L’incontro con Pizzaballa a Cosenza è stato una lezione di teologia dell’umiltà: con lui la parola si fa coscienza
Al teatro Rendano il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha incontrato la comunità in un clima di ascolto attento e riflessione silenziosa, mostrando come la prossemica del linguaggio possa educare alla prudenza e alla responsabilità interiore
Nel cuore della città di Cosenza, il dodici febbraio, la comunità civile ha accolto il cardinale Pierbattista Pizzaballa in un incontro raccolto e intensamente partecipato. Presso il Teatro di tradizione Alfonso Rendano egli ha incontrato le autorità locali, i giornalisti e una cittadinanza attenta.
L’appuntamento, inserito in una data densa di memoria religiosa per la città, ha assunto il tono di una riflessione condivisa più che di una semplice conferenza. Ne è emersa una presenza capace di coinvolgere senza clamore e di interrogare senza alzare la voce.
Talvolta una figura umana entra in una sala e la architettura, senza mutare forma, muta gerarchia. Le balconate, le dorature, perfino l’aria che ristagna sotto la cupola del Rendano, con la sua aura operistica, assumono una disposizione diversa, come se l’attenzione collettiva ridisegnasse invisibilmente le proporzioni dello spazio. Così è accaduto ieri sera al Rendano, quando vi ha preso posto il cardinale Pierbattista Pizzaballa.
La sua presenza non si imponeva, si avvertiva.
Il volto, segnato da una stanchezza che appartiene ai viaggi interiori più che a quelli geografici, conservava una concentrazione mite, quasi domestica. Nulla di ieratico, nulla di solennemente costruito. L’impressione iniziale era quella di una vigilanza silenziosa: un uomo abituato a sostare davanti alle parole prima di consegnarle al mondo. Nel contesto di una ricorrenza cittadina così intimamente sentita, egli appariva come qualcuno che si sottrae spontaneamente alla centralità, lasciando che l’attenzione converga sul contenuto dell’ascolto piuttosto che sulla figura dell’oratore. La sua autorità emergeva per rarefazione.
Le frasi venivano alla luce con lentezza pensata, come attraversassero una verifica interiore. Ogni parola sembrava aver compiuto un tratto di strada prima di arrivare alla voce. L’effetto era singolare: l’ascoltatore veniva coinvolto in un movimento di coscienza più che in un processo di persuasione. Si aveva la percezione di un linguaggio consapevole del proprio limite, attento a non occupare l’intera realtà. In lui la prudenza possiede qualità intellettuale.
L’esperienza è presente, quasi tangibile, e il discorso vi gira attorno con rispetto. La sua umiltà assume così una forma conoscitiva: il riconoscimento che la realtà eccede ogni sistema interpretativo. Ne deriva una parola che mantiene sempre un margine di apertura, una zona in cui l’ascoltatore è chiamato a partecipare. La forza scaturisce da questa disciplina.
A margine dell’ascolto, quando la sala viveva quella sospensione quasi tattile che nasce solo dall’attenzione unanime, una figura ha attraversato la platea nel chiaroscuro discreto delle luci abbassate. Si tratta di Monsignor Giovanni Checchinato. Nessun ingresso cerimoniale, nessun segno di precedenza. Il passo quieto di un sacerdote tra la sua gente, il volto raccolto, fra le mani soltanto un mazzo di fiori. Il gesto, di profonda semplicità, appariva in consonanza profonda con il clima creato dalla parola del cardinale Pierbattista Pizzaballa: una teologia dell’umiltà tradotta in movimento. In quell’attraversamento silenzioso si riconosceva una genealogia spirituale evidente, quella che discende dal magistero di Papa Francesco: la dignità custodita senza apparato, la funzione abitata come servizio, la prossimità preferita a ogni distanza.
Nel teatro, dove tutto invita all’enfasi, la figura del cardinale Pizzaballa, introduceva una misura diversa: un raccoglimento capace di disarmare la retorica prima ancora che essa sorgesse. Gli applausi stessi apparivano secondari, quasi fuori tempo rispetto al clima creatosi. Si usciva dall’ascolto con un’impressione precisa: la parola, trattata con tanta cautela, riacquistava gravità morale.
Il ritratto che rimane è quello di un uomo per il quale parlare equivale a rispondere. Rispondere agli altri, anzitutto; e, in modo ancora più severo, a se stesso. Dentro quella sera cosentina, la sua figura lasciava un segno discreto: una modificazione dello sguardo, una vigilanza nuova verso ciò che si pronuncia. Non entusiasmo, piuttosto una quieta esigenza interiore. Una forma di coscienza che continua a lavorare dopo l’ascolto, quando il teatro torna vuoto e la città riprende il proprio respiro quotidiano.