirlo o, peggio, proiettare le nostre emozioni sugli altri presumendo di sapere cosa provano loro. 

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In che modo le parole influenzano il benessere psicologico e la qualità delle relazioni?

Le parole sono lo strumento fondamentale per dare forma e significato alla nostra esperienza emotiva. Il problema dell'analfabetismo emotivo è particolarmente evidente nelle relazioni di coppia: questa mancanza di lessico delle emozioni crea un grave problema perché quello che facciamo più spesso è proiettare le nostre emozioni e i nostri sentimenti sugli altri, mentre in realtà noi non possiamo sapere cosa provino gli altri.

Sarebbe molto utile che le persone iniziassero a spiegarsi a parole su quello che provano e che sentono. In questa totale ignoranza rispetto a quelle che sono le nostre proprie emozioni e quelle che provano gli altri, si generano e si stratificano una serie di non detti e conflitti che portano all'incomprensione e spesso sfociano in litigi e incapacità di gestire le relazioni. È un fenomeno che riguarda tutti, ma che purtroppo in alcuni casi, soprattutto nei confronti degli uomini, sfocia in episodi di aggressività e violenza perché questa è la conseguenza del reprimere le emozioni. Agli uomini in particolare non viene concesso uno spazio di rappresentazione sociale delle proprie emozioni - si dice che gli uomini debbano tenere tutto dentro e di fatto è così - e questa cosa provoca scoppi. I femminicidi sono la massima espressione di questa mancanza di alfabetizzazione emotiva.

Quali sono gli errori comunicativi più frequenti nei momenti di conflitto? Gli errori più frequenti nei momenti di conflitto derivano proprio dall'analfabetismo emotivo e si possono riassumere in questi comportamenti:

Proiettare invece di esprimere: diamo per scontato di sapere cosa prova l'altro ("tu non mi ami", "a te non importa niente") invece di esprimere cosa proviamo noi ("mi sento trascurato", "ho paura").

Accusare invece di comunicare bisogni: usiamo il conflitto per attaccare l'altro ("sei sempre così egoista") invece di comunicare i nostri bisogni insoddisfatti ("ho bisogno di più attenzione").

Reagire invece di rispondere: agiamo d'impulso nei primi 120 secondi dell'emozione, quando questa è ancora una reazione istintiva, senza dare al cervello il tempo di elaborarla in un sentimento comunicabile.

Negare le emozioni: reprimiamo ciò che sentiamo dicendo "non è niente" o "non mi importa", accumulando rancore fino allo scoppio invece di affrontare il disagio quando è ancora gestibile.

Generalizzare: usiamo espressioni come "sempre" e "mai" che chiudono il dialogo invece di focalizzarci sul momento specifico.

Non ascoltare: mentre l'altro parla, stiamo già preparando la nostra difesa o il nostro contrattacco, senza davvero ascoltare cosa sta provando.

Come si può imparare a riconoscere e nominare le emozioni prima di reagire? È semplice. Quando proviamo un'emozione chiudiamo gli occhi un secondo, troviamo il punto o i punti in cui la sentiamo nel nostro corpo e domandiamo alla nostra emozione: "Di che cosa ho bisogno in questo esatto momento?". Dobbiamo pensare che le emozioni sono delle bustine, dei messaggi per noi. Se proviamo emozioni negative vuol dire che ci stanno chiedendo di fare qualcosa per soddisfare un bisogno e se invece sono positive vuol dire che quel bisogno è soddisfatto. A quel punto saremo in grado di fare una richiesta verso l’esterno per trovare una soluzione al nostro bisogno. Più di tutto bisogna spiegarsi a parole e cercare di far capire all'altro cosa si prova. Senza accusare.

Se diciamo "tu mi fai arrabbiare" allora stiamo accusando l'altro, se invece diciamo "mi sento arrabbiato quando succede questo" allora mi sto prendendo la responsabilità delle mie emozioni. Questa è maturità emotiva. Soprattutto spiegarsi a parole. Una coppia era in crisi perché lei gli diceva sempre: "Non mi ascolti mai". Lo diceva in maniera motivata: quando decidevano di fare qualcosa insieme e quindi si erano spiegati e lo avevano deciso, poi lui faceva sempre qualcosa di diverso. Quando lei gli chiedeva spiegazioni, lui rispondeva di non ricordarsi della loro conversazione. Questa situazione ripetuta stava allontanando la coppia. Lei aveva iniziato a pensare che lui si fosse disinnamorato di lei con questo comportamento. Tra l'altro è un caso molto tipico.

Grazie alla comunicazione gentile che ci richiede di spiegarci a parole, i due ne sono saltati fuori. Dopo diverse discussioni e diversi giorni in cui lui diceva "Non è vero che non ti ascolto", finalmente si è preso un minuto per sé. Dispiaciuto per la situazione che si stava creando, ha trovato le parole giuste: "Io mi dimentico le cose perché sono oberato di lavoro e con la vita che faccio a volte mi dimentico". Con questa spiegazione, lei ha cambiato immediatamente il suo sentimento. Da sentirsi frustrata, arrabbiata e convinta che lui non la amasse più, si è dispiaciuta per lui capendo la situazione e vedendo i sacrifici che faceva tutti i giorni. Da quel giorno ha iniziato ad aiutarlo, diminuendo le cose da chiedergli per le faccende domestiche. Ha anche scoperto che così risparmiava tempo e frustrazione, e la crisi si è risolta. Vedete, la violenza è l’estrema conseguenza della mancanza di parole. Quando non abbiamo parole per spiegare cosa proviamo allora passiamo alle mani.

Conduciamo delle vite molto impegnative e sosteniamo dei ritmi sempre più accelerati anche in conseguenza del fatto che l’ambiente in cui viviamo è sempre più tecnologico, allora abbiamo bisogno di un modo per restare umani in un mondo che sembra sempre più artificiale: le emozioni, i sentimenti e le parole sono i nostri alleati.

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