“Laudes Creaturarum”, tre mistici al buio: Cundari porta in scena Francesco d’Assisi, Teresa d’Ávila e Juan de la Cruz
Debutta il 16 ottobre all’Abbazia Florense di San Giovanni in Fiore il nuovo melologo con il sax di Daniele Palma. Poesia, voce, musica e silenzio raccontano le tre figure
Tre mistici, tre epoche, tre linguaggi che si incontrano attraverso la poesia, la voce, il corpo, la musica e il silenzio. È “Laudes Creaturarum”, il nuovo melologo di Daniel Cundari, con Daniele Palma al sax, inserito nel programma del Vivaldi Festival e diretto da Luigi Maletta. Lo spettacolo debutta il 16 ottobre all’Abbazia Florense di San Giovanni in Fiore.
Un’esperienza scenica pensata al buio, per costringere lo spettatore a perdere la vista e ad affinare l’ascolto. Al centro ci sono Francesco d’Assisi, Teresa d’Ávila e Juan de la Cruz, tre figure della spiritualità occidentale che Cundari mette in relazione attraverso una ricerca poetica e teatrale profondamente contemporanea.
Da dove nasce l’idea di mettere insieme Francesco d’Assisi, Teresa d’Ávila e Juan de la Cruz?
Nasce da una necessità, prima ancora che da un’idea. Dopo anni di intense letture, sento il bisogno di mettere in collisione tre corpi incandescenti della spiritualità occidentale, tre esseri umani che hanno conosciuto l’Assoluto, portandone dentro la ferita, la vertigine e l’esperienza fisica.
Francesco, Teresa e Juan sono tre ribelli dell’invisibile che hanno attraversato la povertà, l’estasi, il desiderio, il silenzio, la notte e la parola, per andare oltre il linguaggio corporeo.
Francesco incontra il mondo attraverso la fraternità con il creato. È un rivoluzionario, poiché ha scelto di scrivere nella lingua di tutti, mettendo da parte il latino; Teresa attraversa l’interiorità come una geografia vertiginosa, e Juan trasforma la notte, quella che lui definisce “buiore”, l’assenza e il desiderio in poesia. Metterli insieme significa dunque costruire un unico attraversamento: dalla materia allo spirito e dallo spirito nuovamente alla materia.
Tre mistici, tre epoche, tre linguaggi: che cosa li rende ancora così contemporanei?
La loro radicalità. Viviamo in un’epoca che possiede strumenti straordinari per comunicare, come l’Intelligenza Artificiale e, paradossalmente, sembra sempre più incapace di ascoltare. Stiamo raschiando il fondo del barile, eppure potremmo volare.
Francesco, Teresa e Juan ci parlano di una cosa scandalosa: la necessità di fermarci, di spogliarci, di cercare un senso oltre il rumore. Perciò sono contemporanei, offrendo risposte poco rassicuranti che si trasformano in domande e in dubbi.
E l’arte, nella sua inutilità, serve a tutto fuorché a tranquillizzare. Serve a incrinare le nostre certezze. La mistica appartiene ancora al nostro tempo proprio perché custodisce una forma di insubordinazione contro la superficie delle cose. La cultura è il nulla. Un’entità che sto esplorando con molta attenzione nella mia ricerca artistica.
Che cosa significa trasformare la poesia in un’esperienza scenica, attraverso il corpo e la voce?
Significa restituire alla parola la sua carne. L’uomo immagina la poesia soltanto come qualcosa che si legge. La poesia, semplicemente, accade. È un respiro, un battito d’ali, è saliva, silenzio, sudore, inciampo e, su tutto, memoria.
Quando la porto in scena, il testo smette di essere una pagina e diventa un organismo vivo. Il corpo dell’attore è il primo spazio scenico. La voce si fa materia. Il silenzio è la materia. Persino l’oscurità profondissima descritta da Juan de la Cruz si plasma convertendosi in materia.
Per questo ho immaginato un Melologo al buio. Uno spettacolo da osservare col cuore e con l’anima, da sentire: lo spettatore è costretto, per una volta, a perdere la vista per affinare l’ascolto. Nell’ombra la parola cambia statuto e leggi. Smetti di guardarla, di leggerla, di carpirla e cominci ad attraversarla.
Il titolo “Laudes Creaturarum” richiama immediatamente Francesco e il Cantico delle creature. Quale rapporto c’è oggi tra spiritualità, natura e uomo?
Oggi abbiamo smarrito una delle intuizioni più rivoluzionarie di Francesco: l’uomo si crede il padrone del mondo, onnipotente, ma è solo una creatura tra le creature.
La natura ci appare simile a uno sfondo sul quale consumare la nostra esistenza. Invece è una presenza, una lingua fatta di sterminati idioletti. Dalla pietra all’albero, dall’animale all’acqua, dal vento al sole, ogni cosa ci precede e continuerà a esistere dopo di noi.
In questo senso Francesco è realmente attuale. Il suo Cantico è una potentissima dichiarazione di fraternità cosmica, che ha poco da spartire con un inno religioso. Oggi, nell’epoca degli slogan vuoti dei politicanti, abbiamo bisogno di tornare a pronunciare la parola “fratello” e “sorella” per abbracciare tutto ciò che abita con noi la Terra.
Nel melologo la sua voce dialoga con il sax di Daniele Palma. Come cambia la parola quando incontra la musica?
La parola deve perdere sempre la propria sicurezza. È la regola fondamentale dell’artista. È la sfida al testo. È l’essenza del teatro.
Con Daniele Palma ci siamo visti soltanto una volta e questa circostanza aumenta il nostro confronto artistico. Il suo sax non è per me una colonna sonora, né un mero accompagnamento o un tappeto armonico. È, invece, uno strumento che interroga, contraddice, amplifica e, in alcune occasioni, ferisce.
Diventa eco, brivido, marmo. Nel Melologo la musica arriva dopo la parola e la parola arriva prima della musica, e viceversa. Sono due elementi evanescenti che si cercano per solidificarsi nel momento.
Lei ha portato la poesia calabrese nel mondo, attraverso lingue, dialetti e performance. Quanto della sua esperienza entra in questo viaggio nella mistica?
Penetra ogni frammento, anche quello che ingannevolmente sembra non riguardare la sfera creativa.
Io vengo dalla Calabria, terra difficile per quanto bella e ingenerosa verso i suoi artisti più laboriosi, nella quale la parola è stata per secoli soprattutto voce, racconto e memoria. Prima ancora dei libri c’erano le bocche. Prima della pagina c’era la comunità.
E questa oralità profonda continua a vivere nel mio modo di intendere la poesia. Quando lavoro sulla lingua di Francesco, Teresa o Juan, non cerco di imitare una tradizione spirituale. Cerco piuttosto il punto in cui la loro parola può diventare nuovamente corpo.
La mia Calabria, lontana anni luce da quella percepita da tanti suoi abitanti o nativi, entra nel ritmo, nella fisicità, nella necessità quasi contadina della parola. Entra nel rapporto con la terra, con la pietra, con il silenzio.
Entra nella consapevolezza che una lingua non è soltanto un sistema grammaticale: è una casa, una ferita, una genealogia.
Forse è proprio questo il punto d’incontro più profondo tra la mia ricerca e la mistica: la convinzione che la parola, quando è autentica, non descrive il mondo. Lo attraversa. E qualche volta, attraversandolo, riesce persino a illuminarne l’oscurità.