Lascia Milano per tornare in Calabria, la sfida di Matteo Pugliese: «Il Sud può guidare il cambiamento»
Dalla carriera al Nord al rientro a San Basile: l’obiettivo è portare competenze tecnologiche alle aziende meridionali e creare connessioni con giovani professionisti. «Molte realtà produttive si avvicinano all’Intelligenza artificiale senza strategia chiara»
Mentre il dibattito sull'intelligenza artificiale si consuma spesso tra entusiasmi facili e timori esagerati, c’è chi nel Sud Italia ha scelto di lavorarci ogni giorno, a contatto diretto con le imprese del territorio. Matteo Pugliese, fisico laureato all'Università della Calabria con un decennio di esperienza maturata tra Ferrari, Lamborghini e una multinazionale asiatica, e tornato in Calabria per fondare Dritara: un progetto che affianca concretamente le piccole e medie imprese del Mezzogiorno nella trasformazione digitale, collega i talenti tech al territorio e costruisce, pezzo per pezzo, quella cultura dell'innovazione che al Sud ancora manca. Oggi Pugliese lavora ogni giorno sul territorio, a contatto diretto con imprenditori e professionisti calabresi, e vede da vicino come le PMI si avvicinano all'intelligenza artificiale, quali errori commettono e quali opportunità rischiano di perdere. In questa intervista affronta le domande che contano: le normative europee che nessuno traduce in linguaggio semplice, i sistemi automatizzati che già oggi influenzano decisioni economiche cruciali per le imprese, e soprattutto se l'intelligenza artificiale può davvero diventare uno strumento di sviluppo per il Sud o rischia di ampliarne ulteriormente il divario con il resto d'Europa.
Lei ha lavorato per Ferrari e Lamborghini, era a Milano con una carriera solida. Poi ha deciso di tornare a San Basile, un piccolo borgo arbëreshë in provincia di Cosenza, per fondare Dritara. Perché?
Vivere a Milano e stimolante ma sempre più difficile, soprattutto per chi come me ha sempre avuto un sogno preciso: lavorare e investire nel proprio territorio. Ho trascorso dieci anni al Nord, prima come sviluppatore per Ferrari, poi come analista per Lamborghini, infine come Product Manager in una multinazionale. Anni preziosi, in cui ho imparato molto. Ma la Calabria non è mai uscita dalla mia testa. Quando ho capito di aver maturato l'esperienza giusta per mettermi davvero in gioco, ho sentito che era il momento. Non sono tornato per nostalgia: sono tornato con un progetto concreto, portare competenze digitali e cultura dell'innovazione in un territorio che ne ha un bisogno enorme e che, secondo me, ha molto più potenziale di quanto venga raccontato.
Le PMI del Sud stanno adottando l'intelligenza artificiale con sufficiente consapevolezza, o rischiano di farlo alla cieca?
La maggior parte delle piccole e medie imprese del Sud si sta avvicinando all'intelligenza artificiale per imitazione o per pressione esterna, non per una scelta strategica consapevole. Si sente dire che bisogna usare l'AI, e ci si muove di conseguenza, spesso senza capire cosa serve davvero al proprio business. Il rischio e concreto: adottare strumenti sbagliati significa sprecare risorse e, in alcuni casi, prendere decisioni peggiori di prima. Il problema però non è la tecnologia in sé. E la mancanza di accompagnamento. Mancano figure capaci di tradurre l'innovazione nel linguaggio di un artigiano, di un ristoratore, di un piccolo produttore agricolo. Ed e esattamente il vuoto che Dritara cerca di colmare. Detto questo, c’è una buona notizia: le PMI meridionali hanno una flessibilità che le grandi organizzazioni del Nord spesso non hanno. Se guidate nel modo giusto, possono adattarsi e innovare rapidamente.
Le leggi sull'intelligenza artificiale esistono già, in Europa si chiama AI Act, ma la maggior parte delle piccole imprese non ne ha mai sentito parlare. È un problema di comunicazione o di sistema?
È un problema di sistema prima ancora che di comunicazione. L'AI Act europeo è una normativa importante e necessaria, ma è scritta per grandi aziende con uffici legali strutturati, non per un imprenditore calabrese con cinque dipendenti che usa ChatGPT per rispondere alle email dei clienti. Il risultato è che la maggior parte delle piccole imprese non sa di essere già soggetta a queste regole. E quando non sai che una regola esiste, non puoi rispettarla. Il problema di comunicazione si aggiunge al problema di sistema: non esiste una rete istituzionale capace di tradurre queste normative in indicazioni pratiche e comprensibili per chi fa impresa ogni giorno. Il rischio concreto non è tanto la sanzione, ma l'esclusione progressiva dal mercato. Le grandi aziende si adeguano, le piccole restano indietro. Quello che serve non è semplificare le leggi, ma costruire sul territorio una rete di figure competenti capaci di fare da ponte tra la norma e l'impresa.
Lei parla di costruire fiducia digitale tra imprese e clienti. Nel concreto, cosa significa per un artigiano o un piccolo imprenditore calabrese?
Le piccole imprese del Sud hanno sempre avuto un capitale straordinario: la fiducia. Si costruiva con la stretta di mano, con la reputazione nel paese, con il passaparola. Nel mondo digitale quella fiducia non scompare, ma va ricostruita con strumenti diversi. Significa proteggere i dati dei propri clienti, essere trasparenti su come vengono usate le loro informazioni, non vendere qualcosa che l'algoritmo ha consigliato senza capire perché lo ha fatto. Faccio un esempio concreto: se un cliente prenota un servizio online e riceve comunicazioni personalizzate, vuole sapere che i suoi dati sono trattati con rispetto. Questo non è un tema da ufficio legale, è un tema di relazione umana applicata al digitale. E chi oggi investe in questa direzione costruisce un vantaggio competitivo reale per domani, perché i consumatori stanno diventando sempre più consapevoli e selettivi. La fiducia digitale non è un costo, è un investimento.
