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18/07/2026 ore 17.05
Attualità

L'alfabeto della polvere. La Calabria del 1950 nel mirino di David Seymour e nella lettura di Francesco Faeta

Un'aula improvvisata, l'istruzione come riscatto collettivo e uno scatto che restituisce dignità alle comunità rurali, svelando il valore civile dello sguardo documentario e della memoria

di Gianfranco Donadio*

C’è una fotografia del marzo 1950 che riassume, senza bisogno di didascalie saggistiche, l’intera complessità sociale del Mezzogiorno nel secondo dopoguerra. L’ha scattata David Seymour, per tutti “Chim”, uno dei padri fondatori dell’agenzia Magnum, in una scuola improvvisata di Cimino, frazione rurale di San Marco Argentano, nella Valle dell’Esaro. In quel fazzoletto di terra cosentina, Seymour era arrivato su incarico dell'UNESCO per documentare la campagna contro l'analfabetismo. Ne parlavo, sul piano della curiosità intellettuale,nella prospettiva futura di un progetto teso al recupero di immagini di archivio della nostra regione, proprio qualche giorno fa col presidente di questo network, Domenico Maduli. Quello scatto non è solo cronaca visiva. Quello scatto è un condensato di tensioni storiche. All'interno della stanza, l'insegnante Olga Natale siede stanca accanto all'uscio; sul fondo si intravede una carta geografica della Calabria, logora e strappata. I bambini sono curvi sui quaderni, i piedi scalzi di alcuni di loro cercano il calore di bracieri di lamiera improvvisati per combattere il vento che penetra dal tetto sconnesso. Fuori dalla porta, nel contrasto della luce meridionale, un bambino pastore guarda verso l'interno: lui a scuola non può andare, perché deve badare alla mandria.

Su questa specifica immagine - e sul più ampio corpus del reportage meridionale di Seymour - si innesta l’operazione critica di Francesco Faeta, già professore ordinario di Antropologia culturale e visiva con una lunga carriera didattica spesa in particolare nelle Università della Calabria e di Messina, Faeta ha dedicato decenni di ricerca etnografica al Sud d’Italia, unendo lo studio delle tradizioni popolari a una raffinatissima analisi dei linguaggi visivi. Membro della Commissione Nazionale Italiana per l'UNESCO, collaboratore del Ministero della Cultura per il Piano Strategico per la Fotografia e docente invitato in istituzioni prestigiose come l'EPHE di Parigi e la Columbia University a New York, Faeta ha condensato questa lunga militanza teorica in un recente volume “L'occhio e le cose. Cinque lezioni sullo sguardo” (Meltemi, 2023). La rievocazione proposta di recente nei programmi d’archivio della Rai, come Wikiradio, ci offre l'occasione per decodificare il suo approccio metodologico, che ridefinisce radicalmente il rapporto tra la saggistica dello sguardo e la microstoria locale.

Il merito principale dell'analisi di Faeta risiede nel rifiuto categorico di una lettura puramente nostalgica o estetica della miseria rurale. L'antropologia visiva, nelle sue mani, diventa uno strumento di smontaggio critico del dispositivo fotografico. Seymour arrivava in Calabria profondamente influenzato dal pensiero e dall'amicizia di Carlo Levi. Non era il tipico fotoreporter d'assalto alla ricerca del pittoresco o del primitivo da dare in pasto alle riviste illustrate del Nord. Faeta ci mostra come Seymour legga l'analfabetismo non come una semplice carenza da sanare con piglio paternalistico o assistenziale, ma come una ferita storica complessa. Imparare a leggere e scrivere, in quella scuola rurale di Cimino, significava per quelle comunità tentare di conquistare un'autonomia civile senza per questo smarrire la propria identità profonda, espressa fino ad allora nella cultura orale e dialettale. L'immagine, dunque, non è mai uno specchio passivo della realtà: lo sguardo di Seymour costruisce una relazione simmetrica con i soggetti, restituendo dignità politica anche alla privazione materiale.

Questa operazione critica acquista ulteriore spessore se posta in dialogo con la stratificazione sonora e visiva dei decenni successivi, conservata negli archivi radiotelevisivi. I confini comunali, in quella parte della provincia di Cosenza, si fondono storicamente attorno all'urgenza del riscatto educativo. Non è un caso che i materiali d'archivio della Rai colleghino idealmente lo scatto di Cimino del 1950 ai successivi presidi di alfabetizzazione della zona, come i corsi del Centro di cultura popolare nella vicina Roggiano Gravina documentati dai servizi di TV7 nel 1965, o le lucide corrispondenze radiofoniche del Viaggio in Italia di Guido Piovene del 1956. Questo continuum documentario dimostra che l'esperienza di San Marco Argentano non fu un episodio isolato, ma l'avamposto di una mobilitazione pedagogica immensa, che vide in prima linea l'Unione Nazionale per la Lotta contro l'Analfabetismo (UNLA) e i comitati locali.

L’editoria e la saggistica visuale rischiano spesso di cadere nell’iperbole del Meridione mitico, immobile e rassegnato. L’insegnamento e il rigore biografico di Faeta vanno nella direzione opposta: ristabilire la verità dei fatti attraverso lo studio delle posture, degli oggetti minuti - come quei bracieri o i sussidiari logori - e delle relazioni spaziali all'interno dell'inquadratura. La fotografia di Cimino documenta una transizione reale: la vecchia Calabria feudale e contadina che, pur tra stenti e contraddizioni geografiche evidenti, si aggrappa alla matita per ridefinire il proprio posto nella modernità italiana. Ed è proprio questo rigore analitico, privo di concessioni al patetico o alla retorica, a rendere l'operazione critica di Faeta un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia comprendere il potere politico delle immagini nella costruzione della memoria storica del nostro Paese.

*Documentarista Unical