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05/04/2026 ore 06.30
Attualità

L’inchino spezzato: quando con l’Affruntata la piazza in Calabria si riprende la Pasqua

Guardando le facce degli anziani che piangono alla vista dell’azzurro mariano, si comprende che il rito pasquale è l’ultimo baluardo contro il nulla in una terra che continua a svuotarsi

di Gianfranco Donadio*

C’è un istante, nel mezzogiorno di una Calabria che scotta già di un sole africano, in cui il respiro di migliaia di persone si ferma. È un silenzio innaturale, sospeso tra l’odore di incenso e quello del sudore dei portatori. Poi, d’improvviso, il boato. Non è un grido di gioia, è un rantolo collettivo. Tre statue di legno dipinto, pesanti come macigni e sacre come sentenze, iniziano a correre. San Giovanni fa la spola, agita i suoi panni di stoffa rigida, annuncia l’incredibile. Ma il vero miracolo, quello che la folla aspetta con le vene del collo gonfie, avviene quando il mantello nero di Maria cade. Sotto, l’azzurro abbagliante. È l’Affruntata. O la Confrunta. Chiamatela come volete, tanto il sangue che muove questa macchina teatrale è lo stesso da secoli.

Non cercate qui la mistica rarefatta delle cattedrali del Nord. Qui il sacro è materia. È muscoli che tremano sotto le stanghe di legno. È l’urto dei santi che si incontrano a passo di corsa, rischiando di frantumarsi contro il lastricato della piazza. L’antropologo che arriva qui con il taccuino pulito farebbe bene a chiuderlo subito. L’Affruntata non si studia, si subisce. È un dispositivo di sopravvivenza psichica, un antichissimo trucco per non impazzire di fronte al vuoto della morte. Ernesto de Martino lo chiamava superamento della crisi della presenza, ma per chi sta sotto il sole a Vibo o a Dasà, è semplicemente il modo per dire che il mondo non è ancora finito.

Tutto si gioca su una coreografia brutale. La Madonna è chiusa nel suo lutto, una vedova di nero vestita che non vuole credere. È la negazione incarnata. San Giovanni, il messaggero, è l’intermediario che corre finché non gli manca il fiato. È la società che si mette in moto per convincere il singolo che la catastrofe è passata. E poi c’è Cristo, immobile, il traguardo di questa corsa folle. Quando avviene l’incontro, l’urto visivo della "svelata" è un colpo allo stomaco. Il nero che cade non è solo stoffa. È la pelle vecchia che viene scorticata via per rivelare la vita che ricomincia. Un’estetica del trauma che si risolve in un’esplosione cromatica.

Ma non fatevi ingannare dalla devozione di facciata. Sotto le statue si gioca una geopolitica del potere che non ha nulla di celestiale. Per decenni, e in certi angoli bui ancora oggi, il diritto di spalla è stato un titolo nobiliare o criminale. Portare il Cristo o la Vergine significava dire alla piazza: "Io sono qui, io controllo lo spazio". Le cronache giudiziarie hanno spesso sporcato queste piazze, raccontando di inchini forzati e di gerarchie di 'ndrangheta ricalcate sulle processioni. È il paradosso del sacro calabrese: la liberazione dello spirito che passa per le catene del controllo territoriale. Eppure, ridurre tutto a folklore malavitoso sarebbe un errore da dilettanti. C'è una dignità ancestrale nel modo in cui un intero paese si riconosce in quella corsa, una fame di ordine in un mondo che troppo spesso si presenta come un caos di ingiustizie.

L’Affruntata è un rito muscolare. Non c’è spazio per la preghiera sussurrata. Qui la fede si misura in litri di sudore e nella capacità dei portatori di non far cadere il simulacro. Perché se la statua oscilla, se il mantello si impiglia, il presagio diventa nero. La terra non darà frutti, la sfortuna busserà alle porte. È un residuo di paganesimo agricolo che pulsa sotto la vernice dei santi. È il ritorno di Demetra e Persefone mascherato da liturgia pasquale. Il passaggio dall’inverno alla primavera non è un fatto astronomico, è una conquista che va strappata al destino attraverso il sudore dei propri uomini.

Guardando le facce dei vecchi che piangono alla vista dell’azzurro mariano, capisci che l’Affruntata è l’ultimo baluardo contro il nulla. In una terra che si svuota, dove i paesi diventano gusci di pietre e ricordi, questo rito è l’unico momento in cui la comunità torna a sentirsi un corpo solo. Un corpo che corre, che urla, che suda e che, per un attimo, crede davvero che la morte possa essere sconfitta da un cambio d’abito coreografato. Non è fede, forse. È una forma di resistenza ostinata.

Restano le piazze vuote il lunedì mattina, con qualche coriandolo ancora incastrato tra i sanpietrini e l’odore di polvere che si deposita di nuovo su tutto. La corsa è finita, i santi sono tornati nelle loro nicchie di vetro, protetti e immobili. Ma quel boato resta nelle orecchie, come un ronzio che non se ne va. È il rumore di una Calabria che continua a correre contro se stessa, sperando che, prima o poi, il mantello nero cada per tutti, e non solo per una statua di legno in un mezzogiorno di sole.


 

*Documentarista Unical