Leone XIV, Francesco e la Chiesa davanti al mondo: ritorno all’ordine o cambio di rotta?
Dal linguaggio dell’incontro alla riaffermazione dei confini: il confronto tra Francesco e Robert Francis Prevost rivela non una rottura dottrinale, ma due posture profondamente diverse nel rapporto tra Chiesa, modernità e potere
Le parole di Papa Leone XIV al Corpo diplomatico hanno suscitato un dibattito che va oltre il perimetro ecclesiale. Ernesto Mastroianni, nel suo intervento, parla apertamente di un ritorno a una visione “alto-medievale” dell’ordine, quasi che la Chiesa avesse deciso di sfilarsi dal mondo contemporaneo per rifugiarsi in una cittadella dottrinale. Ma è davvero così? O siamo davanti a qualcosa di diverso, più sottile e forse più consapevole?
Due Papi, due posture davanti al mondo Il confronto con Papa Francesco è inevitabile. Francesco ha abitato il mondo. Lo ha fatto scegliendo il linguaggio dell’incontro, dell’ascolto, della tensione irrisolta. Ha spesso preferito il processo al risultato, la domanda alla risposta, la pastorale alla definizione netta. Questo lo ha reso, agli occhi di molti, “più avanti”. Ma avanti rispetto a cosa? Leone XIV, per come emerge da quel discorso, non sembra interessato a stare dentro la complessità come spazio da attraversare. Piuttosto, sembra voler rimettere ordine. Non negoziare il perimetro, ma ridisegnarlo. Non inseguire il mondo, ma chiamarlo a misurarsi con un ordine che non nasce dal consenso, bensì da una visione morale oggettiva.
Libertà: dialogo o limite?
Uno dei punti più critici sollevati da Mastroianni riguarda la libertà. Nel suo articolo, la libertà appare ridotta a obbedienza, svuotata della sua dimensione esistenziale. È una lettura comprensibile, ma non necessariamente l’unica. In Leone XIV la libertà non è negata, ma incastonata. Non è principio assoluto, bensì realtà che trova senso solo dentro un ordine. È una visione che affonda le radici nella tradizione cristiana più classica, e che entra inevitabilmente in attrito con l’idea moderna di autodeterminazione illimitata. Francesco, al contrario, ha spesso scelto di parlare della libertà come cammino, come spazio fragile, come storia personale. Non ha cambiato la dottrina, ma ne ha smussato gli spigoli nel linguaggio. Leone XIV sembra fare l’operazione opposta: meno sfumature, più confini.
Bioetica e modernità: scontro inevitabile
Aborto, fine vita, gestazione per altri. Qui la frattura con il mondo contemporaneo diventa evidente. Mastroianni legge le parole del Papa come astratte, lontane dalla carne delle persone. Ma la questione potrebbe essere rovesciata: è la modernità ad aver ridotto tutto alla dimensione individuale, chiedendo alla Chiesa di adeguarsi.Leone XIV non entra nei casi concreti perché non vuole farlo. Non per insensibilità, ma per scelta. Sta parlando ai governi, non ai singoli fedeli. Sta ricordando che esiste un limite morale che precede la legge e non nasce dalla maggioranza. Francesco ha spesso preferito partire dalle ferite. Leone XIV parte dal principio. Non è detto che uno dei due approcci sia “più umano” in assoluto. Sono semplicemente diversi.
Medioevo o realismo?
L’accusa di “alto Medioevo” è efficace sul piano retorico, ma debole su quello storico. Il Medioevo non è solo autorità e verticalità: è anche costruzione di ordine dopo il caos. E forse è proprio questo il punto. In un mondo che appare frammentato, instabile, attraversato da guerre e crisi identitarie, Leone XIV sembra dire che senza un ordine condiviso non c’è pace possibile. Non è nostalgia. È realismo. Un realismo che può risultare scomodo, soprattutto a una cultura abituata a pensarsi senza vincoli.
Francesco era più avanti?
Dipende dal metro. Se “avanti” significa parlare il linguaggio del presente, allora sì. Francesco è stato più avanti nel metodo, nel tono, nella postura. Se però “avanti” significa offrire una visione capace di durare oltre il presente, la risposta diventa meno scontata. Leone XIV non sta tornando indietro. Sta scegliendo di fermarsi, piantare un paletto e dire: da qui non si arretra. È una scelta che comporta rischi enormi, incluso quello dell’irrilevanza. Ma è anche una scelta che chiarisce il campo. Forse non siamo davanti a una Chiesa che guarda al passato, ma a una Chiesa che smette di chiedere il permesso al presente. E questo, più che medievale, è profondamente politico.