Sempre più decisioni, chi ottiene un prestito, chi viene assunto, a chi viene mostrata una pubblicità, le prende un algoritmo. Come fa un piccolo imprenditore a non essere in balia di questi sistemi?
Il primo passo e rendersi conto che questi sistemi esistono e che già oggi influenzano concretamente la vita di chi fa impresa. L'algoritmo di una banca può decidere se concedere un finanziamento. Quello di una piattaforma pubblicitaria decide a chi mostrare i tuoi prodotti. Quello di un marketplace decide quanta visibilità dare alla tua attività. Spesso l'imprenditore subisce queste decisioni senza nemmeno sapere che dietro c’è un sistema automatizzato. La buona notizia è che il diritto a capire esiste già: la normativa europea prevede che i sistemi di AI che prendono decisioni rilevanti debbano essere spiegabili. Il problema è che pochissimi lo sanno e ancora meno lo esercitano. Ma la vera risposta non è tecnica, e culturale. Non serve diventare ingegneri informatici. Serve sviluppare la capacita di fare le domande giuste: perché questo strumento mi da questo risultato? Su quali dati si basa? Posso verificarlo? Un imprenditore che sa fare queste domande non è in balia del sistema, ne diventa protagonista consapevole.
Dal suo osservatorio di Dritara, qual e l'errore più comune che vede quando un'azienda introduce l'AI nei propri processi? Ci faccia un esempio.
L'errore più comune che osservo e trattare l'intelligenza artificiale come una soluzione invece che come uno strumento. Si acquista una tecnologia convinti che risolverà un problema, senza chiedersi se quel problema non sia in realtà organizzativo o culturale. E nessuna tecnologia risolve un problema culturale. Un esempio concreto: ho visto aziende introdurre chatbot per gestire le richieste dei clienti senza addestrare lo strumento sui propri prodotti, senza formare il team che avrebbe dovuto gestirlo, e senza definire cosa fare quando il chatbot non sa rispondere. Il risultato era un servizio peggiore di prima, clienti frustrati e dipendenti convinti che l'AI fosse inutile. Il secondo errore frequente e introdurre questi strumenti dall'alto, senza coinvolgere le persone che li useranno ogni giorno. L'AI calata dall'alto genera resistenza e viene abbandonata nel giro di pochi mesi. Il concetto che cerco sempre di trasmettere alle aziende con cui lavoro e questo: l'AI amplifica quello che già esiste. Se i processi sono solidi, li rende più efficienti. Se sono disorganizzati, li rende più caotici. Prima si sistemano le fondamenta, poi si costruisce sopra.
L'AI può davvero ridurre il divario tra Sud e resto d'Europa, o rischia di allargarlo ulteriormente?
La risposta onesta è: dipende da quello che facciamo nei prossimi tre o cinque anni. Non è un destino scritto. Il rischio di allargamento del divario è reale e non va minimizzato. Se l'intelligenza artificiale resta concentrata nelle grandi aziende delle grandi cittè, il Sud ne raccoglie le briciole e il gap aumenta. Lo vediamo già oggi con altri fenomeni tecnologici: internet avrebbe dovuto azzerare le distanze geografiche, e in parte lo ha fatto, ma non ha eliminato il divario tra territori. Detto questo, c'è un'opportunità che raramente viene raccontata. I territori meridionali, proprio perchè meno strutturati su modelli tecnologici vecchi, possono adottare innovazione in modo più agile. Non hanno sistemi legacy da smontare, non hanno burocrazie digitali consolidate da aggirare. Questa e una flessibilità che il Nord non ha sempre. Ma l'AI da sola non basta. Serve formazione capillare, servono infrastrutture digitali adeguate, e serve una classe dirigente, sia pubblica che privata, che capisca davvero la posta in gioco. Senza questi tre elementi, il rischio non è solo che il divario non si riduca. E che aumenti in modo irreversibile.
Se dovesse indicare un modello concreto di innovazione digitale per il Mezzogiorno, non un'idea astratta ma qualcosa di replicabile, quale sarebbe? E Dritara in questo modello dove si colloca?
Il modello che serve al Mezzogiorno non e quello che importa soluzioni pensate altrove e le applica qui sperando che funzionino. Quello lo abbiamo già visto e non ha funzionato. Serve un modello che parta dal territorio, dalle sue specificità, dalle sue filiere produttive, dalle sue competenze umane. Concretamente, vedo tre pilastri fondamentali. Il primo e la formazione: non corsi generici sull'AI, ma percorsi costruiti attorno alle realtà produttive locali, comprensibili per chi fa impresa ogni giorno. Il secondo e la connessione tra talenti e territorio: ci sono giovani calabresi e meridionali competenti che vorrebbero restare o tornare, e ci sono imprese locali che hanno bisogno esattamente di quelle competenze. Il problema è che non si incontrano. Il terzo pilastro è l'accompagnamento concreto delle PMI nella trasformazione digitale, non con grandi progetti calati dall'alto, ma passo dopo passo, partendo dai problemi reali di ogni singola azienda. Dritara nasce come tentativo concreto di incarnare questo modello. Non siamo una società di consulenza tradizionale. Siamo un ecosistema radicato nel territorio che lavora su tutti e tre questi pilastri contemporaneamente. Il Sud non ha bisogno di rincorrere il Nord. Ha bisogno di costruire un modello suo, che valorizzi quello che già ha. E secondo me ne ha molto più di quanto venga raccontato.