La sfida dell'università tra gamification e IA: «Più innovazione e partecipazione, ma il docente resta centrale»
Accanto alle lezioni tradizionali, si affermano metodologie innovative che puntano a rendere gli studenti protagonisti del proprio percorso formativo, attraverso strumenti interattivi, dinamiche ispirate al gioco e l’utilizzo consapevole dell’intelligenza artificiale. L’intervista al prof Unical Fabrizio Marozzo
La trasformazione digitale sta cambiando profondamente anche il mondo dell’università. Accanto alle lezioni tradizionali, si affermano metodologie innovative che puntano a rendere gli studenti protagonisti del proprio percorso formativo, attraverso strumenti interattivi, dinamiche ispirate al gioco e l’utilizzo consapevole dell’intelligenza artificiale.
Tra i protagonisti di questa riflessione c’è il professor Fabrizio Marozzo, docente dell’Università della Calabria, autore di uno studio dedicato alla gamification nella didattica universitaria, che sarà pubblicato anche in lingua inglese su una prestigiosa rivista scientifica internazionale dedicata all’istruzione superiore. Con lui abbiamo parlato delle nuove frontiere dell’insegnamento, delle opportunità offerte dall’AI e delle sfide che attendono gli atenei nei prossimi anni.
Professore Marozzo, nel suo recente articolo sostiene che una didattica più partecipata possa trasformare il modo di apprendere all’università. Qual è il cambiamento più importante che propone?
Il cambiamento più importante che propongo è passare da una didattica centrata quasi esclusivamente sulla trasmissione dei contenuti a una didattica in cui lo studente partecipa in modo più attivo e continuo.
Nell’articolo parto da due episodi concreti: il quiz interattivo osservato all’Oceanogràfic di Valencia, dove il pubblico partecipava rispondendo dal cellulare a domande su ambiente e vita marina, e il fantacalcio, che mostra come una dinamica di gioco possa spingere le persone a seguire con continuità partite, rendimento dei giocatori, scelte tecniche degli allenatori e andamento delle squadre, aspetti che altrimenti verrebbero osservati con minore attenzione.
Da questi esempi è nata l’idea che ho poi applicato nei miei corsi universitari. Ho introdotto quiz interattivi al termine di alcuni blocchi di lezione, piccoli esercizi applicativi, punteggi basati su correttezza e rapidità, una sfida di programmazione e una classifica progressiva sviluppata lungo l’intera durata del corso. L’obiettivo non era trasformare il corso in un gioco, ma rendere più visibile e partecipato il percorso di apprendimento.
Ci sono però alcuni punti fermi dai quali non si può prescindere. Per apprendere davvero bisogna esercitarsi, sbagliare, correggersi e riprovare. Vale nello sport, dove nessun atleta migliora senza allenamento; vale nelle moderne reti neurali artificiali, che apprendono attraverso una fase di addestramento; e vale anche per gli studenti. Il training è spesso faticoso, ma rappresenta una parte indispensabile dell’apprendimento.
La domanda, quindi, non è come eliminare questa fatica, perché non sarebbe possibile né utile. La domanda è come renderla più sostenibile, più motivante e, quando possibile, anche più piacevole. La gamification può aiutare proprio in questo: introduce obiettivi chiari, feedback immediati, progressione e una componente di sfida che spinge gli studenti a rimanere più attivi durante il percorso.
La gamification viene spesso associata al semplice “giocare”. In realtà, quali principi pedagogici la rendono uno strumento efficace per l’insegnamento universitario?
La gamification non consiste nel trasformare l’università in un gioco. Significa usare in modo intelligente alcune dinamiche tipiche del gioco, come obiettivi chiari, feedback immediato, progressione, sfida, collaborazione e riconoscimento dei risultati.
Dal punto di vista pedagogico, questi elementi sono importanti perché aumentano il coinvolgimento e rendono più visibile il percorso di apprendimento. Uno studente che riceve un feedback immediato capisce prima dove sta sbagliando e può intervenire più rapidamente sulle proprie difficoltà. Una classifica, se usata in modo equilibrato, non serve a creare competizione sterile, ma a rendere più motivante il percorso e a dare continuità allo studio.
