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25/03/2026 ore 23.01
Attualità

L’equivoco delle barricate: “Bella Ciao” non è un vessillo, è un’eredità

Criticare i giudici per un coro spontaneo significa confondere la neutralità con l’oblio: la magistratura non è separata dalla storia, ma custode di quei valori che rendono la libertà reale e universale

di Gianfranco Donadio*
Il brindisi dell'Anm

Il ghiaccio nel bicchiere tintinna contro il silenzio di un’aula di tribunale svuotata, mentre fuori, oltre i vetri spessi della cittadella giudiziaria, la storia riprende a correre. Hanno cantato. Hanno osato intonare quelle note, quei magistrati, nel momento esatto in cui il verdetto delle urne sanciva la tenuta di una impalcatura costituzionale che è, piaccia o meno, il loro pane quotidiano. Si è gridato allo scandalo. Si è evocato lo spettro della toga rossa, il feticcio logoro di una neutralità che vorrebbe l’uomo di legge simile a un algoritmo di ghisa, privo di memoria, privo di battito, privo di quel canone condiviso che ci tiene insieme dal 1945. Eppure, a guardare bene tra le pieghe di quella melodia, lo scandalo si scioglie come neve sporca al sole di aprile.

Perché il canto di “Bella ciao” non è un manifesto. Non è un’ordinanza sindacale né il verbale di una sezione del Pci d’antan. È un soffio roco. È il respiro di chi, in un mattino di nebbia fitta, ha deciso che l’invasore era di troppo. Punto. Non troverete tra i versi il “sol dell’avvenire”, non v’è traccia di falci, martelli o collettivizzazioni forzate. C’è un fiore, c’è un partigiano, c’è la morte che bussa alla porta e c’è la libertà che aspetta fuori. È un canto nudo. Essenziale come un codice di procedura penale scritto col sangue sulle montagne. Se oggi quella melodia viene masticata con fastidio da una parte della politica, è solo per un clamoroso cortocircuito ottico, un’appropriazione indebita al contrario che ha finito per regalare alla sinistra l’unico inno che, per paradosso, era stato scritto per non appartenere a nessuno se non alla nazione intera.

Fu una scelta democristiana, se proprio vogliamo sporcarci le mani con la cronaca del dopoguerra. Serviva un collante. Qualcosa che potesse essere cantato dal monarchico fuggito nei boschi, dal prete che nascondeva i fuggiaschi in sacrestia, dall’azionista colto e dal contadino che non aveva mai letto un libro ma sapeva distinguere il sopruso dalla giustizia. “Bella ciao” era il minimo comune denominatore, il terreno neutro dove le diverse anime della Resistenza potevano poggiare i piedi senza scivolare sulle rispettive ideologie. Era, ed è, una preghiera laica di liberazione.

Vedere in quei magistrati dei militanti travestiti è un esercizio di miopia che rasenta il grottesco. Se un giudice non può celebrare la vittoria di un “No” che mantiene intatto l’equilibrio dei poteri cantando l’inno della Liberazione, allora abbiamo un problema di semantica, prima ancora che di etica professionale. Stiamo chiedendo loro di abiurare l’alfabeto su cui si fonda la loro stessa funzione. La magistratura non è un corpo separato dalla storia del Paese; ne è il custode ultimo, il cane da guardia di una Carta nata tra i fischi dei proiettili e i canti di chi non voleva più padroni.

La percezione di “sinistra” è una incrostazione recente. Un riflesso condizionato di chi ha smesso di leggere la storia per dedicarsi al marketing elettorale. Abbiamo trasformato un patrimonio comune in un confine divisivo, un muro di cinta dove prima c’era un ponte. Chi attacca quelle toghe per un coro spontaneo non teme la loro parzialità, ma teme la loro memoria. Teme che in quelle strofe risuoni ancora l’idea che la legge è uguale per tutti perché qualcuno, un tempo, ha cantato “mi sento di morir” pur di non vedere calpestata la dignità dell’uomo.

Quei magistrati non stavano occupando una barricata ideologica. Stavano semplicemente abitando la loro casa. Una casa dalle fondamenta solide, dove l’odore dell’inchiostro si mescola a quello di quel fiore partigiano sepolto lassù, in montagna. Forse, il vero scandalo non è il canto in sé, ma il fatto che ci sia ancora qualcuno capace di ricordare che la libertà non è un’opinione politica, ma il presupposto stesso per poterle avere, le opinioni. Resta da capire se preferiamo giudici che leggono la legge nel vuoto pneumatico o uomini che sanno ancora da dove viene il vento che sfoglia le loro sentenze.

*Documentarista Unical