Le spiagge sono piene, ma la Calabria incassa poco: il turismo delle radici può diventare un limite?
Le presenze aumentano, ma la spesa resta ferma al 67% della media nazionale. L'analisi dei dati OpenCalabria racconta il peso del turismo delle radici e i limiti di un modello che fatica a generare ricchezza
Le spiagge di agosto in Calabria non si visitano, si ereditano. C’è una luce accecante, quasi violenta, che a mezzogiorno schiaccia la battigia del mar Ionio, eppure, se si stringono gli occhi, si nota subito che qualcosa manca. Manca il movimento del denaro. Le statistiche sono come certe vecchie zie che non mentono, ma si limitano a essere crudeli. I numeri assemblati da Francesco Aiello e Michele Mercuri per “OpenCalabria” fotografano ancora una volta un paradosso che ha la precisione chirurgica del fallimento. Tra il 2022 e il 2024, mentre i bollettini regionali stappano spumante per il record di presenze, la spesa giornaliera pro capite del turista che sceglie la Calabria si pianta a un misero 67 per cento rispetto alla media nazionale. Un dato fossile, immobile. Nel quadriennio precedente era al 66. Cambiano i governi, ruotano i direttori d'albergo, ma sembra che il portafogli resta serrato.
Il mistero si scioglie non appena si smette di guardare le tabelle e si comincia a osservare la carne viva dei paesi. La verità è che una quota oceanica di questo turismo non risponde alle leggi del mercato, ma risponde a quelle del sangue. È il cosiddetto turismo di ritorno. O delle radici, per usare una formula ministeriale che sa di burocrazia e retorica paesana. Figli e nipoti dell'emigrazione che rientrano a casa. Un flusso immenso, un fiume umano che ogni estate risale la penisola o atterra a Lamezia Terme. Ma è un’illusione ottica, perché questo ritorno non produce economia, ma produce, semmai, una gigantesca operazione di manutenzione affettiva del territorio. Il forestiero che non è forestiero non cerca un hotel. Possiede la chiave della casa del nonno, o si stringe nel letto della zia. Niente scontrini per il pernottamento, dunque. La spesa più pesante di un viaggio viene polverizzata all'origine, cancellata dal diritto di nascita.
Ed è qui che la dinamica si fa antropologicamente densa ed economicamente sterile. Il turista di ritorno non consuma il territorio, ma lo abita temporaneamente come se non se ne fosse mai andato. I suoi comportamenti di spesa non sono quelli di chi cerca lo stupore, ma quelli di chi replica la spesa del sabato mattina a Milano o a Torino. Il discount del paese, il fruttivendolo all'angolo, il macellaio di fiducia. Il resto è autoconsumo, scatolame, orti di famiglia che si riaprono per l'occasione. C’è una forma di sacralità in questo rito, sia chiaro. È il legame profondo che tiene in vita paesi che per dieci mesi all'anno galleggiano nel vuoto demografico. Ma non si può spacciare la nostalgia per un'industria. Se il turista proveniente dal Nord spende in media 34 euro al giorno in Calabria contro i 57 che lascerebbe in Puglia o in Romagna, non è perché la Calabria sia intrinsecamente povera di tasca, ma perché l'offerta non è mai stata pensata per strappargli quel denaro. Diciamocelo chiaramente.
Il meccanismo è vizioso. La certezza che “tanto ad agosto la gente torna comunque” ha addormentato per decenni la classe dirigente e l'imprenditoria locale. Perché sforzarsi di costruire pacchetti turistici integrati? Perché investire in trasporti che colleghino lo Ionio alla Sila senza costringere il viaggiatore a un'odissea su rotaie ottocentesche? Perché affinare l'accoglienza se il cliente ha già deciso dove dormire prima ancora di nascere? Il legame identitario diventa così un alibi d'acciaio contro l'innovazione. Ci si culla nell'idea di una regione ospitale per definizione, dimenticando che l'ospitalità è un valore umano, mentre il turismo è un mestiere che richiede ferocia manageriale. Il turismo delle radici, se non è agganciato a servizi reali, diventa una forma di sussistenza emotiva. Consuma le risorse pubbliche per la gestione dei rifiuti e dell'acqua in quei trenta giorni di delirio agostano, ma lascia sul terreno solo le briciole di un consumo domestico.
La Calabria resta così prigioniera di una narrazione bidimensionale. Da un lato il mare splendido, dall'altro l'impossibilità di capitalizzarlo. Non serve a nulla riempire le spiagge se quelle stesse spiagge producono un terzo del valore economico rispetto alla Puglia o al Veneto. La scommessa non è convincere chi ha le radici qui a spendere di più per un gelato, ma intercettare quel turismo internazionale e commerciale che non ha debiti sentimentali con il territorio e che esige, in cambio del proprio denaro, un'esperienza impeccabile.
Mentre il sole cala dietro le colline dell'entroterra, lasciando una scia di calore che tarda a morire, le saracinesche delle seconde case tornano ad abbassarsi una dopo l'altra. I paesi si risvegliano nel loro silenzio consueto. Resta il dubbio se questa terra saprà mai essere qualcosa di diverso da un grande album di fotografie di famiglia, sfogliato in fretta prima di ripartire. Resta quel 67 per cento, un numero freddo che, a saperlo leggere, somiglia maledettamente a un addio.
*Documentarista Unical