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25/10/2026 ore 19.09
Attualità

L’articolo 13 della Costituzione, da una cella di Prato al carcere di Rossano

Nella tredicesima puntata del podcast “Sacro Civile”, lo scrittore calabrese Tommaso Scicchitano legge l’articolo sulla libertà personale: l’orologio che i costituenti misero nel testo nel 1947, il carcere di Rossano con la metà degli agenti, il manicomio di Girifalco e i Cpr

di Tommaso Scicchitano

Prato, carcere della Dogaia, cella 171. Il 5 agosto, alle 23 e 12, muore un uomo di trentadue anni, nigeriano. Il nome non lo sappiamo: la Procura non l’ha detto e nessun giornale l’ha scritto. Shock emorragico per rottura del fegato. A ottobre la Procura ha chiuso le indagini su tre compagni di cella, per omicidio preterintenzionale. Erano in quattro, in una cella.

Non serve andare a Prato. A Rossano, al 23 settembre, c’erano 334 persone per 263 posti e 129 agenti di polizia penitenziaria su una pianta organica di 248: la metà di quelli che servirebbero, come ha denunciato la Uil Fp Calabria dopo un sopralluogo. E Antigone, nel suo ventiduesimo rapporto sulle condizioni di detenzione, uscito a fine settembre con un titolo che è già una fotografia, «Tutto chiuso», conta 64.436 detenuti per 46.318 posti e più di trentamila ricorsi accolti per trattamento inumano o degradante.

Sopra tutto questo c’è un articolo della Costituzione. È il 13, il primo dei diritti, e comincia con sei parole:

«La libertà personale è inviolabile».

È anche il primo articolo lungo della Carta: cinque commi, e dentro un orologio. L’autorità di pubblica sicurezza, in casi eccezionali di necessità e urgenza, può limitare la libertà di una persona, ma deve comunicarlo al giudice entro quarantotto ore; e il giudice ha altre quarantotto ore per convalidare. Se l’orologio scade, il provvedimento «si intende revocato e resta privo di ogni effetto». È l’unico punto, in tutta la Costituzione, dove si contano le ore.

A Sacro Civile dedico una puntata a ogni articolo, nell’ordine. Per la tredicesima sono tornato a Montecitorio, alla seduta del 10 aprile 1947, davanti a un’aula piena di persone che il carcere e il confino li avevano conosciuti da dentro. Badini Confalonieri racconta la polizia che arrestava i familiari del ricercato; Costantini prova a togliere il comma che punisce «ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà», e non passa; Bettiol chiede una Costituzione «antipoliziesca, in quanto è antifascista»; Tupini spiega l’orologio con una frase sola: «perciò le abbiamo limitate a quarantotto ore».

Quell’orologio ha avuto una vita lunga. Nel 1978, con la legge Basaglia, è entrato negli ospedali psichiatrici: anche il trattamento sanitario obbligatorio va convalidato da un giudice entro quarantotto ore. Nel 2001 la Corte costituzionale, con la sentenza 105, lo ha applicato ai centri per stranieri: il trattenimento è una privazione della libertà personale, e vale l’articolo 13. Oggi corre nei Cpr, dove la legge permette di restare fino a diciotto mesi senza che serva un reato. Il rapporto «Trattenuti» di ActionAid e Università di Bari, uscito il 30 settembre, dice che nel 2025 i giudici hanno fatto uscire dai centri più persone di quante lo Stato ne abbia rimpatriate. E il primo luglio di quest’anno il Tribunale di Roma non ha convalidato un trattenimento a Gjadër, in Albania.

Nella puntata c’è anche una storia calabrese che l’articolo 13 non arriva a misurare. Una donna che ha chiesto di restare senza nome racconta la madre entrata nel manicomio di Girifalco nel 1969 e uscita nel 1981: dodici anni senza che nessuno dicesse per quanto, e i due giri di chiave contati ogni domenica, all’ora della visita. Poi la madre torna a casa, e la porta della sua camera la chiude lei, da sola, dall’interno.

La Costituzione può garantire che nessuno vi chiuda dentro; non può garantire che, una volta liberi, sappiate uscire. È la stessa cosa che dice chi il carcere lo conosce per lavoro: fuori manca la famiglia, manca la strada, e le relazioni costruite dentro insegnano soltanto a stare dentro.

Sacro Civile cerca in ogni articolo una matrice spirituale, e quella del 13 sta in una parola ebraica, deror. È la liberazione dell’anno del giubileo, in Levitico 25, quando gli schiavi tornano liberi e le terre ai proprietari; ed è anche, nei Salmi e nei Proverbi, la rondine, l’uccello che nessuno riesce a tenere in gabbia.

In Geremia 34 il re Sedecia proclama la liberazione degli schiavi e i padroni, passato il pericolo, se li riprendono: la libertà data e ritolta è peggio della libertà mai data. E negli Atti degli Apostoli, a Filippi, un terremoto apre le porte del carcere e il carceriere, che per una porta aperta pagherebbe con la vita, sta per uccidersi. Dal buio Paolo gli grida:

«Non farti del male, siamo tutti qui».

Gli uomini liberi che restano, per salvare chi li aveva chiusi.

La puntata dura trenta minuti e si chiude con una richiesta a chi ascolta, per l’articolo 14, quello sul domicilio: raccontare, con un vocale di un minuto, chi è entrato in casa vostra senza bussare.