La terra inquieta e il diritto di restare: se il terremoto in Calabria è uno specchio
Mentre si discute febbrilmente di un Ponte sullo Stretto, la realtà calabrese rimane quella delle ferrovie a binario unico, delle strade provinciali che franano alla prima pioggia, delle scuole che non sanno se reggeranno alla prossima scossa. Una eterna lotta tra il monumentale e il necessario
Di nuovo quel boato. Quel suono secco, viscerale, che i vecchi riconoscono prima ancora che i bicchieri inizino a tremare sulla tavola. Magnitudo 5.1. Per il resto del mondo è un dato tecnico, una notifica sullo smartphone, ma per chi vive tra il Pollino e lo Stretto, è il battito irregolare di una madre — la terra — che non trova pace. E mentre la polvere si posa, su uno dei profili social risuonano le parole di Vito Teti, che non sono solo letteratura e antropologia, ma sono carne e sangue. C’è qualcosa di profondamente osceno nel veder tremare una terra che porta ancora i segni di ferite mai rimarginate. Vito Teti ci sbatte in faccia una verità che fa male: siamo "giusti" solo quando la terra trema. Ci ricordiamo di essere fragili solo quando il pavimento ci tradisce. Ma la vera tragedia non è il sisma, ma è il "paradigma di morte" che abbiamo accettato come destino.
Forte scossa di terremoto di magnitudo 5.1 al largo della Calabria: circolazione treni sospesa, scuole chiuse a Melito, Bova e San LorenzoMentre si discute febbrilmente di un Ponte sullo Stretto — un sogno d'acciaio che svetta su un cimitero di paesi abbandonati — la realtà calabrese rimane quella delle ferrovie a binario unico, delle strade provinciali che franano alla prima pioggia, delle scuole che non sanno se reggeranno alla prossima scossa. È l'eterna lotta tra il monumentale e il necessario. Costruire un ponte dove la terra ha l'epicentro nel suo DNA è, per dirla con Teti, una forma di cecità culturale. Il post social di Vito Teti è un manifesto che significa guardare negli occhi quei giovani che stamattina, dopo la scossa, hanno guardato le crepe sui muri delle case dei nonni e si sono chiesti: "Vale la pena restare?".
La risposta di Teti è un "sì" che pesa come una pietra: la Restanza. Ma non può essere una restanza fatta di rassegnazione o di "piccole fragili riparazioni". Restare in Calabria deve smettere di essere un atto di eroismo solitario per diventare un progetto civile. La rigenerazione urbana di cui parla Teti non è fatta di colate di cemento, ma di mani specializzate, di architetti che sanno leggere il paesaggio, di giovani che curano i sentieri e mettono in sicurezza le chiese. È un’economia della cura che si oppone all'economia della disgrazia. "Bisogna ribaltare la filosofia dei ceti dominanti," scrive Teti. Per decenni, la "disgrazia" è stata un bancomat per pochi e un calvario per molti. Il terremoto di stamattina ci ricorda che il tempo delle proroghe è scaduto. Non possiamo più permetterci il lusso del silenzio.
Non possiamo più accettare che il "Forza Etna" o il "Forza Vesuvio" gridato negli stadi trovi eco nell'indifferenza delle istituzioni. Oggi il grido deve essere "Forza Calabria", ma un forza che non sia un incitamento da stadio, bensì un impegno finanziario, politico e morale. La Calabria non è una terra "maledetta". È una terra mobile, viva, che chiede di essere ascoltata. Mettere in sicurezza i paesi non significa solo salvare i muri, le strutture, ma significa salvare i ricordi, le tradizioni, il diritto di un ragazzo di guardare il mare senza temere che la montagna gli cada alle spalle. L'appello di Teti al governatore Occhiuto e a tutte le forze sociali è l'ultima chiamata. Se i soldi del Ponte esistono, che diventino strade, scuole, paesi rinati. Che diventino dignità. Perché una terra che trema può essere governata, ma una terra che viene abbandonata è una terra che muore per sempre. Adesso o mai più. Per chi resta, per chi torna, e per chi non vuole più fuggire.
*Documentarista