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30/01/2026 ore 19.03
Attualità

L’Ice e l’idea autoritaria dell’ordine, dalle città santuario americane a Milano Cortina: come la paura diventa metodo di governo

Dall’uso dei federali negli Stati Uniti alle ambiguità europee, il confine tra difesa pubblica e intimidazione si fa sempre più sottile

di Francesco Vilotta

C’è una parola che ritorna, ossessiva, nelle cronache americane di questi mesi: ordine.

È una parola antica, apparentemente innocua. Ma ogni volta che la storia la pronuncia senza aggettivi, senza contesto, senza vergogna, prepara qualcosa di oscuro.

L’Ice, Immigration and Customs Enforcement, non è soltanto un’agenzia federale. È una forma, una postura morale prima ancora che amministrativa. Ventiduemila uomini. Mascherati. Anonimi. Senza volto. Un esercito interno, cresciuto in silenzio, che Donald Trump ha deciso di esibire come si esibisce una forza simbolica: non per arrestare qualcuno, ma per ricordare a tutti chi comanda.

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Duemila agenti schierati a Minneapolis non sono un’operazione di polizia. Sono un messaggio politico. Non parlano ai migranti, parlano ai sindaci, alle comunità, alle città che avevano osato chiamarsi santuario. È la dimostrazione plastica che l’autonomia locale è tollerata finché non disturba il centro del potere. Quando disturba, arriva l’uniforme.

L’Ice non entra nei quartieri come entrava la polizia di una volta. Entra come un corpo estraneo, paramilitare, addestrato in fretta, armato meglio che pensato. Lo denunciano associazioni come l'American Civil Liberties Union: una cultura che non distingue più tra controllo e intimidazione, tra arresto e punizione. Il volto coperto non serve a proteggere l’agente. Serve a sciogliere la responsabilità morale. Quando nessuno è riconoscibile, nessuno è colpevole.

È già successo. A Portland, nel 2020, l’uso massiccio dei federali non pacificò nulla. Radicalizzò tutto. Ma proprio per questo funzionò nella narrazione trumpiana: il caos come giustificazione dell’ordine, l’ordine come alibi dell’autoritarismo.

Poi arriva l’immagine. Perché ogni potere che vuole durare ha bisogno di una scenografia.

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Sulle strade di Minneapolis compare Greg Bovino, capo della Border Patrol di origini calabresi, avvolto in un great coat militare. Non è un dettaglio di moda. È un segno. Il New York Times lo ha scritto senza giri di parole: in mezzo a uomini mascherati, quel cappotto è impossibile da ignorare. Evoca un immaginario che l’Europa conosce fin troppo bene. Non perché il soprabito «sia nazista» in sé, ma perché lo è nel contesto. Capelli rasati, camicia nera, folla, armi. La divisa torna a essere linguaggio. E il linguaggio, quando smette di spiegare, comincia a comandare.

Non è folklore. È pedagogia del potere. Come negli anni Trenta, il messaggio non passa dalle leggi, ma dai corpi. Dal modo in cui camminano, si mostrano, occupano lo spazio pubblico. La democrazia non muore con un colpo di Stato. Muore quando la forza smette di giustificarsi.

E allora la questione smette di essere americana. Diventa europea. Diventa italiana.

Perché l’Ice, oggi, arriva anche da noi. O almeno sfiora i nostri confini istituzionali. La vicenda della sua presenza alle Olimpiadi di Milano Cortina apre uno squarcio imbarazzante: chi comanda davvero la sicurezza? Fino a che punto uno Stato sovrano accetta che un apparato straniero, contestato persino negli Stati Uniti, operi o supporti sul suo territorio?

Le rassicurazioni rimbalzano tra ministeri e ambasciate. Le smentite arrivano sempre un’ora dopo le conferme. Intanto, però, il nodo resta. E non è tecnico. È politico e morale. Prima ancora di distinguere tra arrestare e uccidere, bisognerebbe ricordare che esiste una differenza essenziale tra difendere e perseguitare.

La verità è che l’Occidente sta riscoprendo una tentazione antica: trasformare la paura in metodo di governo. Il migrante come nemico interno. La divisa come soluzione semplice a problemi complessi. È la scorciatoia preferita dai poteri in declino.

E qui, se fossimo onesti, dovremmo guardarci allo specchio. Perché l’America di Trump non è un’anomalia. È un laboratorio. E i laboratori, nella storia, anticipano sempre ciò che verrà altrove.

Quando un esercito senza volto entra nelle città in nome della legge, non sta proteggendo la sicurezza. Sta rieducando la società. Sta dicendo: obbedite, o sarete invisibili.

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Il vero fascismo non arriva con gli stivali lucidi, ma con la normalizzazione dell’abuso. Con l’idea che «è necessario». Con il silenzio dei moderati.

E allora la domanda non è più che cos’è l’Ice.

La domanda è: chi saremo noi, quando quell’uniforme smetterà di sembrarci lontana.

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