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17/10/2026 ore 20.30
Attualità

La società è peggio della natura: il dramma degli agricoltori da Saverio Strati alle proteste di oggi

Nel racconto “Le pesche”, lo scrittore calabrese denuncia sfruttamento e inganni ai danni dei contadini. Una storia del 1953 che richiama le difficoltà e le proteste del mondo agricolo contemporaneo

di Alessandro Gaudio

I presidi allestiti dagli agricoltori in questi giorni rimandano a una condizione contadina che, nell'idea di molti scrittori, è presto diventata indice di una realtà ben più estesa e pervasiva. Lo ha fatto, ad esempio, Saverio Strati con quasi tutti i suoi romanzi e con un racconto scritto nel 1953, intitolato Le pesche e poi inserito nel 1966 in Gente in viaggio, la seconda raccolta organica di novelle dello scrittore di Sant'Agata del Bianco.

La narrazione, che principia dalle speranze dell'alba e si chiude sull'amara delusione della sera, si apre sulla condizione di grave indigenza di una famiglia contadina di Samo, piccolo centro dell'entroterra reggino, costretta a vendere il raccolto di pesche del proprio podere per racimolare il denaro necessario a comprare calzoni e vestiti per i figli: “Era da mesi che padre e figlio non avevamo lavoro, e in casa non si vedeva una lira nemmeno col binocolo”. Trasportato a piedi dal paese alla marina da un giovane narratore in prima persona, dalla madre e dalla sorella Rosa – costretta a portare scalza un cesto di quaranta chili sulla testa lungo una strada “brecciosa” –, il carico di frutta va incontro a un vero e proprio calvario commerciale e umano.

Nicolina, la fruttivendola locale, smentisce con arroganza gli accordi presi il giorno precedente con il padre, Rocco Misiti, pretendendo un prezzo stracciato, mentre al mercato comunale i contadini sono costretti a regalare due panieri di pesche alle guardie municipali per ottenere un posto e una bilancia, salvo poi dover pagare anche la tassa di occupazione. L'illusione di un riscatto si infrange definitivamente sulla via del ritorno, quando un sedicente commerciante su un carretto, “un compare della malavita”, lusinga l'ingenuità della madre, si appropria delle pesche invendute e simula il pagamento esibendo una banconota da cinquecento lire per la quale i contadini, ovviamente, non hanno resto: promettendo di salire in paese il giorno dopo per saldare il debito e corteggiare la ragazza, “che, se una ragazza non sposa, è come un albero senza frutto...”, l'uomo svanirà nel nulla, rendendo la beffa delle pesche proverbiale in tutta la comunità.

Il racconto termina con l'amara consapevolezza che la fatica dei contadini sia perennemente esposta ai raggiri e agli inganni della società borghese. Società che, alla fine dei conti, è peggio dei guasti della terra, che tutto “si mangia”. Se dalle calamità naturali ci si può anche salvare, non si potrà sfuggire, invece, al dominio di un nuovo feudalesimo che, con inderogabile linearità e in tutte le Calabrie del mondo, è oggi in grado di trasferire quasi burlescamente le distorsioni del commercio e del mercato persino nel carattere degli individui e, dunque, nei rapporti interpersonali.