Le foibe abisso della modernità: tra memoria, ideologia e il dovere umano di piangere ogni vittima
Non soltanto una tragedia italiana né soltanto jugoslava, ma una parabola europea. E quando ricordiamo tutti, la storia cessa di essere arma e diventa coscienza
Esistono pagine della storia che non si leggono con gli occhi ma con una forma più profonda della coscienza, come se la terra stessa pretendesse di essere interrogata.
Alcuni eventi dovrebbero appartenere alla coscienza collettiva. E vi sono luoghi nei quali la geografia si trasfigura in metafisica.
Le foibe sono verticalità della storia, e non soltanto cavità carsiche. Si tratta di precipizi della ragione, anatomia della violenza quando l’uomo decide di interpretare se stesso come tribunale ultimo dell’altro uomo.
Nelle terre di confine — Istria, Fiume, Dalmazia — il Novecento non fu una successione di fatti, ma una lenta accumulazione di rancori, identità ferite, rivendicazioni reciproche. La convivenza plurilingue, che per secoli aveva costituito una fragile armonia quotidiana, venne progressivamente corrosa dall’idea moderna di nazione assoluta. Laddove la vita aveva tollerato l’ambiguità, la politica impose la purezza.
L’italianizzazione forzata del ventennio fascista — proibizioni linguistiche, repressioni culturali, persecuzioni — non fu soltanto un errore politico: fu un’offesa ontologica alla complessità umana. Ogni violenza produce memoria, e ogni memoria, se non redenta dalla giustizia, si tramuta in vendetta. La storia non dimentica: sedimenta.
Così, al collasso dell’ordine nel 1943, e poi nell’avanzata jugoslava del 1945, la violenza tornò come eco amplificata. La giustizia degenerò in epurazione, l’epurazione in regolamento di conti, il regolamento di conti in eliminazione preventiva. Uomini colpevoli e uomini innocenti, funzionari e contadini, oppositori e semplici presenze percepite come ostacolo: la morte divenne categoria amministrativa.
Le foibe furono il gesto simbolicamente più radicale: sottrarre non solo la vita, ma la sepoltura. Negare il ricordo rituale. Il corpo non consegnato alla terra comune, ma alla profondità anonima — come se la storia avesse voluto cancellare persino la possibilità del lutto.
Il Novecento ha amato classificare i morti. Li ha disposti secondo appartenenza, ideologia, bandiera. Ha costruito una gerarchia del dolore, come se la dignità potesse essere graduata dalla politica. Ma la morte, nella sua assoluta indifferenza alle idee, dissolve ogni aggettivo. Non esiste un cadavere progressista, né un cadavere reazionario; esiste soltanto un uomo che non può più rispondere.
Manzoni avvertiva che «il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto»: così accade alla pietà quando la memoria diventa strumento identitario. E Ungaretti, nel suo verso scarno — si sta come d’autunno sugli alberi le foglie — annulla ogni distinzione storica nel destino biologico.
Le foibe interrogano dunque non una parte, ma la nostra stessa idea di civiltà. Ricordarle non significa sottrarre spazio ad altri dolori, bensì sottrarre il dolore alla contesa. Il coraggio delle idee consiste nel non aver paura dei morti che non confermano la nostra narrazione.
Perché la verità elementare — e terribile — è questa: ogni ideologia, quando pretende di redimere la storia eliminando l’avversario, prepara una fossa comune. Cambiano i vessilli, resta l’abisso.
Le foibe non sono soltanto una tragedia italiana, né soltanto jugoslava: sono una parabola europea. In esse si manifesta la tentazione permanente dell’uomo di purificare il mondo dalla presenza dell’altro. E ogni volta che questo accade, la politica diventa teologia negativa: salva un’idea, sacrifica un uomo.
La maturità morale di una comunità si misura nella capacità di piangere anche chi non le somiglia.
Occorre allora sostare — non giudicare, non competere, non appropriarsi — ma sostare davanti al silenzio di quelle profondità.
Ogni nome perduto chiede soltanto di essere pronunciato senza aggettivi.
Non vi sono morti di serie A e morti di serie B: vi è soltanto la comune fragilità della vita, improvvisamente interrotta dalla convinzione di possedere la verità.
Quando ricordiamo tutti, la storia cessa di essere arma e diventa coscienza. Quando scegliamo quali morti meritano pietà, la barbarie ricomincia.
E forse la civiltà — l’unica possibile — nasce qui: nel momento in cui la memoria non difende più una bandiera, ma l’uomo.
Nel momento in cui comprendiamo, finalmente, che ogni vittima è nostra contemporanea.
Nel momento in cui la terra restituisce alla parola ciò che la violenza aveva consegnato al buio: il diritto universale a essere pianti.