La sua casa devastata dalla piena del Crati, il disperato appello di Giuseppe: «Ho perso tutto, non vado via ma serve aiuto»
Il giovane racconta la tragedia personale di contrada Lattughelle e la straordinaria ondata di solidarietà dei giorni successivi. Tra casa da ristrutturare e difficoltà personali, lancia un appello alle istituzioni
Nella quiete apparente di contrada Lattughelle, il tempo si è fermato al giorno in cui il fiume Crati ha deciso di cambiare volto al territorio. Qui, tra le macerie di un'esistenza una volta tranquilla, vive Giuseppe Basile, un uomo che, con la dignità di chi non ha mai chiesto nulla, oggi si trova costretto a gridare il proprio dolore. Lo avevamo incontrato la mattina del 16 febbraio, solo, davanti casa sua. Serenamente rassegnato, un sorriso per “macchiare” i mille pensieri. Lo abbiamo cercato ancora, perchè Giuseppe è l’icona della resistenza, della determinazione, non è solo una vittima dell'alluvione, è il volto umano, come altri, di una tragedia che le istituzioni non possono più ignorare.
Giuseppe vive solo, sostenuto da una piccola pensione che deve bastare per tutto. Quando il Crati ha rotto gli argini, lui non c'era. La sorte, però, gli ha riservato un risveglio atroce: «Io ho avuto proprio una catastrofe, sai cosa vuol dire? Che ho avuto quasi un metro d'acqua in casa, di fango. Ho dovuto buttare tutto, tutto, tutto: dall'elettrodomestico, al mobile, alle coperte, proprio tutto».
Quello che Giuseppe descrive è la perdita totale di un progetto di vita. «Era anche in progetto che dovevamo venire a vivere con la mia ragazza qua - racconta con voce rotta - e ora non lo posso più fare».
Il trauma dell'assenza è stato colmato solo dall'angoscia del rientro: «Non ho potuto aprire neanche casa il sabato perché era tutto immerso nell'acqua. Ho dovuto aspettare la domenica, quando sono venuti con l'autopompa per aspirare tutto. Mi hanno dovuto spaccare la mattonella con il massetto. È stata solo disperazione, nervosa, un'agitazione continua».
Lui non dimentica chi, nei primi giorni, ha teso la mano: «Gli aiuti, specialmente quando è successo, sono venuti, devo dire la verità, consiglieri comunali a pulire, la Protezione Civile, c'è stata tanta solidarietà». Ma la solidarietà, per quanto preziosa, non ripara i muri e non riempie la cucina.
«Ancora c'è il problema - denuncia lucidamente - , sono riuscito ad arrangiare alla meno peggio. Qualche mobile, mi hanno dato una camera da letto, però ancora la cucina non ce l'ho perché non è utilizzabile. Quella che mi hanno regalato è a metano, da mettere a posto per usare la bombola. Sto facendo dei lavori, sto coprendo i muri che l'inondazione ha completamente rovinato con dei pannelli di polistirolo, e poi verrà pure pitturata. Ma c'è un lavoro immane e ci vogliono parecchi soldi».
Il nodo è tutto qui, in questa spietata realtà economica: «Quando le tasche sono vuote non è facile iniziare da capo. Noi siamo partiti dall'inizio, ma sullo sporco. Siamo ripartiti peggio di zero».
Nonostante le pareti scrostate e l'assenza di una cucina, Giuseppe non ha intenzione di abbandonare la sua terra: «Questa è casa mia, è la casa di mio padre, ho dei ricordi. Io di sicuro non me ne vado. Sono abitante di Cassano, sono qui e rimango».
La sua è una scelta di resistenza che suona come una sfida rivolta a chi dovrebbe governare il territorio: «Non auguro neanche al peggior nemico una situazione come questa». Giuseppe Basile chiude con un appello accorato, che è anche una lezione di umanità per la politica: «Ci dovrebbero aiutare. Devono capire la situazione perché può succedere a chiunque. Aiuto, aiuto, aiuto: c'è bisogno di aiuto, questo devono capire».
La storia di Giuseppe non è solo cronaca di una contrada alluvionata; è la richiesta di riscatto di un cittadino che chiede, semplicemente, di poter tornare a vivere nella propria casa, senza dover elemosinare ciò che il disastro idrogeologico gli ha ingiustamente strappato.