L'esodo dell'acqua. Come un'alluvione ha spostato il baricentro di una città
Tra Crati e Busento, Cosenza vive un rapporto millenario con l’acqua: tragedie, alluvioni e una memoria idraulica che plasma la città vecchia e guida la gestione dei rischi moderni
Cosenza è una gola. Una strozzatura di pietra dove due fiumi, il Crati e il Busento, si stringono la mano in un patto di sangue che dura da millenni. Chi cammina oggi lungo i muraglioni dell'Arenella raramente avverte il brivido di quella forza che i greci chiamavano Kratos. Eppure, leggendo alcuni testi, sotto l'asfalto e i panni stesi dei vicoli del centro storico, pulsa una memoria idraulica che non perdona. La città è un corpo vivo che respira a ritmo di piena, oscillando tra l'idolatria del mito di Alarico e del suo tesoro sepolto, e il terrore viscerale del fango che risale le scale.
Tutto ha inizio in Sila, a 1.200 metri di quota. Lì il Crati non è che un ruscello ambizioso, ma mangia terra e pendenze fino a diventare il padrone assoluto del Mezzogiorno, secondo solo ai giganti campani. Quando arriva a Cosenza, però, inciampa nel Busento. È qui, nel cuore antico della città, che la geometria si fa tragedia. Il 24 novembre 1959 la pioggia non cadeva, ma frustava. Centoventidue millimetri in un solo giro d’orologio del calendario, quasi tutti concentrati in mezza giornata che gli anziani ricordano ancora col fiato corto. Non fu solo acqua. Fu un’invasione di cadaveri vegetali. I tronchi d’albero scesi dalla Sila, enormi ossa di pino laricio, si incastrarono sotto le arcate del Ponte San Lorenzo, creando un tappo perfetto. Una diga involontaria. Il fiume, offeso dal blocco, decise di riprendersi i suoi spazi e rigurgitò lateralmente, inghiottendo il mercato, le bottteghe, le vite di quella vecchia. Due metri d’acqua e fango in Piazza Valdesi. Un silenzio liquido interrotto solo dal fragore delle macerie.
Quell’alluvione fu il certificato di morte di un’epoca. Prima del 1959, Cosenza Vecchia era un formicaio umano da trentamila anime. Dieci anni dopo, ne erano rimaste meno di ventimila. Il fiume non aveva solo allagato le cantine, ma aveva rotto un legame psicologico. La gente scappò verso nord, verso le pianure bonificate, verso Rende e una modernità che prometteva di essere asciutta. La città vecchia divenne così il ventre molle del capoluogo, un nucleo di case abbandonate alla solitudine delle ombre, mentre il cemento nuovo cercava di ignorare quel reticolo idrografico instabile che, negli anni Venti, rendeva la valle un inferno di canneti e malaria. Ricordo ancora le analisi del professore Ilario Principe durante le sue lezioni di Storia dell’Urbanistica all’Università della Calabria. Ma l’acqua ha memoria lunga. Non dimentica le sue antiche rotte. Se torniamo indietro al 30 ottobre 1903, troviamo lo stesso copione: un “ragano straordinario”, scrissero le cronache dell’epoca. Il Crati e il Busento si gonfiarono insieme, un attacco a tenaglia che si portò via la Chiesa di San Domenico e un pezzo di caserma. La natura impetuosa del territorio è scritta nella geologia, una depressione tettonica riempita di detriti che aspetta solo l’occasione giusta per tornare palude. Ogni opera di arginatura, ogni muretto tirato su dal Genio Civile nel dopoguerra, è sembrato per decenni un fragile cerotto su una ferita sempre aperta. Il trasporto solido, quel mix di sedimenti e detriti che il Crati trascina con sé, è un nemico silenzioso che riduce costantemente lo spazio vitale del letto del fiume.
Oggi la gestione del rischio è diventata una danzadi acronimi e burocrazia: PAI, Rendis, VIA. Carte che cercano di imbrigliare la furia in classi di rischio, dalla R1 alla R4. Nel 2024, il Commissario di Governo ha rimesso mano ai bacini, cercando di ripulire le sponde e ridare dignità all’officiosità idraulica. È un lavoro di cesello, quasi chirurgico, rimuovere la vegetazione che soffoca il deflusso, consolidare gli argini che il tempo ha reso friabili come biscotti. Eppure, c’è un paradosso sottile in questo sforzo. Mentre si firmano progetti per piste ciclabili e parchi fluviali a Guarassano, cercando di trasformare il “mostro” in una risorsa turistica, il cielo continua a cambiare le regole del gioco.
I flash floods, le bombe d’acqua dell’era del cambiamento climatico, rendono le vecchie modellazioni idrauliche simili a mappe del tesoro scritte in una lingua morta. Il nuovo Piano di Bacino adottato nel 2025 prova a rincorrere l’emergenza, introducendo misure di salvaguardia che pesano come macigni sulle ambizioni urbanistiche. Non si può più costruire, non si può più scavare. Il divieto è assoluto nelle zone a rischio molto elevato. È la resa della tecnica davanti alla natura, o forse finalmente il riconoscimento che la città non può sconfiggere i suoi fiumi, può solo imparare a conviverci con rassegnata prudenza.
E allora Cosenza resta lì, in bilico. Una città che sogna parchi acquatici ma che scruta il cielo con la stessa ansia dei contadini del XIX secolo. I fiumi sono la sua croce e la sua delizia. Sono il confine tra ciò che siamo stati e ciò che abbiamo paura di diventare. Camminando oggi lungo il Crati, tra i lavori del progetto Rendis e le antiche pietre dei ponti che hanno visto passare la storia e il fango, si percepisce l’illusione di controllo che ci dà la tecnologia. Ma basta guardare il livello dell’acqua dopo un giorno di temporale silano per capire che il patto tra l’uomo e il fango è sempre provvisorio. Il tesoro di Alarico, forse, non è fatto d’oro, ma è la consapevolezza che a Cosenza, forse, è l’acqua a decidere l’ultima parola. E la storia vera non si scrive con l’inchiostro, ma con i sedimenti lasciati da ogni ondata che, puntualmente, torna a bussare alle porte della città antica.
*documentarista