Le vite sospese dei cinque universitari bloccati a Gaza, la studentessa ammessa all’Unical: «Abbiamo paura. La vita qui è un inferno»
Sono stati selezionati per una borsa all’Università della Calabria, ma restano ancora intrappolati nella Striscia per un visto che non viene rilasciato dalle autorità. La loro è una corsa contro il tempo: il 28 febbraio scadrà il termine ultimo per cominciare i corsi
La sua è una vita sospesa. L’odore di cenere e polvere entra dalle due ali della tenda che fa da porta alla sua casa. S., la chiameremo così per proteggerne l’identità, ci parla in quel frammento di giorno in cui la linea internet nella Striscia torna a riallacciarla col mondo. Ed è difficile pensare che ne esista uno diverso da quella realtà disperata che è Gaza oggi.
Per lei il tempo è una beffa: scorre pianissimo mentre aspetta una risposta che potrebbe salvarle la vita, e velocissimo quando guarda sul calendario i giorni che mancano alla fine del suo sogno.
S. è tra i cinque studenti palestinesi ammessi all’Università della Calabria come borsisti. Si è iscritta alla facoltà di Chimica dell’Unical, che ha tutto pronto per la sua immatricolazione, ma la burocrazia israeliana che comanda a quelle latitudini, continua a tardare l’emissione del visto che le permetterebbe di partire e abbracciare il futuro. Così lei e gli altri cinque colleghi palestinesi continuano ad aspettare quella chiamata che non arriva mai. Ed è una corsa contro il tempo perché il 28 febbraio scadrà il termine ultimo per poter usufruire della borsa di studio.
«Purtroppo non ci sono ancora aggiornamenti sui visti. Attendiamo da settimane una chiamata dall’Ambasciata italiana, ma finora niente si è sbloccato».
Come vivi questa situazione così incerta?
«Ho paura. All’inizio credevo che tutto si sarebbe risolto presto, che avrei ricevuto la telefonata che aspettavo e che sarei partita. Non vedevo l’ora di arrivare in Calabria: ho sentito parlare molto bene dell’Unical, del suo ambiente accogliente e moderno, e della qualità della formazione. Ogni giorno, però, diventa sempre più stressante, perché le settimane passano e niente cambia. Ora non mi do pace. A quest’ora mi immaginavo già all’università, vedevo il mio futuro aprirsi. Ma oggi sento crescere dentro soltanto impotenza e paura. L’attesa è diventata opprimente, sono quasi disperata. Mi sento sospesa tra il mio sogno e una realtà durissima che mi impedisce di andare avanti».
Sei in contatto con gli altri cinque studenti palestinesi selezionati per l’Unical? Cosa vi dite per farvi coraggio?
«Parliamo spesso, ci confrontiamo, ci confortiamo. Non facciamo che ripeterci che tutto si risolverà. Condividiamo la speranza e l’entusiasmo per ciò che potrebbe accadere di buono, ma anche frustrazione, ansia e tristezza per i lunghi ritardi e l’incertezza. Siamo tutti spaventati dall’idea di rimanere bloccati qui, lontani da un’opportunità per cui abbiamo lavorato tanto. Nonostante tutto cerchiamo di restare positivi».
Avete ricevuto supporto dall’Università della Calabria o da altre istituzioni?
«L’Università della Calabria ci è stata molto d’aiuto e sta facendo tutto il possibile per permetterci di raggiungere l’Italia e iniziare gli studi. Ci hanno anche detto che la scadenza della borsa di studio, fissata al 28 febbraio, potrebbe essere prorogata per noi. Anche altre istituzioni hanno espresso preoccupazione e sostegno. Il problema principale, però, riguarda il Ministero degli Affari Esteri, che finora non ci ha dato alcun segnale concreto. Con il nuovo semestre ormai alle porte, se ci saranno ulteriori ritardi rischiamo di perdere la borsa di studio».
Se riuscissi finalmente a raggiungere l’Italia, la tua famiglia dovrebbe restare a Gaza?
«Sì, la mia famiglia dovrebbe restare a Gaza, e per me è molto difficile da accettare. Provo tristezza e preoccupazione al pensiero di lasciarli, ma sono determinata a continuare i miei studi e a sfruttare questa opportunità, nella speranza che un giorno potremo essere di nuovo insieme. La nostra casa è stata distrutta e ora viviamo in una tenda. Nonostante tutto il dolore e gli ostacoli, mi incoraggiano a proseguire la mia formazione, anche perché le università di Gaza sono distrutte. Credo che l’istruzione sia l’unica strada per costruire un futuro migliore. I miei genitori mi ricordano sempre l’importanza della perseveranza: loro sono la mia forza. Spero che questa opportunità possa aprire nuove porte e permetterci, un giorno, di vivere insieme in pace e sicurezza».
Credi che, se tu riuscissi ad arrivare in Calabria, la tua famiglia potrebbe raggiungerti?
«Al momento è molto difficile anche solo pensare che la mia famiglia possa venire con me, a causa delle restrizioni sui trasferimenti da Gaza. È complicato lasciare la Striscia: serve molta coordinazione e sostegno, magari da parte di istituzioni che possano aiutarci. Spero di poter partire per prima, costruire un futuro migliore e poi riuscire a portarli con me».
Hai subito perdite familiari durante il conflitto?
«Sì. Ho perso il mio unico fratello e anche diversi altri familiari. È terribile».
Com’è vivere a Gaza in questo momento?
«È estremamente difficile, al netto di quello che sembra dai media internzionali. A Gaza mancano elettricità, acqua e forniture mediche; c’è una tensione costante per un conflitto che continua, e questo va detto con chiarezza. Molte persone vivono in case danneggiate o in tende che non proteggono dal freddo o dal maltempo. L’accesso all’istruzione e al lavoro è molto limitato, e anche svolgere le attività più semplici è una lotta. Siamo stanchi, provati. C’è la falsa idea che i bombardamenti siano finiti, che ci sia una pace in corso, ma non è così: ogni giorno ci sono vittime, morti, feriti; la popolazione vive nella paura e nel dolore. La pressione psicologica che subiamo è enorme, e ogni momento che passa aumenta la sensazione di disperazione. Questa è la verità su Gaza».