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01/05/2026 ore 10.05
Attualità

L’attentato “calabrese” a Roosevelt e il colpo mancato: la storia di Zangara e il destino cambiato per un errore

Nel 1933 l’uomo originario del Reggino tentò di uccidere il futuro presidente del New Deal ma prese il sindaco di Chicago. Un gesto nato da odio sociale e disperazione che, per pochi centimetri, non cambiò il corso della storia mondiale

di Pablo Petrasso

Miami, 15 febbraio 1933. La folla è compressa perché l’appuntamento è di quelli storici almeno per due motivi, anche se una delle ragioni nessuno può immaginarla. Sul palco c’è un uomo che ancora non è presidente ma lo sarà tra poche settimane: Franklin Delano Roosevelt. È il volto della speranza dopo la Grande Depressione. È il futuro. E proprio per questo, qualcuno decide che deve morire. Quel qualcuno viene da lontano. Da una Calabria poverissima, scavata nella fame e nella rabbia. Si chiama Giuseppe Zangara, è nato il 7 settembre del 1900 a Ferruzzano. Non ha il percorso accademico brillante di Cole Thomas Allen, l’attentatore che ha cercato di colpire Trump a Washington qualche giorno fa. Non ha una lettera di rivendicazione.

Il gesto: cinque colpi e un errore che cambia la storia

Zangara spara. Cinque volte. Non è un gesto improvvisato: è un atto di odio lucido, dichiarato. Vuole colpire il simbolo del potere, «vendicare i poveri del mondo», abbattere un sistema che percepisce come oppressivo. Nella prigione del tribunale della contea di Dade confesserà: «Ho la pistola in mano. Uccido prima re e presidenti e poi tutti i capitalisti».

Propositi chiari, ma il caos della scena sconvolge i suoi piani: la folla si muove, qualcuno urta il suo braccio e i proiettili non centrano Roosevelt. Colpiscono invece il sindaco di Chicago, Anton Cermak, che morirà qualche giorno dopo.

Roosevelt sopravvive per caso. Una frazione di secondo, un urto, una traiettoria deviata: oggi la storia sarebbe vivisezionata, riletta con la lente delle teorie del complotto. Di certo quello sparo è come un portale: la storia del Novecento — il New Deal, la guerra, Yalta — passa anche da quell’errore di mira.

Il calabrese Zangara: rabbia sociale e ossessione individuale

Zangara non è un agente politico organizzato. Non è parte di una cospirazione. È un uomo solo, emigrato, segnato da povertà e frustrazione. Vive negli Stati Uniti da circa dieci anni, ai margini. Il suo movente è una miscela esplosiva di odio per i ricchi e per il potere, risentimento sociale e una visione quasi messianica della violenza. Non vuole solo uccidere Roosevelt: vuole colpire un sistema. Ma lo fa senza rete, senza struttura, senza strategia. È terrorismo solitario prima che il termine entri nel lessico contemporaneo.

Il processo è rapidissimo. Una macchina giudiziaria che corre più veloce della comprensione. Prima la sentenza a 80 anni di carcere per quattro tentati omicidi (con Zangara che chiede al giudice «me ne dia cento»), poi la condanna a morte dopo il decesso del sindaco Cermak. Esecuzione in cinque settimane. Una vicenda che sembra già scritta, senza spazio per sfumature.

Il contesto: America sull’orlo

Per capire Zangara bisogna guardare l’America del 1933. Un paese devastato dalla crisi del ’29. Disoccupazione di massa. Fiducia ai minimi livelli, povertà che alimenta la frustrazione. Roosevelt rappresenta la promessa di una rifondazione. Il New Deal non è ancora iniziato, ma è già atteso come una svolta epocale. Ed è proprio questo il punto: gli attentati politici non nascono nel vuoto. Sono sempre figli del loro tempo.

Zangara incarna la disperazione sociale, non un progetto politico coerente. Il suo gesto è un’esplosione individuale in una crisi collettiva.

Presidenti nel mirino: una storia americana

L’attentato a Roosevelt non è un episodio isolato. È uno dei capitoli di una lunga relazione tra la presidenza americana e la violenza politica. Ma ogni attentato racconta un’America diversa. Nel caso di un altro Roosevelt, Theodore, nel 1912 un uomo spara e colpisce il presidente al petto. Il proiettile si ferma grazie a un discorso piegato e a una custodia metallica. Roosevelt continua a parlare. Ma qui il movente è quasi surreale: l’attentatore è disturbato, ossessionato dall’idea che nessuno debba ambire a troppi mandati. Non c’è crisi economica, non c’è ideologia strutturata: c’è la dimensione individuale, patologica.

Con Zangara, qualcosa cambia. La violenza si intreccia con la questione sociale globale. L’odio non è solo personale: è diretto contro un sistema economico e politico. È un passaggio cruciale a un tipo di attentatore ideologico, anche se lo psichiatra che analizzerà in carcere dirà che ha sparato più per odio nei confronti di un padre violento che per convinzione.

Il filo rosso: caso, fragilità e destino

La storia di Zangara è anche una storia di casualità. Se quel colpo avesse centrato Roosevelt, il mondo sarebbe stato diverso. Non è retorica: è un fatto. Niente New Deal come lo conosciamo. Forse un’America più fragile alla vigilia della guerra, forse un altro equilibrio globale. La storia non è lineare: è esposta e vulnerabile, dipende da eventi che sembrano trascurabili.

Giuseppe Zangara: una crepa nella storia

È così a Miami nel 1933. Zangara muore sulla sedia elettrica. Roosevelt entra alla Casa Bianca. Il mondo va avanti. Ma quella sera resta una crepa nella storia: un uomo solo nella folla, un’arma e un bersaglio mancato. E una domanda che continua a tornare, ogni volta che un leader viene preso di mira: quanto del destino di un paese – o del mondo – dipende da pochi centimetri di traiettoria?