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24/09/2026 ore 07.30
Attualità

«L’algoritmo non può diventare il nuovo direttore del personale»: Brunetta e la sfida dell’AI sul lavoro

Il presidente del Cnel interviene al forum promosso da Entopan: «La persona è il fine, l’ordine economico le resta subordinato». E avverte: «Nessuna black box. I lavoratori devono poter partecipare alla progettazione dei sistemi»

di Francesco Graziano

Non è soltanto una questione tecnologica. La trasformazione prodotta dall’intelligenza artificiale investe il lavoro, le relazioni sociali, i processi decisionali e, in prospettiva, lo stesso equilibrio tra innovazione e democrazia. È su questo terreno che si è sviluppato l’intervento di Renato Brunetta, presidente del Cnel, intervenuto in videocollegamento al forum “Harmonic Innovation: Words of Hope for a Magnifica Humanitas”, promosso da Entopan a Simeri e Tiriolo, nel Catanzarese.

Nel suo intervento Brunetta ha scelto di leggere la sfida dell’innovazione attraverso le categorie dell’economia e delle istituzioni, riportando al centro una parola che, secondo il presidente del Cnel, i modelli economici fanno ancora fatica a misurare: dedizione. «Vuol dire darsi, dedicarsi, donarsi completamente», ha spiegato, collegando questo concetto alla propria idea di lavoro non più considerato soltanto come fattore produttivo, ma come luogo di relazioni e di dignità. È da qui che Brunetta affronta il nodo dell’intelligenza artificiale. Una tecnologia che, sottolinea, è già entrata concretamente nei luoghi di lavoro: nelle fabbriche, negli ospedali, nei call center, nelle piattaforme di delivery, nei software che organizzano i turni e nei sistemi che possono intervenire anche nei processi di selezione del personale. La domanda, dunque, non riguarda più soltanto il futuro.

L’intelligenza artificiale è già dentro il presente del lavoro. E proprio per questo, secondo Brunetta, occorre interrogarsi su tre questioni: chi decide come viene utilizzata, chi beneficia dei suoi effetti e chi sostiene i costi della transizione. Il rischio evocato dal presidente del Cnel è quello di un modello nel quale l'algoritmo finisca per assumere il ruolo di un moderno direttore del personale. Brunetta ricorre a un'immagine volutamente retrò: «Vedo l’algoritmo, il cuore dell’intelligenza artificiale, come un vecchio direttore del personale, fermo sulla catena di montaggio con il cronometro in mano, intento a misurare tempi e metodi». Una rappresentazione che, nella sua lettura, richiama un modello verticale e calato dall’alto, capace di ridurre il lavoro a semplice esecuzione. È ciò che Brunetta definisce un possibile modello «neofordista». Il problema, spiega, non riguarda soltanto il rapporto tra lavoratore e tecnologia, ma coinvolge l’intero sistema delle relazioni industriali. Se l’algoritmo resta una “scatola nera”, sottratta alla conoscenza e alla partecipazione di chi lavora, il rischio è quello di indebolire progressivamente i corpi intermedi, la contrattazione e quelle regole sociali costruite nel corso di decenni di storia sindacale e industriale.

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«Nessuna black box»

La risposta indicata da Brunetta è netta: l’intelligenza artificiale deve diventare oggetto strutturale della contrattazione collettiva. Questo significa, nella sua impostazione, riconoscere ai lavoratori e alle loro rappresentanze il diritto di conoscere le logiche algoritmiche che incidono sul loro lavoro e di partecipare alla progettazione dei sistemi prima della loro introduzione. «Nessuna black box, nessuna scatola nera», ribadisce. Ma la partecipazione, nella visione illustrata dal presidente del Cnel, non riguarda soltanto la trasparenza degli algoritmi. C'è anche il tema della distribuzione dei guadagni di produttività generati dall'innovazione. Una questione che Brunetta riconduce a un interrogativo storico dell'economia: come distribuire i benefici della maggiore produttività tra coloro che contribuiscono all'impresa? L'obiettivo indicato è una distribuzione «efficiente, equa, inclusiva» dei guadagni prodotti dalla trasformazione tecnologica. In questo quadro Brunetta richiama anche le iniziative del Cnel, tra cui l’Osservatorio per l’intelligenza artificiale partecipativa, presentato nel suo intervento come uno strumento per affrontare il rapporto tra innovazione, lavoro e partecipazione.

Il lavoro oltre il fattore produttivo

Il ragionamento torna così al punto di partenza: il lavoro. Per Brunetta non può essere letto esclusivamente attraverso le categorie della produttività. È soprattutto relazione, dignità e partecipazione. Da qui il riferimento all’articolo 41 della Costituzione e al principio secondo cui l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale né arrecare danno alla dignità umana. Un principio che Brunetta mette in relazione con la riflessione sull’economia civile e con l'idea che la persona debba restare il fine dell'ordine economico. Nella sua lettura, i corpi intermedi – lavoratori, datori di lavoro, sindacati e rappresentanze – costituiscono una trama essenziale della società. Sono, dice, «reti di inclusione» e «reti di intelligenza collettiva». Da qui anche la critica a un possibile sviluppo esclusivamente verticale delle piattaforme tecnologiche. Affidare decisioni collettive a sistemi algoritmici privi di responsabilità democratica, sostiene Brunetta, rischierebbe di svuotare la democrazia dall’interno. La prospettiva alternativa è quella di reti orizzontali, sociali e territoriali, capaci di mantenere dentro i processi decisionali rappresentanza, valori e culture locali.

«Lo spazio che si chiama Europa»

Nel passaggio successivo il presidente del Cnel colloca questa riflessione in una dimensione più ampia. Tra l’approccio tecnologico occidentale e quello statalista che Brunetta associa al modello orientale, individua uno spazio che definisce con due parole: Europa ed economia civile. Il riferimento è alla tradizione di Antonio Genovesi e all’idea del mercato come istituzione sociale fondata su fiducia e reciprocità. Ma soprattutto alla felicità pubblica, concetto che Brunetta contrappone a una società sempre più frammentata e individualizzata. «Non esiste felicità isolata. La felicità o è pubblica o non è», afferma, collegando questa intuizione alla prospettiva dell’innovazione armonica: un'innovazione che non procede separando tecnologia e persona, ma che prova a governare insieme le grandi transizioni. E le transizioni, osserva, non sono soltanto digitali. Riguardano la demografia, l'energia, le tecnologie e anche gli equilibri geopolitici. «Sta cambiando il mondo, sta cambiando tutto», sottolinea.

Dalla tecnologia alla dignità del lavoro

La sfida dell'intelligenza artificiale, nella lettura di Brunetta, non consiste dunque nel fermare l'innovazione, ma nel governarla mentre accade, prima che la tecnologia produca effetti che le regole non siano più in grado di accompagnare. «Le grandi trasformazioni non si governano dopo, si governano mentre accadono», afferma. Ed è qui che il discorso torna alla parola iniziale: la dedizione. Per Brunetta, nel linguaggio civile che gli è proprio, quella parola ha un nome preciso: dignità del lavoro. «Nessun algoritmo la produce – conclude – ma un algoritmo non governato insieme può metterla in pericolo». La sfida, quindi, non è scegliere tra uomo e tecnologia. È stabilire quale posto debba occupare la tecnologia dentro una società che continua a riconoscere nella persona, nel lavoro e nelle relazioni il proprio punto di riferimento.