Un aspetto molto importante riguarda anche la qualità della piattaforma utilizzata. Se lo strumento è ben progettato, la gamification non si limita a registrare punteggi, ma permette allo studente di capire su quali argomenti incontra più difficoltà e su quali competenze deve migliorare. Allo stesso tempo, il docente può avere un quadro complessivo dell’andamento della classe: può capire se gli studenti stanno seguendo il percorso, quali concetti risultano meno chiari e dove è necessario tornare con ulteriori spiegazioni o attività.
A partire da questi dati possono nascere azioni didattiche più mirate: interventi da svolgere in aula, esercizi di rinforzo, percorsi individuali o attività da completare in autonomia anche dopo la fine del corso. Il punto centrale, quindi, non è semplicemente introdurre quiz o classifiche, ma progettare attività che aiutino gli studenti a partecipare di più, studiare con maggiore continuità e diventare più consapevoli del proprio apprendimento.
Quali risultati, anche sulla base delle esperienze già realizzate, ha osservato in termini di motivazione, partecipazione e rendimento degli studenti?
Nei corsi in cui ho introdotto elementi di gamification ho osservato soprattutto un aumento della partecipazione. Gli studenti tendono a seguire con maggiore attenzione, intervengono di più e vivono le attività di verifica non solo come un momento valutativo, ma anche come un’occasione per comprendere meglio il proprio livello di preparazione.
Un aspetto molto positivo è la continuità. Piccoli quiz distribuiti durante il corso aiutano gli studenti a non concentrare lo studio solo alla fine, ma a mantenere un contatto più regolare con la materia. Questo può incidere anche sul rendimento, perché favorisce una comprensione progressiva dei contenuti.
Ho notato anche un effetto positivo sulla discussione in aula. Le risposte errate, se gestite bene, non sono un problema, ma diventano un’occasione per chiarire dubbi diffusi, riprendere concetti poco compresi e rendere più esplicito il ragionamento degli studenti.
Naturalmente la gamification non è una soluzione miracolosa. Non basta introdurre quiz o classifiche per migliorare automaticamente l’apprendimento. Se però è ben progettata e collegata agli obiettivi del corso, può migliorare motivazione, attenzione, continuità e consapevolezza.
L’intelligenza artificiale sta entrando rapidamente nelle università. In che modo può integrarsi con la gamification e con una didattica più interattiva senza sostituire il ruolo del docente?
L’intelligenza artificiale può diventare un supporto molto utile per una didattica più interattiva, ma non deve sostituire il docente. Il docente resta centrale perché definisce gli obiettivi formativi, interpreta i bisogni degli studenti, costruisce il percorso didattico e valuta criticamente gli strumenti da utilizzare.
Integrata con la gamification, l’AI può aiutare a creare quiz personalizzati, generare esempi, proporre esercizi con difficoltà crescente, analizzare le risposte degli studenti e suggerire percorsi di recupero. Può quindi rendere le attività più adattive e personalizzate. Tuttavia, la guida deve rimanere umana: l’intelligenza artificiale può amplificare il lavoro del docente, non sostituirne la responsabilità educativa.
Per lo studente, se usata bene, l’AI può svolgere una funzione simile a quella di un tutor: può aiutare a chiarire concetti difficili, proporre spiegazioni alternative, suggerire esempi, accompagnare nello svolgimento di esercizi e aiutare a capire dove si sta sbagliando. Non dovrebbe però diventare uno strumento per saltare il ragionamento o ottenere direttamente la soluzione finale. Il suo valore sta nel sostenere il percorso di apprendimento, non nel sostituirlo.
Il punto, quindi, non è usare la tecnologia per delegare il processo formativo, ma per aumentare la qualità dell’interazione. Se ben progettata, l’AI può aiutare il docente a intercettare prima le difficoltà, proporre attività più mirate e costruire percorsi più personalizzati, lasciando però al docente la responsabilità delle scelte educative e della valutazione critica.
Ritiene che gli atenei italiani siano pronti ad adottare in modo diffuso queste metodologie innovative oppure esistono ancora ostacoli culturali e organizzativi da superare?
In molte università ci sono docenti che sperimentano metodologie innovative, strumenti digitali, attività interattive e forme di gamification. Tuttavia, spesso si tratta di iniziative individuali o legate a singoli corsi, più che di vere soluzioni di sistema.
