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27/01/2026 ore 14.29
Attualità

L’importanza della memoria e il caso del campo di concentramento a Ferramonti di Tarsia: oltre il dovere, la sopravvivenza dell’umano

Ricordare il maresciallo Marrari o Ernst Bernhard significa impedire che lo sterminio si compia attraverso il nostro oblio. Vuol dire che, anche a Tarsia, l'umanità ha vinto sulla burocrazia della morte

di Gianfranco Donadio*

Celebrare questa Giornata non deve essere né un mero esercizio di storiografia, né una parentesi di retorica civile, ma deve essere un rito del ricordo, cioè una strategia di sopravvivenza della specie. L’essere umano si definisce attraverso la narrazione perché siamo l’unico animale capace di legare il passato al futuro attraverso il simbolo e la parola. Quando questa catena si spezza, ciò che resta non è il vuoto, ma la regressione.
Lo sterminio nazista fu si un eccidio di massa, ma fu anche un tentativo di de-antropizzazione. Togliendo il nome, il tatuaggio sul braccio sostituiva l'identità; togliendo la sepoltura, si negava il diritto alla pietà; togliendo la memoria, si cercava di espellere intere categorie umane dal genere umano stesso. E tutto questo è un dramma indelebile.

In questo contesto, la folgorante intuizione di Jean-Luc Godard,“Dimenticare lo sterminio fa parte dello sterminio”, smette di essere una provocazione estetica per diventare una verità scientifica e morale. Se l’obiettivo del carnefice era l’annullamento totale dell’”altro”, l’oblio dei posteri è l’ultimo atto di quel medesimo progetto. Chi dimentica non è un semplice spettatore distratto, ma diventa, involontariamente, l'esecutore postumo di un testamento di distruzione. Senza il ricordo, la vittima non smette solo di esistere. Non è mai esistita.
Spesso cerchiamo il senso di questa giornata in terre lontane, nei cieli plumbei della Polonia, dimenticando che la memoria ha una geografia prossima, talvolta silenziosa. In Calabria, a Ferramonti di Tarsia, il fango del campo di concentramento racconta una storia che sfida la logica dell'annientamento. Ferramonti rappresenta l'anomalia della resistenza umana. Un luogo dove, nonostante la reclusione, la dignità cercò spiragli per restare intatta attraverso la solidarietà, la cultura e la preghiera. Ricordare Ferramonti significa riconoscere che il male ha sfiorato anche i nostri luoghi e che la responsabilità del ricordo è un fatto territoriale, fisico, che respira nella polvere delle nostre strade.

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La Giornata della Memoria ci interroga sulla nostra capacità di restare “umani” in un'epoca di frammentazione. Si interroga drammaticamente bene Massimo Clausi nel suo articolo da queste colonne: “E come si fa a spiegare ai ragazzi di oggi cosa sono stati fascismo e nazismo guardando quello che succede nel mondo?
Se l’antropologia ci insegna che l’uomo è ciò che ricorda, allora coltivare la memoria della Shoah è l’unico modo che abbiamo per non scivolare nuovamente in quella “banalità del male” che nasce dove il pensiero si ferma.
Non ricordiamo per odio verso il passato, ma per igiene del presente. Perché ogni nome recuperato dall'oblio è un centimetro di umanità restituito a noi stessi.

E dunque, per dare un volto alla memoria di Ferramonti di Tarsia, dobbiamo guardare a storie che sembrano uscite da un romanzo, ma che sono state la realtà di chi è passato per quel lembo di terra calabrese, nella media valle del Crati.
Riporto, allora, alla memoria dei lettori de LaC News24, due figure che incarnano perfettamente il senso antropologico di “restare umani” in un luogo di privazione.
Non si può parlare di Ferramonti senza citare il suo comandante, il maresciallo dei carabinieri Gaetano Marrari. In un’epoca di odio legalizzato, Marrari fece una scelta rivoluzionaria: scelse la pietà. Trattò gli internati come esseri umani, non come numeri. Permise loro di organizzare una mensa, una scuola per i bambini, una biblioteca e persino una piccola orchestra. Perché è importante la sua figura? Perché ci ricorda che l’individuo ha sempre una scelta, anche all'interno di un sistema oppressivo. Marrari è l'argine contro quella “banalità del male” di cui parlavamo. Dimostrò, infatti, che si può essere servitori dello Stato senza smettere di essere uomini.

Tra gli internati illustri ci fu Ernst Bernhard, un eminente psicologo e pediatra tedesco, allievo di Carl Jung. Nonostante la prigionia, Bernhard continuò a studiare e a fornire supporto psicologico agli altri internati. In quel fango, lui vedeva la necessità di curare non solo il corpo, ma lo spirito. Dopo la liberazione, divenne il padre della psicologia analitica in Italia. La sua presenza a Ferramonti trasformò il campo in un luogo di fermento intellettuale paradossale, dove si discuteva di filosofia e psicanalisi mentre fuori infuriava il conflitto mondiale.

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A Ferramonti arrivarono anche i profughi del Pentcho, un vecchio battello partito da Bratislava con 500 ebrei, naufragato nel Mar Egeo e i cui superstiti furono trasferiti in Calabria. Tra loro c'erano molti bambini. La comunità di Tarsia e dei paesi limitrofi, pur nella sua povertà contadina, non si voltò dall'altra parte. Spesso gli abitanti locali scambiavano cibo con gli internati o offrivano piccoli gesti di aiuto attraverso il filo spinato.
Perchè parlarne e scrivere oggi? Perché queste storie sono il miglior antidoto a ciò che diceva Godard. Ricordare il Maresciallo Marrari o Ernst Bernhard significa impedire che lo sterminio “si compia” attraverso il nostro oblio. Significa dire che, anche a Tarsia, l'umanità ha vinto sulla burocrazia della morte.

Documentarista Unical*

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