La scuola con il naso all'insù, una mattina tra i murales di Diamante: la città diventa un’aula a cielo aperto
I ragazzi dell'Iiss Diamante-Praia hanno incontrato gli artisti al lavoro. La dirigente Gabrielli: «Vivere la comunità in modo attivo permette di trasformare la teoria in competenza civica e culturale»
In un vicolo del centro storico di Diamante, dal 1981, c'è un gruppo di soldati che avanza in fila. Divise, passo compatto, la disciplina di chi ha ricevuto un ordine. Ma nessuno di loro ha un'arma: quello che portano davanti è un drappo bianco. L'ha dipinto un pittore albanese, Ibrahim Kodra, su una parete che qualcuno gli aveva prestato. Sta lì da quarantacinque anni, esposto alla pioggia, al vento di libeccio e a quarantacinque estati di sole a picco. Nel 2021, per il quarantennale, è stato rimesso in salute.
Sotto quel muro, nei giorni scorsi, sono passati i ragazzi dell'istituto superiore.
Il Comune di Diamante e l'IISS Diamante-Praia a Mare li hanno portati a lezione dentro il museo che hanno sotto casa: visita guidata ai murales, incontro diretto con gli artisti impegnati in questi giorni nelle nuove opere e nel recupero di quelle storiche del 1981, nell'ambito del FAC, il Festival delle Arti e delle Culture.
L'idea è semplice e non è banale: far conoscere ai ragazzi il patrimonio artistico della propria città perché imparino a rispettarlo e a difenderlo. Dietro c'è una collaborazione istituzionale che in questa terra non è scontata, fra il sindaco, l'avvocato Achille Ordine, e la dirigente scolastica, la dottoressa Elena Gabrielli, alla guida dell'IISS Diamante e dell'IPSAAR di Praia a Mare.
«Questa iniziativa ha riempito non solo i vicoli di Diamante, ma anche i cuori», commenta il sindaco Ordine, che rivolge il suo plauso agli studenti dell'IISS Diamante-Praia e alla loro dirigente.
Gabrielli mette a fuoco il punto pedagogico: «Quando la scuola si apre all'esterno, la città stessa si trasforma in un'aula a cielo aperto. I ragazzi hanno vissuto un'esperienza viva di scoperta e riscoperta del territorio: vivere la comunità in modo attivo permette di trasformare la teoria in competenza civica e culturale». E aggiunge che sentire le istituzioni locali così vicine rafforza il patto educativo necessario a far crescere i cittadini di domani.
Guardiamo chi erano, quei ragazzi. Una parte studia cucina, accoglienza e ospitalità: domani starà dietro un banco di ricevimento, in una sala, in una cucina, davanti a turisti che avranno fatto seicento chilometri per vedere esattamente quei muri. Un'altra parte studia servizi socio-sanitari: domani starà accanto a un anziano, a un bambino, a una persona fragile. Due mestieri diversi che in fondo sono lo stesso verbo: accogliere e assistere sono due modi di prendersi cura di qualcuno. E restaurare è il terzo: prendersi cura di qualcosa.
Un territorio che vive di ospitalità e non insegna sé stesso ai propri giovani consegna ai visitatori una guida muta. Metterli davanti agli artisti mentre lavorano è il contrario: è dire loro che quel patrimonio è anche una loro materia d'esame.
E c'è un dettaglio che a Diamante si dà per scontato e che altrove sarebbe impensabile. Nel 1981 gli abitanti misero a disposizione le facciate delle proprie case private. Non muri pubblici, non padiglioni: le loro case. Qui l'arte non è custodita, è abitata. Sta sopra una finestra da cui qualcuno stende il bucato, accanto a una porta da cui esce una donna con le buste della spesa. Sono diventate oltre trecento opere, fra centro storico, quartieri periferici e Cirella, fra mosaici, sculture a parete, murales anamorfici e street art contemporanea. E sono vive proprio perché sono esposte: non esiste museo che possa garantirti un quadro con dentro il rumore di una serranda.
Vive, però, vuol dire anche mortali. Un dipinto sulla parete di una casa non è un bene che si eredita: è un bene che si mantiene. Ogni anno, ogni inverno.
Nessuno ruberà mai un murale di Diamante. È forse l'unico patrimonio artistico italiano che non ha bisogno di vigilanza né di allarmi: gli serve molto meno, e molto di più. Gli serve che ogni tanto qualcuno torni lì con un pennello. Ed è esattamente la cosa che in Italia riesce peggio, perché non si inaugura, non si taglia il nastro, non si fotografa bene. Il recupero dei murales del 1981 vale più titoli di qualunque opera nuova proprio perché è meno fotogenico.
Che cosa resta davvero, di una mattina così? Probabilmente nessuno di quei ragazzi ricorderà fra vent'anni i nomi degli artisti incontrati. Non è quello il punto, e fingere il contrario è retorica scolastica. Resta una cosa più piccola e più resistente: aver visto un adulto passare una giornata intera su un ponteggio per rimettere il colore dentro il contorno di un braccio dipinto da un altro nel 1981. Cioè aver visto qualcuno prendersi cura di una cosa che non è sua e che, in senso immediato, non gli serve a niente.
Da questo paese è partito uno dei pensieri italiani più limpidi degli ultimi vent'anni, quello sull'utilità dell'inutile: l'idea che ciò che non produce profitto sia esattamente ciò che ci rende umani. Quei ragazzi ne hanno avuto una lezione pratica. Sotto casa, senza che nessuno gliela annunciasse.
Poi la mattina è finita come finiscono tutte le mattine di scuola. Le sedie, l'appello, il rientro. Gli artisti sono rimasti sui ponteggi, e il vicolo è tornato quello che è da quarantacinque anni: un corridoio di calce e colore dove passano i gatti e la gente che rincasa.
Fra qualche anno uno di quei ragazzi tornerà lì con dei clienti, o con dei figli, o con qualcuno da accompagnare sottobraccio. Alzerà gli occhi e troverà quei soldati con la bandiera bianca ancora nitidi, oppure sbiaditi. Dipenderà da quante volte, nel frattempo, qualcuno avrà rifatto il colore dentro il contorno di un braccio: da quanta pazienza ci avrà messo un Comune, e da quanta testardaggine una scuola.
Un patrimonio non si lascia in eredità. Si consegna aperto, con le istruzioni.