A mio avviso servirebbe un salto di qualità organizzativo. Non basta chiedere ai docenti di innovare: bisogna metterli nelle condizioni di farlo. Questo significa formazione, supporto tecnico, riconoscimento del tempo necessario per progettare nuove attività e anche piattaforme adeguate. Una piattaforma di sistema, italiana o europea, pensata per la didattica universitaria, potrebbe aiutare molto: dovrebbe consentire quiz interattivi, percorsi progressivi, analisi dei risultati, integrazione con gli strumenti già usati dagli atenei e un’interfaccia realmente adatta agli studenti di oggi.
La questione, quindi, non è solo tecnologica. È anche culturale e organizzativa. L’innovazione didattica deve essere considerata parte della qualità dell’università, non un’attività accessoria affidata alla buona volontà dei singoli. Gli atenei italiani hanno le competenze per farlo, ma serve una maggiore capacità di trasformare le buone pratiche in modelli condivisi e sostenibili.
Il suo lavoro sarà pubblicato anche in inglese su una prestigiosa rivista internazionale dedicata all’istruzione superiore. Quanto è importante confrontarsi con le migliori esperienze internazionali per innovare l’università italiana?
È molto importante, perché il confronto internazionale aiuta a capire meglio sia i nostri punti di forza sia le nostre debolezze. Ogni volta che ho l’occasione di visitare università fuori dall’Italia, viene naturale fare confronti: sui metodi didattici, sull’organizzazione, sugli strumenti messi a disposizione dei docenti e degli studenti, ma anche sul modo in cui l’innovazione viene sostenuta a livello istituzionale.
Credo che la qualità della didattica e della formazione universitaria italiana sia complessivamente buona. Lo dimostra anche il fatto che molti studenti formati nelle nostre università riescono poi a inserirsi con successo in contesti internazionali, sia accademici sia aziendali. Penso, ad esempio, ai tanti laureati in Ingegneria Informatica che oggi lavorano in università, centri di ricerca e aziende tecnologiche internazionali.
Allo stesso tempo, il confronto con l’estero mette in evidenza alcune criticità. In Italia siamo spesso più lenti nel trasformare le buone idee in soluzioni strutturali. Molti docenti innovano, sperimentano e ottengono risultati interessanti, ma lo fanno spesso con grande sforzo individuale. A questo si aggiunge un peso burocratico molto elevato: accanto al lavoro principale di didattica, ricerca e terza missione, ci sono molte attività collaterali e amministrative che assorbono tempo ed energie.
Per questo confrontarsi con le migliori esperienze internazionali è fondamentale: non per imitare semplicemente altri modelli, ma per capire come adattare al nostro sistema ciò che funziona meglio. L’università italiana ha una base solida e competenze importanti; ora deve diventare più rapida, più organizzata e più capace di sostenere l’innovazione in modo sistematico.
Guardando ai prossimi dieci anni, come immagina l’università del futuro? Quali competenze dovranno sviluppare i docenti e quali saranno le principali sfide per rendere l’apprendimento sempre più efficace e coinvolgente?
Immagino un’università più aperta, più interattiva e più personalizzata, capace di seguire meglio il processo di apprendimento degli studenti e non soltanto il risultato finale. La lezione tradizionale continuerà ad avere un ruolo importante, ma dovrà essere affiancata da attività più partecipative, strumenti digitali, momenti di verifica progressiva e forme di confronto continuo.
Nei prossimi anni l’intelligenza artificiale generativa farà sempre più parte del modo in cui studenti e professionisti lavorano. Per questo non va semplicemente esclusa dalla didattica, ma integrata in modo critico. Allo stesso tempo, bisogna aiutare gli studenti ad apprezzare ciò che spesso danno per scontato: il ragionamento, il percorso, gli errori, i tentativi e la costruzione graduale di una soluzione. Una risposta generata in pochi secondi può sembrare completa, ma non sempre dimostra una reale comprensione.
La sfida principale sarà quindi valutare sempre di più il percorso, non soltanto il prodotto finale. I docenti dovranno sviluppare competenze non solo disciplinari, ma anche digitali, comunicative e progettuali: dovranno saper costruire esperienze di apprendimento, usare i dati in modo intelligente, integrare strumenti tecnologici e mantenere una forte capacità critica. L’università del futuro dovrà trovare un equilibrio: più innovazione e partecipazione, ma sempre con al centro la qualità della formazione e il ruolo educativo del docente.